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Uno dei momenti più caotici nella mia giornata di mamma lavoratrice è sicuramente la mattina.

Una settimana al mese posso contare sulla presenza di CF che rincasa dal turno di notte una decina di minuti prima del trillo della sveglia.

Il che significa che posso contare sull'aiuto di un papàstanco ma volenteroso.

Quando invece non c'è, abbiamo una nostra tabella di marcia ben collaudata.

Tale tabella è frutto di mesi di prove: far alzare i pupi alla tal ora piuttosto che alla tal altra, concederci venticinque minuti per la colazione anziché venti, calcolare quanto ci impiegano a lavarsi e vestirsi...

Nulla o quasi è stato lasciato al caso.

Ma ultimamente la nostra routine mattutina sta andando a rotoli.

Sarà che i bambini sentono la primavera, ma la mattina sta diventando un delirio.

Innanzi tutto la pupa, che non ha mai avuto problemi a svegliarsi, è diventata peggio della Bella Addormentata: non la svegliano nemmeno le pacche selvagge di quel bruto di Ringhio.

Praticamente impiego un buon quarto d'ora solo a farla scendere dal letto.

Dopodiché, benché la Ninfa sia ancora in fase zoombie, riesce comunque ad infastidire il fratello, che la mattina prima di bere la sua tazza di latte (che deve essere tiepido e dolcificato con una punta di miele e sempre servito nella solita tazza) è davvero intrattabile.

Questo genera una lite in piena regola: i bambini si fronteggiano in mutande come due lottatori greco-romani.

Di solito scatto giusto in tempo prima che si saltino addosso e li minaccio di indicibili torture se non si svegliano a prepararsi.

La Ninfa sbuffa e brontola mentre si infila i vestiti, accusandomi di essere una cattiva mamma perché aiuto Ringhio a vestirsi mentre lei deve fare tutto da sola.

Punto nel suo orgoglio mascolino, il pupo mi scansa e pretende di vestirsi da solo, il che implica una perdita inestimabile di preziosissimi minuti.

Lascio i bambini al loro destino e comincio a preparare la colazione.

Loro bofonchiano tra i denti, si scambiano improbabili minacce, sibilano cose offensive al ritmo del mio incalzante "Sveglia, ma sveglia!"

Poi tutti a tavola e qui scatta la gara: vince chi finisce prima. Ma no, mi incazzo, è importante mangiare lentamente -ma non troppo, eh- masticare bene e stare seduti composti ed educati.

Loro ci provano ma la scintilla della competizione è sempre lì, la vedo brillare nei loro occhi ormai vispi.

Finita la colazione, di solito c'era abbastanza tempo per fare altro.

Ora non è più così: i bambini sulle note del mio perenne "sveglia che è tardi" vanno in bagno per lavarsi i denti mentre io mi precipito a sistemare i letti.

Mentre sto rigovernando come una perfetta massaia, loro stanno allegramente allagando il bagno: il nuovo gioco di questi giorni direttamente importato dalla materna è lanciarsi l'acqua addosso. Con la bocca, è ovvio.

Quindi, masticando imprecazioni, recupero uno straccio e asciugo l'acqua dal pavimento, verifico lo stato dei vestiti e spedisco i bambini a mettersi giacca e scarpe.

Quando sono già sull'uscio di casa, un implorante miagolio mi fa venire in mente che devo dare da mangiare ai gatti e al cane.

Inutile dire che, intanto che dispenso crocchette come se non ci fosse un domani (poi non chiedetevi perché i miei pets sono così grossi), Ringhio e la Ninfa hanno ripreso a litigare per un nuovo e indefinito motivo.

Li sospingo fuori di casa e li faccio marciare fino alla macchina.

"Su, forza, sveglia"

E partiamo per la materna. Arriviamo, li scarico e li accompagno dentro.

Prima riuscivo a spogliarli ora invece: "Forza, date un bacio alla mamma che è tardi. Su, su da bravi!"

