datemiunam-farmaci-indispensabili-bambini-in-viaggioTra cinque giorni partiamo. Quest'anno più che mai l'eccitazione che si respira è tanto palpabile da poter essere toccata con mano.

CF ha già sottoposto a rigidi controlli l'auto: gomme, freni, olio tutte quelle cose di cui non capisco nulla e di cui non voglio impicciarmi.

Su queste cose se posso delego molto volentieri.

La Ninfa, dal canto suo, sta facendo il conto alla rovescia.

"Tra quanto partiamo? Quanti giorni? Cinque? Sette?" E mi mostra la mano con le dita alzate.

Per l'occasione ho creato con un foglio un calendario speciale, così almeno mi lascia in pace e non mi fa la stessa domanda ventimila volte al giorno -in realtà continua, ma si dà la risposta da sola, come con gli esercizi di autocorrezione-.

Assieme al fratello ha preparato gli zainetti con i giochi che vogliono portare nella casa al mare (un bilocale affittato per una settimana), di cui hanno comunque voluto vedere le foto.

"Il bagno c'è, vero?"

"E i letti, come sono i letti?"

Ogni sera il gruppetto di giochi subisce delle modifiche: un dinosauro sparisce a favore di un trattore, una bambola cede il posto ad un peluche.

Solo io non mi sono ancora lasciata trasportare da questo clima generale, forse perché sabato mi sembra ancora così lontano...

CF ieri con noncuranza ha buttato lì un "Forse è meglio che inizi a preparare la roba"

Eppure dovrebbe saperlo che non mi piace preparare i bagagli in anticipo, anche per una questione di scaramanzia.

E poi quando ho la lista pronta con tutto l'elenco delle cose da mettere in valigia mi basta un'ora per preparare le cose per tutta la famiglia, compreso quello che devo portare in spiaggia e le cose da lasciare in appartamento.

Comunque, giusto per non sentire la mia metà borbottare come una pentola di fagioli per tutto il tempo, ho deciso di preparare il kit delle medicine.

Non sono una mamma paranoica, so bene che le farmacie si trovano ogni tre per due soprattutto in Italia.

Ma mi piace comunque avere un piccolo equipaggiamento con i farmaci base che mi possono risparmiare corse folli in cerca di una farmacia di turno in un posto che non conosco alla due del mattino.

Premesso che nessuno di noi ha patologie gravi, questo è il mio personalissimo elenco dei farmaci base che non mancano mai quando andiamo in vacanza.

I farmaci da viaggio per bambini ma non solo indispensabili in vacanza

Questa piccola lista è frutto della mia esperienza e mi ha salvato in diverse occasioni, come per esempio lo scorso anno quando Ringhio ha avuto per due giorni una febbre da cavallo o quando CF  ha visto le stelle per il dente del giudizio.

Il mio kit comprende:

  • paracetamolo, come Tachipirina, in sciroppo per i bambini, in compresse per gli adulti ma anche in supposte. Infatti, in caso di vomito, le soluzioni via bocca sono da scartare per forza;
  • paracetamolo e codeina, come Co-efferalgan per noi adulti, utile quando il dolore è particolarmente acuto come nel caso di mal di denti;
  • ibuprofene, come Nurofen febbre e dolore, uno sciroppo che ho imparato su istruzioni del pediatra a utilizzare per il pupo;
  • termometro;
  • sciroppo per la tosse che quest'anno sembra non voler passare. Ultimamente da quello a base di lumaca ci siamo spostati sul Grintuss;
  • fermenti lattici a volontà, basta anche la classica Enterogermina per tutta la famiglia;
  • farmaci che bloccano la dissenteria (Gelenterum per i bambini e Imodium o Dissenten per gli adulti, oltre alle bustine di Biotrap)
  • prodotti che agiscono all'opposto, cioè combattono la stitichezza, come la mannite oppure le suppostine di glicerina per i bambini (non ho mai usato i clisteri, ma tanti li portano e si trovano bene) e dei lassativi per adulti come Movicol;
  • soluzioni saline e reidratanti, come Idravita, in caso di perdita veloce e consistente di sali minerali;
  • gocce per gli occhi, io preferisco le monouso, come le gocce di Euphralia ideali per lenire gli occhi anche dopo una giornata al mare;
  • disinfettante liquido da tenere in appartamento e le pratiche salviettine monouso da tenere in borsa;
  • cerotti e garze;
  • repellente per insetti;
  • dopo-puntura (io adoro le penne e ho scoperto che ci sono anche quelle apposite per le meduse);
  • crema antistaminica come Polaramin, utile anche per le punture di insetti ma per me vitale in caso di eritema solare (mi è capitato per la prima volta in Croazia una decina di anni fa, mai avuto prima, ma un prurito sulla zona del décolletté impressionante);
  • crema all'arnica per le botte dei bambini;
  • gel aloe vera, che adoro, anche da mettere sulle scottature che mi procuro quando cucino;
  • crema tea-tree che, come per l'aloe, ha mille usi.

