Oggi mi sono svegliata con la consapevolezza che la festa del papà è proprio dietro l'angolo.

In preda alla tempesta ormonale pre-ciclo, mi sono venuti i lucciconi agli occhi pensando alla prima volta che ho preso il regalo per la festa del papà al mio compagno.

La Ninfa aveva due mesi all'epoca e noi eravamo giovani e spensierati, presi dal vortice della genitorialità come solo una neo mamma e un neo papà sanno essere.

Nel tentativo di "imparare" il duro mestiere dei genitori, mi ero messa alla ricerca di qualche manuale rivolto ai papà.

Mi serviva qualcosa di valido ma allo stesso tempo che affrontasse il tema con leggerezza ed ironia.

E alla fine ho trovato quello che cercavo.

Preparati! Guida pratica per neopapà di Gary Greenberg e Jeannie Hayden

Questo piccolo manuale di sopravvivenza insegna trucchi e giochetti che aiutano i neo papà nella vita pratica di tutti i giorni.

Con grande umorismo gli autori delineano gli scenari più neri che un neo papà si troverà inevitabilmente ad affrontare: la presa di potere del neonato, la mancanza di intimità con la compagna, le notti insonni, il cambio del pannolino...

Adatto per neo papà ma anche per futuri papà, questo libro si rivela davvero un accessorio indispensabile per la salvezza fisica ma soprattutto mentale.

Un manuale per papà assonnati, sfibrati e sfiduciati per farli sentire meno soli e per prendere il nuovo ruolo di padre con leggerezza ed ironia.

Manuale di sopravvivenza per neopapà. Consigli da uomo a uomo per padri primipari di Scott Mactavish

Questo libro scritto da uomo a uomo spiega senza inutili buonismi e senza mezzi termini cosa deve aspettarsi un uomo quando la sua donna rimane incinta.

Dalla sala parto alla prima infanzia, l'autore mette nero su bianco tutti i problemi che il povero e ignaro neo papà dovrà risolvere.

Ovviamente fornisce anche le istruzioni adeguate per risolvere al meglio ogni situazione.

Dissacrante, esilarante e di indubbia utilità è un libro adatto sia per imparare nozioni pratiche sia per tirarsi su il morale.

Se invece i papà sono ormai fuori dal tunnel oscuro del primo anno, potete sempre tralasciare i manuali e orientarvi verso un altro genere di lettura, come quello di "Notti in bianco, baci a colazione".

Se avete altri libri da suggerire, come sempre i commenti sono graditissimi.

Un doveroso ringraziamento va a Paola di Homemademamma, inventrice del #venerdìdellibro.

 

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La festa del papà si sta avvicinando e quindi è ora di cominciare a pensare a come rendere indimenticabile questa giornata dedicata proprio a lui, al caro papà.

Mi è sempre piaciuta la festa del papà, forse perché in primo luogo è sempre piaciuta al mio, di papà.

Pensate che conserva ancora alcuni dei lavoretti che ho fatto per lui quando andavo alla scuola materna, che allora si chiamava asilo.

Non dimentichiamo che il 19 marzo si festeggia anche San Giuseppe ed io avevo una nonna che si chiamava Giuseppina e che ci teneva da morire a questa ricorrenza.

Insomma, sempre grandi festeggiamenti.

Come festeggiare la festa del papà

Festeggiare la festa del papà significa dare importanza ad una figura che negli ultimi anni è stata un po' bistrattata.

Si parla spesso di padri che non sanno fare i padri, di figure paterne allo sbando che stanno imparando a reinventarsi, di papà che devono imparare a non essere autoritari ma autorevoli e così via.

Non voglio ora mettermi a parlare di quanto sia cambiato il ruolo del padre negli ultimi anni.

Come madre voglio che i miei figli costruiscano con il loro papà un rapporto sano e solido e che capiscano che pure lui è importante tanto quanto la mamma.

Perciò ci tengo a rendere indimenticabile la giornata della festa del papà.

Come? Bastano pochi gesti per rendere speciale questo momento.