A stento mi trattengo dal dire "Sveglia!" alla maestra del pre-scuola che, con passo lento, arriva a salutarmi.

E "Sveglia, forza!" è quello che ripeto per tutto il viaggio: agli automobilisti lenti, ai pedoni che attraversano le strade, ai semafori che non scattano.

Non so, secondo voi come si fa a non essere stressate?

Così comincio la mia frenetica giornata.

Ve lo dico io: nella mia prossima vita voglio reincarnarmi in una tartaruga!

Altro che "Sveglia, su forza!"

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Ci è sempre piaciuto viaggiare, sia quando si parte per le tanto sospirate vacanze sia che si tratti di viaggi più brevi, come le classiche gite fuori porta.

Poi sono arrivati loro, i bambini.

Ma non abbiamo smesso di viaggiare, ci siamo limitati a cambiare alcune modalità per inglobare anche i pupi.

Dopo l'arrivo dei nostri figli per questioni organizzative abbiamo sempre preferito spostarci con l'automobile, anche quando il viaggio era lungo.

Tre anni fa per esempio con una Ninfa piccola e Ringhio ancora nella pancia siamo andati a Tossa de Mar, in Costa Brava.

La Ninfa ha sempre amato viaggiare, soprattutto in macchina.

Credo che avrà pianto sì e no cinque o sei volte da quando è nata e solo perché aveva fame.

Solitamente quando era piccola l'effetto soporifero legato all'automobile la stendeva non appena vedeva il seggiolino.

Ringhio ovviamente è di un'altra pasta: lui odia profondamente l'automobile, odia il seggiolino, odia l'abitacolo, odia non poter stare in braccio a me o muoversi liberamente.

E questo ha reso i viaggi con lui una vera tortura: dopo dieci minuti inizia a piangere e non smette più, può andare avanti anche per due ore e mezza a meno che non ci fermiamo e lo liberiamo.

Non ho idea di come abbiamo fatto a continuare a viaggiare con lui senza abbandonarlo a bordo autostrada o senza imbavagliarlo.

Ma siamo sopravvissuti e ora siamo fuori dal tunnel: la Ninfa ha cinque anni e Ringhio tre, per cui viaggiare in auto con loro dovrebbe essere più piacevole.

Ho detto "dovrebbe".

Spostarsi con due pupi di questa età in realtà è una vera e propria agonia, una fonte ineguagliabile di stress.

"Mamma, dove andiamo?"- chiede la pupa regolarmente nonostante le sia già stato spiegato tutto l'itinerario, sia che si tratti di una gita sia della classica spesa all'ipermercato.

Dopo dieci minuti: "Mamma, siamo arrivati?"

Dopo venti minuti: "Papà, siamo arrivati?"

Dopo mezz'ora: "Ma non siamo ancora arrivati?"

Dopo quaranta minuti: "Quanto ci vuole ancora?"

Dopo cinquanta minuti:" Quando arriviamo?"

Dopo un'ora: "Ma uffa perché non siamo ancora arrivati?"

Sopra l'ora non ci sono pervenute informazioni perché la bambina finalmente cade in un sonno profondo.

Ma non preoccupatevi, perché tutto si ripete nello stesso modo non appena si risveglia.

Nei dieci minuti che intercorrono tra una domanda e l'altra non è che la pupa stia zitta, eh.

Ci diletta con canzoni a volte anche inventate o ci racconta storie dal finale tragico, del tipo:

" C'era una volta una famiglia di orsetti che partiva per un viaggio. E viaggiavano, viaggiavano, viaggiavano ma non arrivavano mai da nessuna parte. Stavano sempre in macchina, finché il papà diventava vecchio e non riusciva più a vedere niente. A quel punto faceva un incidente e moriva. Così la macchina si fermava e gli altri potevano scendere."

Oppure stuzzica suo fratello che da quando ha accettato il seggiolino vive il viaggio in una nuova dimensione contemplativa: si siede e inizia a guardare fuori dal finestrino senza proferire suono e con lo sguardo fisso.