Di solito preparo una bustina che tengo in borsa con le quattro cose che potrebbero servirmi sempre, come cerotti, salviettine disinfettanti, repellente per insetti e dopo-puntura.

Come vedete, nel mio kit di medicinali base si trovano farmaci tradizionali affiancati a prodotti omeopatici o più naturali.

Molte persone che conosco mettono in valigia anche un antibiotico a largo spettro. Di norma, se in quel momento non stiamo facendo una cura antibiotica, io non lo metto.

Gli antibiotici, e questo vale anche per quelli a largo spettro, non sono farmaci da prendere alla leggera, soprattutto non sono medicinali da somministrare ai bambini senza chiare e precise indicazioni mediche, per cui non rientrano nel mio elenco base.

Sono curiosa di sapere invece voi cosa fate: portate un minimo di medicinali, fate come mia mamma che addirittura si porta le prescrizioni mediche "perché non si sa mai" o non prendete nulla perché tanto le farmacie ci sono ovunque?

Secondo voi poi devo aggiungere qualcosa alla lista?

Attendo i vostri consigli nei commenti qui sotto.

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Bambini o animali?

In questo mondo pazzo troppo spesso gli animali vengono trattati come figli e i figli come animali.

Ieri alla radio ho sentito che l'attenzione verso gli animali domestici è salita rispetto a quella verso i bambini, tanto che sempre più spesso i supermercati espandono i reparti dedicati agli animali e riducono quelli dedicati ai neonati.

Oramai si sa che l'Italia è un Paese dove le nascite sono sempre più in calo e lo speaker ipotizzava che le coppie fossero più propense a prendere un animale da compagnia piuttosto che a fare un figlio.

Io voglio sperare che la scelta non sia un out-out: chi ha dei bambini può decidere di allargare la famiglia e prendere un animale e chi ha un animale può tranquillamente decidere di fare un figlio.

Bambini e animali

Fin da quando ero piccola ho avuto l'opportunità di vivere a stretto contatto con gli animali domestici: gatti, canarini, pappagalli, criceti, pesci, tartarughe...

Purtroppo non ho mai avuto la possibilità di tenere dei cani, perché i miei genitori hanno sempre pensato che avessero bisogno di stare in un giardino o in un cortile.

Ho rimediato ora che sono grande, "adottando" il cockerdei genitori di CF.

Le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato come la presenza di un animale domestico accanto ai bambini arrechi loro grandi vantaggi.

Vantaggi psicologici

Prendersi cura di un cane, un gatto, una tartaruga...aiuta i nostri figli a diventare più responsabili - mi vengono sempre in mente i telefilm americani, dove a turno ogni alunno porta a casa la mascotte della classe per accudirla.-

La convivenza con un animale aumenta l'autostima, migliora le capacità di osservazione e riduce ansia e stress, come ha ben dimostrato la pet-therapy.

Inoltre, considerando che spesso gli animali da compagnia hanno aspettative di vita differenti dalle nostre, vivere con loro insegna ai nostri figli il ciclo della vita.

Spesso infatti i nostri pets vengono presi quando sono solo dei cuccioli e restano con noi fino a che non muoiono.

Seppur triste, da quest'esperienza ogni bimbo imparerà cheogni cosa ha un inizio e una fine, compresi gli esseri viventi.

Vantaggi fisici

Vivere a stretto contatto con un animale può recare vantaggi anche a livello fisico, non solo psicologico.

Pensiamo infatti a tutti quei bambini che hanno un cane: sono più invogliati ad uscire e questo riduce la sedentarietà e combatte il sovrappeso.

Uscire inoltre significa vedere e incontrare altre persone, stimolando la socializzazione.