Filastrocche e poesie per la festa del papà

Non c'è festività che non abbia una sua poesia o una sua filastrocca.

Quando ero piccola le maestre ci facevano imparare una filastrocca o una poesia che poi dovevamo recitare il giorno della festa del papà.

Mi ricordo che finito il pranzo si serviva il caffè con il dolce preparato per quell'occasione.

Dopodiché mia mamma mi esortava a fare la mia performance, spesso in piedi sulla sedia.

Mangiando qualche parola qua e là, declamavo i quattro versi che avevo imparato, sotto lo sguardo divertito e orgoglioso di mio papà.

Alla materna dove va mia figlia non fanno imparare le filastrocche, ma noi ci siamo organizzate lo stesso.

Questa è la filastrocca che abbiamo scelto assieme per la festa del papà:

" Che bello giocare insieme con le costruzioni, poi arriva la sera e guardiamo i cartoni.

Che bello disegnare con i pennarelli e comporre assieme i puzzle più belli.

La vera magia sta tutta qua: quando sei con noi, caro papà!"

Semplice e facile da far imparare ai bambini.

Ne potete trovare tantissime in rete, per esempio su www.filastrocche.it o www.maetramary.altervista.org

Lavoretti per la festa del papà

I lavoretti sono il mio tallone d'Achille. Sono davvero negata in quanto a manualità.

Ovviamente Ringhio e la Ninfa adorano fare i lavoretti di qualsiasi genere si tratti.

Quindi quando la Ninfa ha scelto di imparare la filastrocca ha imposto come altra condizione quella di fare qualcosa per la festa del papà.

Ovviamente non potevo negarglielo.

Ho dato un'occhiata al mio sito di riferimento www.homemademamma.com da cui lo scorso anno avevo tratto ispirazione per la tovaglietta e l'Ipap.

Internet è pieno di tutorial e spiegazioni su come realizzare lavoretti per la festa del papà da fare con i vostri bambini.

Ci sono pensieri carini, come il barattolo di vetro da riempire con frasi simpatiche e zuccherine da donare al papà, ci sono svariati bigliettini, uno più carino dell'altro, ci sono lavoretti con materiale di riciclo...

La nostra scelta è ricaduta su questo:

Uno dei lavoretti fai da te che potete trovare sul sito www.nostrofiglio.it

Sono delle simpatiche cravatte segnalibro e sul retro scriverò la filastrocca che reciteremo per la festa del papà.

Libri per la festa del papà

Nella nostra famiglia c'è il rito della favola della buona notte, a cui alterniamo la visione di qualche cartone animato o di qualche film per famiglie.

Dopo cena i bambini allestiscono un comodo e confortevole angolo lettura in perfetto stile hygge e tutti insieme ci sediamo per leggere i libri presi in prestito dalla biblioteca o ricevuti in regalo.

La Ninfa e Ringhio manco a farlo apposta sabato scorso sono tornati dalla biblioteca con sue libri proprio adatti a festeggiare la festa del papà che possono essere delle simpatiche idee regalo.

Due magnifici libri per la festa del papà

Il primo è "Io e il mio papà" di Crea Libri. Il protagonista è il piccolo Bamboo che vuole fare quello che fa il suo papà: si dedica al giardinaggio come fa lui, si appassiona alla lettura, vuole imparare da lui a pitturare...Il piccolo Panda e il suo papà si divertono un mondo assieme e spesso combinano anche dei bei pasticci!

Un libro carino che spiega con poche frasi e tante figure come il bambino apprende per imitazione dal papà.

Il secondo invece si intitola "Indovina quanto bene ti voglio". Anche qui i protagonisti sono papà leprotto e il suo figlioletto.

Prima di andare a dormire, il piccolo leprotto vuole dimostrare al padre quanto sia grande l'amore che prova per lui. Il papà dal canto suo riesce a batterlo sempre, perché inevitabilmente l'amore che un padre prova per il proprio figlio può essere solo smisurato, o "da qui fino alla luna e ritorno" per parafrasare il libro.