Inquietante, senza dubbio, ma almeno le orecchie riposano.

A meno che la Ninfa non lo trascini in qualche gioco strano che prevede inevitabilmente come finale una sonora litigata.

A questo punto subentra CF che, con il suo vocione da orso, comincia a minacciare i due, i quali ovviamente non fanno una piega, ben sapendo che can che abbaia non morde.

Quando le cose cominciano a prendere davvero una brutta piega, scatta il piano B.

"Chi vuole una caramella?"

Con il dolcetto in bocca, i tre tacciono e nell'abitacolo torna la pace.

Peccato non duri molto.

"Mamma, cappa pipì" ci informa Ringhio con la sua parlata incerta e stentata.

"Dai, resisti che qui non ci possiamo fermare"

"Cappa fotte" (trad. "Mannaggia, mi scappa proprio forte!")

E per dare maggior enfasi Ringhio stringe occhi e pugni.

CF si ferma appena può e si fa fare pipì a Ringhio.

Non appena partiamo, è la volta della Ninfa.

"Mamma, mi scappa la pipì"

"Ma come, ci siamo appena fermati!"

"Sì, ma quando ci siamo fermati non mi scappava. Ora sì"

CF comincia ad alterarsi sul serio. Vedo il rossore che dal collo si propaga lentamente al resto del viso. Stringe forte il volante e le mascelle.

Propongo di fare un gioco, uno di quei classici giochi da viaggio, tipo "contiamo quante auto rosse vediamo".

Questo distrae i bimbi per una decina di minuti, poi ricominciano a litigare.

"L'ho vista prima io!"

"No, io!"

"No, io io io".

E a questo punto: "Chi vuole una caramella?"

Ripetete la sequenza per un numero X di volte, sostituendo la frase "mi scappa la pipì" con "ho sete" oppure "ho fame".

Riprendete poi il tutto da "Mamma siamo arrivati?" finché non avrete raggiunto la vostra destinazione.

Vi auguro un buon viaggio, sereno e rilassante, in compagnia della vostra famiglia.

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Delegare è un'arte che non si impara dall'oggi al domani, specialmente se sei una mamma e, peggio ancora, se sei una mamma della peggior specie, ossia una mamma con manie di controllo e di perfezionismo, come per esempio la sottoscritta.

Delegare, però, è quell'atto che ti impedisce di impazzire e di commettere omicidi in special modo se, come me, sei anche una mamma lavoratrice.

Noi mamme siamo più che consapevoli che un semplice imprevisto può scatenare il temutissimo effetto domino sulle attività dell'intera giornata.

Perciò, soprattutto quando si lavora, imparare a delegare diventa una questione di sopravvivenza sia per noi stesse che per gli altri.

Ma non ci si improvvisa esperte in questo campo così, dall'oggi al domani.

Come per molti lati del carattere, per delegare bisogna avere una certa predisposizione.

Se però anche voi ne siete sprovviste, non disperatevi, ché si può sempre rimediare.

Per prima voglio spiegarvi perché è utile delegare.

Delegare: perché fa bene

Per quanto possiate essere in gamba, care amiche, rassegnatevi: nessuno ha il dono dell'ubiquità.

Se siete al lavoro, fisicamente non potete essere da un'altra parte, come ad esempio a prendere i pargoletti all'uscita da scuola.

Ma se tutte difettiamo sull'ubiquità, allo stesso modo tutte siamo oberate da un grave fardello: il senso di colpa per la qualsiasi.

Il senso di colpa è come un tarlo: si scava lentamente ma inesorabilmente una via per arrivare fino al cuore.

E, si sa, il cuore di una mamma è tenero e vulnerabile.

Chi ha dei figli ve lo può confermare: non riuscire a fare qualcosa per i nostri bambini innesca immediatamente il senso di colpa che a sua volta ci sprona a fare sempre di più per compensare  questa presunta mancanza e genera così una mole indicibile di stress.

Lo stress, ormai è noto ai più, fa invecchiare precocemente, ci rende irritabili, stanche e nevrasteniche.