Da tempo è stato dimostrato che chi vive a contatto con gli animali corre meno rischi di sviluppare allergie e forme asmatiche.

Inutile sottolineare che si parla sempre di animali ben tenuti, ossia sottoposti a periodici controlli veterinari almeno una volta l'anno e a cui vengono applicate le norme igieniche basilari: pulire frequentemente le gabbiette e le lettiere, così come ceste e cucce dove dormono, non far mai mancare loro acqua fresca e nutrirli in modo adeguato.

Quale animale scegliere?

Ok, avete capito che la convivenza tra animali domestici e bambini è possibile e avete deciso di prenderne uno.

Mi auguro che la decisione sia stata attentamente ponderata e non sia stato frutto dell'impulso del momento.

Non mi stancherò mai di ripetere di non regalare animali per Natale o per compleanno se non siete sicuri che poi vengano accuditi con gioia e amore per sempre.

Gli animali non sono giocattoli e richiedono impegno e costanza, che essi ci restituiscono poi sotto forma di amore e dedizione incondizionata.

Per capire quale animale è il più adatto per la vostra famiglia, il mio consiglio è quello di documentarsi e se possibile di fare una chiacchierata con un veterinario.

Tenete ben presente che, come ogni persona, anche gli animali sono individui unici con una loro personalità: il gatto della bisnonna non si comporterà necessariamente come il gatto che prenderete voi, il cane di vostro cugino non sarà mai uguale al vostro.

Ricordatevi che, qualunque sia la scelta che farete, un animale è come un diamante: per sempre.

Valutate quindi attentamente:

  • quanto tempo siete disposti a dedicargli: pulire la boccia dei pesci è meno impegnativo che badare ad un cane, per esempio;
  • quanto spazio avete: tenere un alano in un appartamento di 75 mq. a mio avviso non è una scelta, è un suicidio;
  • quali sono le vostre possibilità economiche: gli animali hanno un costo: controlli periodici dal veterinario, cibo e un minimo di attrezzatura. Il costo di mantenimento di un cavallo non sarà paragonabili a quello di un canarino.

L'ultimo consiglio importante che voglio lasciarvi è questo: se optate per animali che non stanno in gabbia, abbiate l'accortezza di non lasciarli mai incustoditi con i vostri bambini, soprattutto se molto piccoli.

Detto questo, concludo augurandovi una felice e serena convivenza!

 

 

Aprile dolce dormire, ma come si fa quando i tuoi figli si beccano l'ennesimo raffreddore?

Nasi gocciolanti e tappati comportano notti agitate. I pupi cominciano a russare come trattori, che già in sé è abbastanza fastidioso.

Come se non bastasse, il muco scende lungo la gola provocando dei veri e propri attacchi di tosse.

Non so se capiti anche ai vostri bambini, ma i miei poi a forza di tossire vomitano.

E questo significa: "Mamma, ho bomitato. Posso dormire con te?"

E la povera mamma coadiuvata da un papà che si regge a malapena in piedi dovrà:

. ripulire il figlio di turno che si sarà sporcato;

. convincere l'altro figlio a dormire: "Amore, anche se la luce è accesa adesso è notte e si dorme";

. verificare l'entità del danno (io di solito comunque tolgo le lenzuola e pulisco il pavimento se è sporco senza aspettare la mattina perché l'idea di avere quella sostanza viscida e puzzolente spalmata in camera non mi fa chiudere occhio, quasi come se la pozzanghera potesse mutarsi in un nauseabondo blob);

. cercare di riconquistare il sonno perduto con due pupi nel lettone, incrociando le dita affinché il disastro non si verifichi di nuovo nel talamo nuziale e il figlio di turno non ricopra di vomito i restanti membri della famiglia.

Capite quindi che insegnare ai miei figli a soffiarsi il naso per me diventa più vitale dello spannolinamento.

Quando sono piccoli si fanno quei bellissimi lavaggi nasali, efficaci solo se fatti nel modo giusto.

Va da sé che se il bambino è collaborativo allora il lavaggio si fa nel modo corretto e non esistono problemi di naso tappato.

La Ninfa è sempre stata abbastanza brava, anche quando era già grandicella. Di conseguenza non ho avuto bisogno di insegnarle a soffiarsi il naso presto.