Un piccolo gioiello che insegna a parlare di sentimenti e di educazione emotiva, tutto dedicato all'amore.

Ricette per la festa del papà

Infine, noi che amiamo mangiare e pasticciare in cucina non potevamo non pensare di cucinare qualcosa per la festa del papà.

Lo scorso anno la Ninfa ed io in qualità di sua accompagnatrice avevamo partecipato ad un mini corso di pasticceriae uno degli incontri era stato dedicato alla realizzazione di una torta per la festa del papà.

Per i più tradizionalisti ci sono le intramontabili zeppole di San Giuseppe ma potete anche fare una torta o magari qualcosa di salato.

Quest'anno in realtà non abbiamo ancora deciso cosa cucinare: la Ninfa vorrebbe preparare dei biscotti da decorare per cui se avete delle ricette non esitate a lasciarmele nei commenti.

Voi come festeggerete la festa del papà?

Qualunque sia il modo che sceglierete, non dimenticatevi mai che

Ogni uomo può essere padre.

Ci vuole una persona speciale per essere un papà"

E ricordatevi sempre che un "ti voglio bene, papà!" detto col cuore vale più di mille regali.

Buona festa del papà!

 

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Scena 1: interno di un appartamento, luci soffuse, atmosfera ovattata tipica di un rilassato dopo cena

Personaggi: mamma, papà, figlio e figlia

Priscilla ha appena finito di riordinare con l'aiuto del marito e si appresta a continuare la lettura di un libro che giace da settimane a prendere polvere sulla libreria.

Non appena si siede, quasi come ad un segnale prestabilito, irrompono sulla scena Ringhio e la Ninfa.

Ringhio: "E' mio!" sbraita con il suo vocione profondo.

La Ninfa  ribatte con tono aggressivo e cantilenante: "Ma ce l'avevo prima io!" stringendosi al petto il libro delle filastrocche.

Compagno Fedele alza lo sguardo dal tablet, allunga una mano e toglie il libro alla figlia.

Poi perentorio ordina: "Dai tesoro, lascialo a lui che è più piccolo!"  E fa il gesto di porgerlo al bambino.

A queste parole Priscilla si alza spinta da un intimo moto di solidarietà verso la figlia maggiore.

"Giammai!" strilla iraconda "L'età non mi pare un valido motivo affinché tuo figlio ottenga tutto ciò che vuole"

Con cipiglio fiero e occhi dardeggianti, si guarda attorno: sei occhi la osservano, tre bocche aperte aspettano il seguito, in trepidante attesa.

"Mi è sempre stato sulle scatole quando ero bambina che mi dicessero che dovevo cedere i miei giocattoli a mio fratello perché lui era più piccolo di me"

Cf guarda la compagna, con un sorrisetto di superiorità.

"Mi era sembrato di capire che in questa casa non ci fosse tuo o mio, ma che tutto fosse di tutti perché in famiglia bisogna condividere e collaborare"

Priscilla si sente punta sul vivo. Con tono ispirato, prosegue la sua arringa:

"Infatti è così. Ma condividere i giochi significa che sia Ringhio che la Ninfa possono utilizzarli indifferentemente fregandosene di tutte quelle antiche concezioni sessiste su bambole e macchinine.

Ma non vuol dire che se uno sta usando un gioco l'altro lo debba ottenere perché è più piccolo altrimenti comincia a fare i capricci e addio quiete serale. Che razza di insegnamento è?"

I bimbi osservano la scena, in religioso silenzio. Anche se non capiscono tutto, sanno che tra la mamma e il papà è in atto un braccio di ferro e dalla vittoria di uno dei due dipenderà anche la loro sorte.

A questo punto, Compagno Fedele fa la parte di Pilato.

"Ok, se non vuoi il mio aiuto allora risolvi la faccenda a modo tuo"

E torna a guardare il tablet.

L'indomita Priscilla non si lascia scoraggiare.

"E' no bello mio! I figli sono anche tuoi, mica li ho fatti da sola, per cui visto che dici sempre che ti escludo e che prendo sempre le decisioni da sola ora la questione si risolve assieme.