Per quanto quindi continuiamo ad affannarci, senza l'aiuto degli altri siamo destinate prima o poi a soccombere a quello che è il nostro peggior nemico.

Perché è difficile imparare a delegare

Da quando sono mamma quella di delegare è la lezione che mi è risultata più difficile da imparare.

La parola stessa, "delegare", per me è sempre stata sinonimo di debolezza.

Io, vissuta con la certezza del "chi fa per sé fa per tre", ho sempre ritenuto che chi delega nella maggior parte dei casi lo fa perché è pigro e non ha voglia di sbattersi.

Niente di più sbagliato. Studi recenti infatti dimostrano come delegare sia in realtà utile e salutare anche per le aziende.

E se va bene per loro, perché non dovrebbe andare bene anche per la famiglia?

Delegare: perché è indispensabile

Riflettiamo un attimo: davvero voi preferite arrivare a sera nervose, stanche e irritabili perché vi siete fatte carico di ogni singola cosa, dalla spesa alla consegna di una pratica nei tempi previsti, mentre gli altri membri della famiglia vi appaiono freschi e riposati?

Con queste premesse, come pensate di poter godere della compagnia dei vostri bambini?

Si fa tanto parlare di tempo di qualità ma quando si arriva a certi livelli di stress già avere del tempo diventa un'utopia.

Ecco perché delegare diventa indispensabile.

Immaginate che tutti gli impegni e i compiti che avete siano dei sassi contenuti in una grossa cesta.

Ogni giorno voi dovete percorrere un sentiero accidentato, magari una salita bella ripida, con questa cesta sulle spalle.

Accanto a voi ci sono altre persone con le loro ceste, a volte più piene della vostra a volte meno.

Ora, magari chi ha meno sassi si offre di darvi una mano.

Voi che fate: gli consentite di trasportarne uno al posto vostro oppure no?

Si parla tanto di collaborazione in famiglia e collaborare, come si nota dall'etimologia stessa, vuol dire "lavorare assieme".

Come imparare a delegare

Come per la maggior parte dei problemi, lo step numero uno è riconoscere di avere un problema.

Nel nostro caso, significa riconoscere di non potere fare tutto da sole.

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la giornata è fatta da ventiquattro ore e non sempre abbiamo il tempo per fare tutto perfettamente.

Per cui, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti con la realtà e cercare delle persone che collaborino con noi.

Che sia il nostro partner, i nonni, la tata o la maestra, la cosa principale è che dobbiamo imparare a fidarci di loro.

Avere fiducia in chi ci sta accanto non è così facile e scontato come sembra.

Volete un esempio banale?

Onestamente, pensate a tutte quelle volte che avete affermato:

"Non gli spiego neanche quello che deve fare, perché faccio prima a farlo da sola e lo faccio anche meglio".

Quante volte lo facciamo?

Invece dobbiamo sforzarci e imparare a comunicare, a spiegare come deve essere fatta una determinata cosa.

Una buona comunicazione sta alla base di una fruttuosa collaborazione.

Personalmente sono rimasta piacevolmente sorpresa una delle prime volte che CF si è occupato di mettere i bambini a letto.

La mia routine serale di solito è questa: ci si lava, poi pigiama, tisana, denti, favola della buona notte, baci, abbracci e buona notte.

Quando CF mette a letto i bambini, la sequenza invece è questa: doccia, pigiama, latte, denti, gioco del mostro, film nel lettone e i bambini, stremati, sono nel mondo dei sogni.

Il risultato è sempre lo stesso, il modo in cui è stato raggiunto è differente, ma non meno valido.

Accettare che le cose non vengano sempre fatte come vogliamo noi implica tanta maturità.

Delegare e organizzare

Delegare diventa un punto di forza anziché una debolezza: se delego ho più tempo a disposizione per fare altro, magari anche per riposarmi un po'.

Chi delega di solito ha ottime capacità organizzative.