Quando mi ci sono messa secondo me aveva già quasi tre anni e ha imparato in quattro e quattr'otto.

Siccome ovviamente i fratelli non sono uguali anche se nati dallo stesso grembo, Ringhio ha sempre odiato fare i lavaggi nasali.

Per lui farsi iniettare soluzione fisiologica nelle narici o utilizzare le apposite bombolette di soluzione iper/ipotonica equivaleva a farsi scuoiare vivo.

Ora che ha due anni abbondanti e una certa potenza fisica non ci provo neppure con l'aiuto di nonne e padre.

Urge quindi che impari a soffiarsi il naso.

Ma come si insegna ad un bimbo una cosa che per noi è tanto semplice da essere scontata?

Sotto forma di gioco, naturalmente. E queste sono alcune delle soluzioni che ho trovato in rete.

Soluzione A: scomporre l'atto del soffio in azioni singole, cioè: prendere un bel respiro con la bocca e trattenere l'aria gonfiando le guance per poi farla uscire lentamente dal naso. Dopo essersi esercitato per due o tre minuti al giorno per alcuni giorni di seguito,  fare uscire l'aria dal naso in maniera veloce, senza l'uso del fazzoletto. Dopo una settimana il pupo dovrebbe essere in grado di soffiarsi il naso.

Soluzione B: procuratevi  una pallina da ping pong  e  una scatola di scarpe vuota. Mettete la pallina al centro del bordo del tavolo e sul lato opposto la scatola, come se fosse la porta di un campo di calcio. Il gioco consiste nel soffiare con il naso (e solo con il naso e non con la bocca) contro la pallina mandandola verso la scatola per fare goal. Simulate varie gare, coinvolgendo oltre al bambino anche altri membri della famiglia. Quando servirà, dite al pupo di soffiare con il naso come quando giocate con la pallina.

Soluzione C: utilizzate uno specchietto portatile, come quelli doppi che si usano per truccarsi. Fate vedere al pargolo che, quando soffiate col naso sullo specchio, si forma una nuvoletta di vapore e lo specchio si appanna. Fatelo fare anche a lui, magari inventate anche una storiella carina che lo renda più partecipe. Dopo qualche tentativo avrà familiarizzato con il meccanismo.

Soluzione D: mettete la mano del bimbo davanti al vostro naso. Ditegli di prendere fiato e di chiudere ben strette le labbra. Mettete un dito sulla loro bocca per verificare che non soffino con la bocca. Con l’altra mano tenete a pochi centimetri dal loro naso un fazzoletto di carta. Se riescono a spostarlo soffiando col naso, hanno vinto. Anche qui, a forza di esercizi, imparano la giusta tecnica e poi potete passare a fargli mettere il naso dentro il fazzoletto.

Soluzione E: usate dei pezzettini  di carta velina colorata e metteteli in una scatola. Mettete alcuni pezzettini di carta velina sulla vostra mano e fate vedere al bimbo che riuscite a farli volare tenendo la bocca chiusa con la forza del vostro naso. Fate provare anche lui. Dopo alcuni tentativi, chiedetegli di farlo soffiando solo con una narice e chiudetegli l’altra con un dito. Quando diventano abili si possono proporre delle sfide coinvolgendo gli altri membri della famiglia.

Che dire?  Mi sembrano dei metodi simpatici ed efficaci. Stasera comincerò a provare e poi vedremo.

A forza di dai e dai, anche Ringhio riuscirà ad imparare a soffiarsi il naso.

E noi (forse) potremo dormire più tranquilli.

Voi come avete insegnato ai vostri figli a soffiarsi il naso?

 

 

La Pasqua sta arrivando. Se non ce ne fossimo accorti, bastano i prodotti che troviamo esposti sugli scaffali dei supermercati, in bella vista.

Uova pasquali di varie dimensioni imbellettati in carte colorate dalle tinte sgargianti, gallinelle e coniglietti di cioccolato così ben fatti che mangiarli è quasi un peccato, colombe tradizionali e colombe ripiene di creme deliziose…

Destreggiarsi tra queste leccornie non è affatto semplice. Cioccolato al latte o fondente? E su cosa puntiamo, sulla qualità delle materia prima o sulla sorpresa?

Perché quando si hanno bambini  scegliere diventa sempre più complicato.