Dai, non dirmi che non ti veniva il nervoso quando da piccolo ti obbligavano a condividere i tuoi giochi con gli altri"

Compagno Fedele bofonchia: "Dimentichi che sono figlio unico e che da piccolo ero pure un bambino asociale. Un verme solitario aveva più amici di me. Non ho mai condiviso niente, io!"

"E si vede!" sbotta Priscilla, sempre più agguerrita.

"Guarda che la nuova tendenza educativa del momento dissuade gli adulti dall'obbligare i bambini a condividere o cedere il gioco che stanno usando.

Così facendo il messaggio che passa al bambino che sta usando il gioco è pressapoco questo: "non ritengo quello che stai facendo qualcosa di importante tanto quello che potrebbe fare l'altro bambino".

In questo modo non si fa altro che scatenare inutili e insane competizioni tra fratelli, che poi da grandi si odieranno."

Priscilla prende fiato e poi continua: "Guarda che lo spiega benissimo anche la Laura, eh!"

"Che Laura?" chiede  il padre, interdetto. Nella sua mente sta passando in rassegna le amiche e conoscenti in comune, ma non riesce a capire chi è, sta fantomatica Laura.

"Ma come chi?" squittisce Priscilla "Ma la Laura Markham, la psicologa e psicoterapeuta americana, quella che ha scritto un sacco di manuali sull'educazione dei bambini. Ecco, guarda qui"

Così dicendo mostra trionfante al compagno il libro che si apprestava a proseguire, intitolato "Peaceful parent, happy kids".

"E' davvero interessante e spiega molto bene perché non si deve obbligare i bambini a condividere i giochi"

"Ah davvero? E la Laura ti spiega anche come fare per farli smettere di litigare?"

"Certo, suggerisce di incoraggiare dei turni di gioco autoregolati"

"Cioè?" domanda CF, spazientito.

"Semplicemente si spiega a chi vuole il gioco che deve aspettare il proprio turno: quando il pupo che sta usando il giocattolo passa ad altro, allora può usarlo"

"Beh, dai, occorreva la Laura per dirlo! Ci arrivavo anche io. Intanto però quello che lo vuole pianta giù un casino della Madonna e altro che calma e pace"

"Intanto" continua Priscilla con tono saccente "si propone al pupo qualcosa di alternativo, così l'attesa non diventa pesante"

"Certo, ce lo vedo proprio Ringhio che si fa sviare così facilmente. Se si fissa si fissa e non lo schiodi più" ribatte il padre

Priscilla medita un attimo.

"Allora proponiamo al pupo di fare un baratto: un gioco in cambio di un altro, in questo caso un libro in cambio di questo" E indica il libro delle filastrocche che giace, dimenticato e solitario, sul bracciolo del divano.

CF la osserva con aria scettica.

"Sicuro, ma se quei due sono capaci di litigare anche quando  hanno due giochi uguali! Ma dai, come se non li conoscessi anche tu i tuoi figli!"

La povera Priscilla è senza parole.

"Ma guarda che non è un atteggiamento tipico dei nostri figli. Sono così tutti i bambini: Ringhio ha tre anni, è nella fase dell'egocentrismo, per cui tutto è suo sempre e comunque.

La Ninfa dall'alto dei suoi cinque anni che sia un po' gelosa ci sta, del resto se continuate a penalizzarla perché è più grande è ovvio che diventi ancora più acida nei confronti del fratellino."

A questo punto i due litiganti si accorgono che qualcosa non va: i bambini non si sentono più.

"Ma dove sono finiti adesso?"

"C'è troppo silenzio, vado a controllare" CF si alza dal divano e si precipita in cameretta.

Scena due: interno, nella cameretta dei bambini.

Personaggi: gli stessi di prima

Il padre si affaccia sulla porta con aria apprensiva. Dopo un istante di silenzio, chiama la compagna.

"Vieni a vedere"

Priscilla si avvicina alla porta per osservare.