Quest’anno per noi decidere è stata facile. Ho salutato le uova nei supermercati, che mi chiamavano ipnotici come le sirene di Ulisse “Scegli me, prendimi, assaggiami”.

Ho parlato ai bimbi, spiegando loro che le uova di cioccolato quest’anno sarebbero state diverse. Questa volta, ho detto loro, aiutiamo G.

Chi è G.? G. è compagno di classe del figlio di  un’amica. L’ho incrociato alle feste di compleanno, al parco, fuori da scuola.

G.è malato: soffre di fibrosi cistica, una malattia genetica ereditaria molto grave.

La fibrosi cistica altera le secrezioni di tanti organi, soprattutto polmoni e bronchi, rendendole  molto più dense. A causa di questa viscosità, il “muco” ristagna e diventa terreno fertile per virus e batteri. Va da sé che per chi è affetto da tale malattia anche un banale raffreddore diventa più grave.

Mi sono imbattuta nella fibrosi cistica indirettamente, anni fa, quando una mia cugina scoprì, facendo l’apposito test, di essere portatrice sana.

Per le leggi della genetica, un portatore sano se decide di avere figli con un partner a sua volta portatore sano ha il 25% delle probabilità di avere un figlio malato.

Fortunatamente non è stato il caso di mia cugina.

Da alcuni anni negli ospedali italiani di quasi tutte le regioni i neonati vengono sottoposti ad uno screening volto ad individuare tempestivamente tre (o più, a seconda della struttura) malattie congenite: l'ipotiroidismo, la fenilchetonuria e la fibrosi cistica.

Prima vengono individuate, più facile è rendere migliore la prognosi scongiurando rischi di disabilità o addirittura di mortalità.

Quando è nata la Ninfa, anche lei è stato sottoposto allo screening: una minuscola punturina al tallone per raccogliere qualche goccia di sangue.

Un gesto così piccolo che per tante neomamme può sembrare crudele, ma che in realtà può rivelarsi importantissimo per il nostro bambino.

Ci avevano spiegato sommariamente a che cosa serviva e ci avevano avvertito che la risposta sarebbe stata inviata tramite posta.

Ricordo che, un paio di settimane dopo essere ritornata a casa con il mio pupo, ricevetti una telefonata: era l’ospedale che mi avvisava che la Ninfa era risultata positiva alla fibrosi cistica.

L’infermiera ci spiegò che poteva trattarsi di un falso positivo e che quindi ci avrebbe fissato un nuovo appuntamento per rifare l’esame.

Inutile descrivere l’angoscia dell’attesa, l’ansia di sapere se nostro figlio sarebbe o meno stato malato.

Fortunatamente tutto finì per il meglio. Si trattava solo di un falso positivo. E ricominciammo a respirare.

Ma ancora oggi mi chiedo: come sarebbero state le nostre vite se la Ninfa avesse avuto la fibrosi cistica?

Come quella di G. e di tanti altri bambini, costretti a fare l’aerosol tre o quattro volte al giorno, a sottoporsi periodicamente a controlli a volte anche invasivi, a prendere antibiotici al primo starnuto.

La ricerca può fare molto. Ha già fatto tanto, ma tanto c’è ancora da fare.

Per aiutarla basta un uovo. Basta comperare un uovo di cioccolato per Pasqua (si può scegliere anche qui tra fondente o al latte, entrambi di buona qualità).

Invece di rimpinguare le tasche delle multinazionali che traggono profitto anche da altri prodotti, allo stesso prezzo possiamo avere sia l’uovo che…la gallina. O il coniglio. E aiutare un bambino a respirare.

La decisione è vostra. Un piccolo aiuto può fare davvero la differenza.

E se per l’uovo è troppo tardi, potete sempre fare una piccola donazione dal sito ufficiale www.fibrosicisticaricerca.it

Recentemente mi si è presentata l’opportunità di frequentare un incontro di primo soccorso pediatrico.

L’incontro gratuito, della durata di circa due ore, è stato organizzato dalle educatrici dello Spazio Gioco che frequenta Ringhio.

Il relatore, un infermiere che lavora al Pronto Soccorso, nonché giovane padre, ci ha mostrato la manovra di disostruzione e la procedura  di PBLS (acronimo inglese che sta per Paediatric Basic Life Support, che tradotto per noi non addetti al lavoro significa adoperarsi per supportare le funzioni respiratorie e cardiache intanto che si aspetta l’arrivo dei soccorsi).

L’infermiere è stato davvero bravissimo. Non si è trincerato dietro termini tecnici troppo difficili da capire, ha tenuto con noi genitori  un approccio amichevole e molto cameratesco, cercando di essere il più chiaro e coinvolgente possibile.

Avevo già frequentato un corso di primo soccorso anni e anni fa ma avendo ora due bambini mi è sembrato più che doveroso non farmi scappare questa opportunità.

La cosa che mi ha colpito di più della lezione è stata la seguente affermazione: “Noi in Italia non abbiamo la cultura del primo soccorso”.

Ed è vero, perfettamente e tragicamente vero.

Sono andata al corso solo ora che ho dei figli, proprio perché nel ruolo di madre mi sento in dovere di essere preparata ad ogni eventualità.

Ma non sono solo una mamma. Sono una figlia, una compagna, un’amica…Forse tengo meno alla vita degli altri rispetto a quella dei miei bambini? Se succedesse qualcosa a mio padre, per esempio,  non mi sentirei  forse male pensando di non essere in grado di aiutarlo?

E allora perché ho sentito la necessità di farlo solo ora?

E non parlo solo per me: quasi la totalità dei presenti ha ammesso di essere lì in qualità di genitori.

Sempre all’interno di questa mancanza gravissima a livello socio-culturale, l’infermiere ci ha fatto notare questo: “I vostri bambini sono in grado di chiamare i soccorsi se voi state male? Sanno aprire la porta ai soccorritori?”

Anche qui vuoto totale. Al di là di quei genitori con bambini ancora piccoli (anche Ringhio per ora rientra in questa categoria), credo che a nessuno sia mai venuto in mente di insegnare ai propri figli cosa fare in caso di emergenza.

Davvero, mettiamo il caso che improvvisamente io svenga. Cado giù come una pera sul pavimento e sono sola in casa con i pupi. I nonni non ci sono, il papà neppure. Classica situazione in cui potremmo trovarci tutte.

Su Ringhio non posso certo fare affidamento. Ma la Ninfa, che ha quattro anni, potrebbe fare la differenza: basta un vecchio cellulare con memorizzato il numero dei soccorsi (che per la Lombardia è diventato 112, come tutti dovremmo sapere), e schiacciando solo un numero, per esempio l’1, parte la chiamata.

La posizione dovrebbe essere rilevata in automatico, ma farle imparare a memoria l’indirizzo di casa è utile e non solo in questi casi.

Poi si fa affidamento sulla preparazione dell’operatore del centralino e sulla velocità dei soccorritori.

Lei sa già aprire la porta di casa (cosa che peraltro sa che non deve fare normalmente). In caso, insegnarlo può far risparmiare tempo ai soccorritori, che altrimenti devono aspettare l’arrivo dei pompieri.

Sono piccole accortezze ma che possono veramente aiutarci.

Lo sa bene quella mamma inglese incinta caduta dalle scale: la storia ha avuto un lieto fine grazie ad Emma che, a tre anni, è stata in grado di chiamare i soccorsi.

Credo che un altro “tranello” in cui tutti cadiamo sia: massì, non sarò così sfigato che capiti proprio a me.

Ecco, forse cambiare questo modo di pensare sarebbe già un enorme passo avanti.

Ma dai, fare il corso è inutile, stiamo sempre attenti a quello che diamo da mangiare al pupo e mica lo facciamo giocare con le sorprese dell’ovetto Kinder.

Credetemi (e parlo per esperienza diretta), basta una volta, un piccolo incidente. Vostro figlio ingerisce qualcosa e rischia di soffocare.

Pensate che i soccorritori arrivino in tempo per salvarlo? Volete davvero rischiare che vostro figlio perda la vita perché voi non sapete cosa fare?

O magari pensate di improvvisare e andare a spanne (pacche sulla schiena, afferrare il pupo e metterlo a testa in giù, dargli da bere un bel bicchiere d’acqua…Cose che nella fattispecie sono pure sbagliate).

Oppure se siete tecnologici vi basta affidarvi all’onnisciente Internet?

Siamo genitori che vogliamo il meglio per i nostri figli, anche a livello di sicurezza.

Non ci verrebbe mai in mente di non utilizzare il seggiolino o di mettere nostro figlio sul sedile anteriore intanto che viaggiamo.