All'interno della stanza, Ringhio e la Ninfa stanno giocando assieme. Hanno montato le rotaie del trenino e ora stanno costruendo con le lego una fattoria vicino ai binari.

"Ma cosa fate qui?" chiede Priscilla, stupita.

"Ci siamo stancati di aspettare che voi decidevate chi doveva usare il libro. Così siamo venuti qui e abbiamo cambiato gioco."

I genitori si guardano e scoppiano a ridere, sollevati.

Il battibecco è finito, la pace e l'ordine sono stati ripristinati.

Scuotendo la testa, i genitori tornano in soggiorno.

A volte è proprio vero: se si lascia fare a loro, i bambini in qualche modo trovano sempre una soluzione.

 

 

 

 

 

9

Lunedì e martedì i miei bambini sono stati a casa  perché la materna era chiusa per il Carnevale.

Ieri sera, come facciamo sempre la domenica, ho fatto preparare loro gli zainetti.

Mentre infilava la salviettina nel suo zaino, la Ninfa mi spara a bruciapelo:

"Mamma, ma perché tu lavori?"

Ecco, i bambini tirano fuori queste domande esistenziali sempre nei momenti meno opportuni, tipo quando hai sul fornello la cena che cuoce, alla stesso tempo stai tentando di seguire il discorso del tuo compagno e organizzando mentalmente la giornata che verrà.

"Mamma, perché devi andare a lavorare?"  La Ninfa non demorde.

Se sei una mamma lavoratrice, prima o poi ti aspetti che i tuoi figli ti chiedano perché lavori.

E' una domanda inevitabile, sicura come la morte.

Proprio per questo mi ero già preparata una spiegazione a prova di bimbo.

Non voglio scendere in discorsi morali e filosofici o affrontare l'argomento in modo complicato.

Per ora non ha bisogno di sapere che nella società in cui viviamo avere un lavoro è quasi un lusso, non ha bisogno di sapere che in caso il papà perda il lavoro c'è sempre la mamma che può portare a casa lo stipendio.

Non è necessario che le dica quanto ho studiato per ritrovarmi poi a fare un lavoro che non è quello dei miei sogni, quanto mi costa adattarmi e quanto mi piange il cuore all'idea di perdermi tanti bei momenti con loro che so che non torneranno più.

Non è ancora il momento per tirare fuori motivazioni femministe, ma non voglio neppure che pensino che le donne devono necessariamente stare a casa a fare la calzetta.

Lavorare o no a volte è una libera scelta. Ma per essere tale uno deve avere le armi per poter decidere in base alla propria situazione.

Per cui prendo fiato e tento di spiegarle perché la sua mamma va a lavorare.

Come spiegare ai bambini perché la mamma lavora

Non so se ci sia un metodo universale per spiegare ai bambini perché la mamma lavora (che poi, fateci caso, raramente chiedono perché il papà lavora, sempre la mamma, eh!).

Io alla Ninfa che ha cinque anni l'ho spiegato in questo modo.

Ovviamente queste sono le mie personalissime ragioni.

"Amore, lo sai che vi voglio tantissimo bene, sia a te che a tuo fratello?

Proprio perché vi voglio bene desidero che voi abbiate la possibilità di fare tante belle esperienze che vi fanno imparare cose nuove e diventare persone interessanti.

E voglio farle anche io queste belle esperienze, assieme a voi e al papà.

Ecco perché la mamma e il papà vanno a lavorare: per guadagnare i soldi che ci servono per mangiare, per comperare i vestiti, per pagare l'asilo e per fare quello che ci piace.

Nel mondo dove viviamo se non hai i soldi tante cose non le puoi fare: non possiamo andare al mare in estate o viaggiare e visitare posti nuovi, non possiamo comperare i libri che ti piacciono tanto e a volte non possiamo neppure prendere i vestiti.

E per avere i soldi che ci danno la possibilità di fare tante cose belle e interessanti bisogna lavorare.

Se lavori sei indipendente e significa che puoi decidere come usare i tuoi soldi, senza chiedere niente alla mamma o al papà o ad altre persone.

Ci sono persone fortunate che di lavoro fanno qualcosa che piace loro e ci sono persone meno fortunate a cui andare a lavorare non piace molto ma lo fanno per necessità.

Anche tu e Ringhio, quando sarete grandi, se sarete fortunati potrete fare il lavoro che vi piace.

Cosa ti piacerebbe fare?"

"Quella che vende i gelati" risponde mia figlia prontamente.

Beh, viva l'ambizione! L'importante è la felicità, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

"Tesoro, tu lo sai che puoi diventare quello che vuoi, vero?

Puoi fare qualsiasi tipo di lavoro."

"Anche Ringhio può fare qualsiasi tipo di lavoro?"

"Sì, certo, anche lui può fare quello che gli piace"

"Proprio tutto tutto? Anche la mamma?"

"Oddio, amore, si brucia la pappa!"

A volte una ritirata strategica è meglio che imbarcarsi in un discorso complicato.

Ogni cosa a suo tempo. Io non sono ancora pronta per questo.

E voi avete spiegato ai vostri figli perché lavorate o perché non lavorate?

4

Mi piace guardare i bambini giocare.

Quando i bambini giocano, a modo loro, ci insegnano sempre qualcosa.

Al parco, in spiaggia, nelle zone gioco dei centri commerciali è bello vedere i bambini interagire tra di loro anche se non parlano la stessa lingua.

Istintivamente, i bambini sanno che per giocare le parole non sono indispensabili.

Domenica scorsa siamo andati in montagna per passare una giornata sulla neve.

Vicino a noi c'era un gruppetto di bambini di circa sei, sette anni. Si vedeva che i pupi si conoscevano tutti.

Giocavano con i loro bob, su e giù, su e giù.

Ad un certo punto uno ha deciso che era stufo.

"Dai, cambiamo gioco" ha proposto.

Si notava che gli altri non erano convinti. Nonostante questo, hanno comunque lasciato perdere i loro bob.

I bambini si sono seduti sulla neve e sono stati a parlottare tra di loro.

Non sapevano cosa fare, che gioco inventare.

All'improvviso, lo stesso bambino che prima aveva deciso di smettere di giocare con i bob ha preso una manciata di neve e ha gridato:

"Giochiamo a tirare la neve addosso a Giovanni"

E Giovanni in un minuto si è trovato ricoperto di neve dalla testa ai piedi.

Non rideva, Giovanni. Se ne rimaneva lì, docile, a farsi ricoprire, anche si si vedeva chiaramente che era infastidito.

Dopo un po' i bambini si sono stufati anche di questo "gioco" e sono corsi via.

Giovanni si è rialzato, si è ripulito alla bell'e meglio e li ha seguiti.

Si vedeva che era abituato a questo genere di trattamenti.

Mi si è stretto il cuore.

Perché so molto bene come si è sentito Giovanni.

A chi non è capitato di sentirsi così almeno una volta nella vita?

Ho guardato i miei figli che stavano trainando il loro bob sulla salita.

Ho ripensato a come li stiamo educando. Se stiamo o no facendo la cosa giusta.

Perché io non voglio ritrovarmi con due bambini prepotenti ma neppure con il Giovanni di turno.

Ho sempre insegnato alla Ninfa e a Ringhio a rispettare tutti: genitori, insegnanti, amici.

Insisto ogni giorno con le regole della buona educazione: per favore, grazie, prego...

Spiego loro che devono essere generosi e imparare a condividere le loro cose anche con gli altri.

Mostro loro, io per prima, che aiutare gli altri soprattutto chi si trova in difficoltà è un nostro dovere, che ci costa poco o niente.

E insegno loro come difendersi dai bambini prepotenti.

Non sono una che pratica la violenza, non credo che le punizioni corporali siano efficaci, anche se ogni tanto purtroppo qualche sculacciata è scappata anche a me.

Non sono una mamma interventista di quelle che quando i bambini tornano dall'asilo graffiati o morsicati fa il diavolo a quattro per scovare il colpevole e corre dai genitori a pretendere giustizia.