Ma chissà perché invece ce ne freghiamo delegando la responsabilità di agire ad altri.

Sforziamoci di non rimanere passivi, attiviamoci noi per primi e non solo nei confronti dei nostri bambini.

Sapere come agire in determinate situazioni fa la differenza, a volte anche fra la vita e la morte.

La primavera sembra essere arrivata.

Da alcuni giorni qui da noi c'è un caldo anomalo, con temperature che durante le ore pomeridiane sfiorano i 20°C.

Oggi ho perfino visto le prime farfalle gialle svolazzare in giardino!

Sono contenta che tra poche settimane ci lasceremo l'inverno alle spalle, anche se non è stato un inverno particolarmente rigido o lungo.

Anomalo, questo sì. Come mi sembra strano questo caldo così precoce.

A me piace la primavera. Mi piace la natura che si sveglia pian piano, mi piace sentire il tepore dei raggi del sole, mi piacciono le giornate che si allungano.

Avere più ore di luce a disposizione mi da l'impressione che la giornata sia più lunga e quindi che ci sia più tempo a disposizione.

Se io quando arriva la primavera subisco un'impennata di energia, lo stesso non si può dire per i pupi.

Da qualche tempo infatti la Ninfa, sempre così vitale, continua a dire di essere stanca.

E' vero, la mattina si alza presto, verso le 6,30.

Ma ora quando si siede a tavola per fare colazione dopo pochi minuti sospira e dichiara: "Mamma, sono stanca!"

Invece prima era già intenta a scegliere i giochi da usare prima di andare all'asilo.

Anche il pomeriggio, quando rincasa, si siede e fa merenda svogliatamente.

Poi si assopisce guardando i cartoni animati.

Questa per noi è una novità, perché la Ninfa non ha mai dormito volentieri il pomeriggio neppure quando era neonata.

Ringhio invece si dimostra scontroso e irritabile quasi al limite dell'insopportabile.

Ha frequenti attacchi di nervosismo, se non riesce a fare qualcosa come vuole lui butta tutto all'aria, frigna ed è più appiccicoso del solito.

Come dice un'anziana zia di mia mamma: "Hanno il mal di primavera".

Ho sempre pensato che fosse una diceria da vecchie comari, salvo poi ricredermi.

Il "mal di primavera" esiste, eccome.

Senso di stanchezza, sonnolenza, svogliatezza, a volte anche inappetenza e insonnia, sono i sintomi più comuni provocati dal cambio di stagione.

Un aiuto per i nostri piccoli passa per prima cosa attraverso il cibo: privilegiare frutta e verdura di stagione (si cercano stratagemmi ed escamotage per far mangiare broccoli e cavolfiori alla mia prole che da quest'anno non ne vuole sapere), proteine, grassi e carboidrati seguendo i consigli della famosa piramide alimentare.

La luce del sole ha grandi effetti benefici su adulti e bambini, per cui è il momento di privilegiare attività all'aria aperta.

Un consiglio: non strutturate il tempo dei vostri figli, non tartassateli di attività sportive. Una passeggiata o una chiacchierata sulla panchina del parco vanno bene ugualmente.

Visto che i bimbi si sentono stanchi, lasciamo che decidano loro che attività (o non attività) vogliono fare: un pò di  sana noia non ha mai fatto male a nessuno!

Inoltre occhio alle ore di sonno: in media un bambino di 1-3 anni ha bisogno di dormire circa 12 ore nel corso della giornata.

Io, sempre basandomi sulla saggezza popolare -poi ovviamente confermata dalla pediatra di fiducia- ho introdotto la pappa reale nella dieta dei bambini.

Utilizzo quella dell'Equilibra e ne do loro una fialetta da bere la mattina.

Mi sembra che faccia effetto, nel senso che la Ninfa non si aggira più per la casa trascinando i piedi come una novantenne.

Speriamo che sia solo un periodo di assestamento dovuto alla primavera, altrimenti mi si prospettano tempi davvero duri.

Per le mamme ho letto che si può fare un buon integratore seguendo questa ricetta:

100 gr di allegria,
25 gr di simpatia,
200 gr di bontà,
250 gr di pazienza,
300 gr di amore,
un pizzico di fantasia,
una spruzzatina di severità.

Miscelare il tutto e consumare la mattina appena alzate.

Fatemi sapere se funziona!