Ma, ecco, alla massima "porgi l'altra guancia" preferisco di gran lunga "occhio per occhio, dente per dente".

Non venite a fare i falsi buonisti con me, per favore, che ho sperimentato cosa vuol dire avere a che fare con i bulli per anni e anni.

Non puntate il dito dicendo che "bisogna insegnare ai bambini ad essere assertivi".

Che poi voglio capire come può un bambino di tre anni spiegare a uno che gli sta rubando il gioco o che lo sta importunando che non si deve fare, che rubare è una cosa brutta, che piacerebbe a te che io ti rubassi il gioco.

Credetemi, essere assertivi può servire quando chi ti sta di fronte è una persona dotata di raziocinio, cioè della capacità di fare e seguire un ragionamento.

E nella maggior parte dei casi non è così.

Non insegno ai miei figli che, quando hanno bisogno di un aiuto, devono correre a cercarlo dalla mamma, dal papà o dalla maestra.

I grandi non ci saranno sempre.

Semplicemente insegno ai miei figli che purtroppo in certe situazioni devono sbrigarsela da soli.

A volte si può lasciar perdere e andare via, a volte invece no.

Non educo i miei bambini alla violenza. Trovo intollerabile che si alzino le mani, anche se tra di loro lo fanno (e io non intervengo, sia chiaro).

La Ninfa e Ringhio sanno che se picchiano qualcuno senza motivo finiscono in castigo.

Perché picchiare è una cosa che non si fa.

Ma anche subire le angherie degli altri non ci fa stare bene, a meno che non siamo votati al martirio.

Il primo anno d'asilola Ninfa era stata presa di mira da una bambina più grande di lei. Tornava a casa ogni giorno con qualche "ricordo".

Le maestre non sempre potevano accorgersene, del resto ad una maestra che deve vigilare su venti bambini a volte qualcosa può sfuggire.

Dopo qualche settimana, ho detto alla Ninfa che poteva difendersi.

"Se la bimba ti picchia, tu prima chiama la maestra. Ma se la maestra non fa niente perché non ha visto, allora anche tu picchiala. E se qualcuno ti dice qualcosa, digli che la tua mamma ti ha detto di fare così".

Nel giro di pochi giorni, l'altra bambina ha smesso di tormentare mia figlia.

Non dico di aver fatto la cosa giusta in assoluto.

Dico che in quel momento quella era l'unica soluzione possibile.

Se la Ninfa non avesse reagito, la situazione si sarebbe protratta per l'intero anno lasciando sicuramente degli strascichi anche sulla Ninfa stessa: ansia, insicurezza, magari anche il terrore di andare alla materna.

Quello che intendo dire è che non è mai tutto bianco o tutto nero.

Scusare la violenza sempre e comunque, incentivare l'aggressività naturale dei bambini può essere disastroso.

Ma allo stesso tempo anche insegnare ai bambini a non reagire, a reprimere l'istinto di auto-conservazione, a non rispondere in modo attivo alle provocazioni dei bambini prepotenti può fare grandi danni: li fa sentire deboli e insicuri.

Bisogna spiegare ai nostri figli che in certe situazioni non si può essere passivi.

Insegnare ai bambini a difendersi non significa trasformarli in bambini prepotenti o in bulli.

Significa semplicemente fargli capire che anche loro sono sullo stesso piano dell'avversario, che non devono farsi sminuire o sentirsi deboli, perché non è così.

Purtroppo le parole non sempre bastano. E la violenza non sempre genera altra violenza.

La violenza non risolve i conflitti, ma a volte basta rispondere per le rime per disinnescare un comportamento che in altri modi non si sarebbe fermato.

Vi siete mai trovate ad affrontare situazioni di questo genere?

Come vi siete comportate?

 

 

2

"La cena" , quando lo prendi in mano, ti sembra un romanzo innocuo, quasi noioso, di quelli riempitivi, buoni per passare qualche serata immersa nella lettura.

Salvo poi rivelarsi esattamente l'opposto.

"La cena", nato dalla penna dello scrittore e regista olandese Herman Koch, è un romanzo insolito e davvero raccapricciante, non in senso splatter ma dal punto di vista psicologico.

"LA CENA": PERCHE' LEGGERLO

Due fratelli con le rispettive mogli si danno appuntamento per una cena in uno dei ristoranti più in voga del momento, quelli dove per trovare un tavolo devi prenotare con sei mesi d'anticipo.

A meno che tu non sia un illustre personaggio, come lo è Serge, in corsa per diventare il nuovo presidente olandese.

Serge è il classico uomo politico, costruito ad arte. Tutto ciò che fa ha l'unico scopo di accaparrarsi nuovi voti.

Babette, sua moglie, è lo stereotipo della donna trofeo: bella, raffinata e intelligente quanto basta, con una gran voglia di non perdere nulla di ciò che la fama del marito le porta.

I due hanno tre figli, due naturali e uno adottato proveniente dal Burkina Faso.

L'altra coppia invece è formata da Paul, fratello di Serge e dalla moglie Claire.

Paul è un professore di storia in pensione anticipata mentre Claire è una soddisfattissima casalinga.

Paul soffre di un raro disturbo genetico che lo porta ad avere scatti di rabbia che sfociano in atti di pura violenza.

Nonostante ciò, Claire lo ama e lo protegge, nascondendo questo segreto.

I due hanno un unico figlio quindicenne, Michel, coetaneo dei cugini.

La cena apparentemente normale e tranquilla è solo il pretesto per affrontare un argomento agghiacciante.

I due cugini infatti si sono macchiati di un grave crimine: hanno ucciso una barbona che si era rifugiata di notte all'interno di un bancomat.

Il video dell'omicidio è stato messo in rete e la polizia sta cercando da giorni i due ragazzi che non risultano riconoscibili.

I genitori però sanno benissimo che i colpevoli sono proprio loro.

Lo scopo della cena è quello di capire cosa fare nei confronti della sfortunata vicenda.

Qui sta la genialità di Herman Koch: ad ogni parte della cena (primo, secondo, intervallo...) con machiavellica abilità ci mostra la psiche dei vari personaggi attraverso la narrazione di vicende passate e presenti.

Una trama in cui gli eventi sono spiegati e sviscerati da un autore sopra le parti che non risparmia nessun personaggio.

Una discesa spaventosa nella psiche di madri, padri, figli di gente dall'apparenza irreprensibile, di gente apparentemente normale, proprio come noi.

Attraverso le loro azioni, Herman Koch ci dipinge il disincantato quadro di una società malata e degradata, dove il confine tra bene e male non esiste più.

"La cena" induce quasi il lettore a credere che certi avvenimenti accadono quasi per caso e che, grazie ad uno strano percorso psicologico, si possa addirittura arrivare a scusarli.

Herman Koch non cerca la simpatia nel lettore. Descrive i suoi personaggi con distacco e disincanto, li tratteggia in modo negativo senza esprimere mai apertamente il suo disgusto.

Allo stesso punto però riesce a creare una sorta di empatia con questi personaggi che in fondo rappresentano ognuno di noi, o la "miglior" versione a cui ognuno aspira di arrivare.

Con queste mosse, l'autore induce il lettore a interrogarsi, a farsi delle domande a cui non sempre vorremmo dare una risposta.

Io, da madre, mi sono chiesta più e più volte come avrei agito se fossi stata in Babette o in Cleare.

In fondo anche loro hanno educato i loro figli seguendo i dettami morali della nostra società.

Dove hanno sbagliato?

E se sbagliassi anche io?

"La cena" è uno di quei romanzi che ti smuove qualcosa dentro, che porta a galla le nostre inquietudini più segrete, che gioca in modo crudele con il nostro senso etico e morale.

Herman Koch per me è stato una rivelazione. Voi avete mai letto "La cena" o qualche altro suo romanzo?

Sono curiosa di sentire le vostre opinioni.

(Con questo post partecipo al #venerdìdellibro, creato da Paola di Homemademamma.)