Per prima cosa sa stilare una lista di priorità, in secondo luogo è consapevole che gli altri possono portare a termine l'incarico che è stato loro affidato nei tempi previsti ed infine sa come far fruttare il tempo che ha a disposizione.

In parole povere,chi delega è come un generale che ha ben chiara la strategia da attuare.

E come in tutte le guerre, un buon generale sa che anche l'aiuto di un soldato semplice può fare la differenza.

Quindi, care amiche, ve la sentite di fare il salto e passare da mamme accentratrici a mamme deleganti?

 

 

 

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Domani sarà il primo giorno di primavera.

Secondo il calendario, almeno.

Perché basta guardare fuori dalla finestra per accorgersi del contrario: attualmente qui da me scende pioggia alternata a qualche fiocco di neve.

Insomma, sembra che quest'anno l'inverno non  voglia proprio mollare e cedere il passo alla bella stagione.

Io però, in barba alle avverse condizioni meteo, mi sto già preparando all'arrivo della primavera.

Come?

Non pensandoci affatto.

Perché la primavera per una mamma significa soprattutto una sola cosa: il cambio degli armadi dei propri figli.

Non c'è niente di così odioso, faticoso, aberrante e alienante del cambio di stagione degli armadi dei pargoli, nemmeno il nostro.

Questo perché normalmente noi non incorriamo in importanti modifiche fisico-strutturali di stagione in stagione.

Il che significa che quel che ci andava bene la primavera scorsa novantanove su cento ci andrà bene anche questa primavera, salvo non siate state così brave e fortunate da essere finalmente riuscite a perdere peso.

Inutile sottolineare come io non rientri in questa cerchia privilegiata, vero?

Certo, c'è la questione dei trendy di stagione e dei nuovi must, ma tutto sommato sono cose che possiamo tranquillamente riuscire a gestire archiviando i capi che sono definitivamente fuori moda e sostituendoli con qualche oufit più attuale.

Ma il cambio armadio dei bambini è un altro paio di maniche.

Prendiamo per esempio il caso di mia figlia.

La Ninfa è cresciuta di quasi dieci centimetri rispetto allo scorso anno, anche se a livello di peso è rimasta praticamente invariata (l'ho già detto, vero, che non somiglia a me?).

Il che significa che è praticamente impossibile che a primavera potrà indossare qualche capo della scorsa stagione.

Ma ci sono tutti quei vestiti regalati o accantonati gli anni precedenti che sono da rivalutare.

Non fatevi trarre in inganno dal verbo "rivalutare", perché sembra quasi innocuo ma non lo è affatto.

"Rivalutare" significa che la povera madre,  flippata per aver passato dieci ore fuori casa per lavoro, dopo aver imbastito alla bell'è meglio una cena commestibile , dopo aver fatto il minimo sindacabile per rendere la casa agibile, deve trascinare giù dal solaio scatole di abiti e convincere la figlioletta, con lusinghe alternate a minacce,  a provarsi i vari capi per vedere se le vanno bene oppure no.

Putacaso che la bimba adori sì provarsi i vestiti, ma che abbia anche una particolare propensione a non volersi levare il vestitino vichy nuovo nuovissimo perché le sta tanto bene e che voi perdiate un'altra ora del vostro già scarso tempo per convincerla?

Moltiplicate questo intero processo per il numero di abiti che dovete rivalutare, sommatelo alla stanchezza della madre, sottraete le ore di tempo perse, dividete infine per la pazienza che non è un numero infinito anche se tendente ad esso e avrete ottenuto il risultato di quanto la primavera possa essere una vera rottura di palle per una mamma.

Prepararsi all'arrivo della primavera è una faccenda seria e bisogna giocare d'anticipo.

Ecco perché, dall'alto della mia esperienza, mi sento abbastanza accreditata per darvi questi preziosi suggerimenti:

  1. procuratevi dei buoni integratori per aiutarvi contro la stanchezza fisica e psicologica, come per esempio del magnesio;
  2. cercate di fare una leggera attività sportiva, qualche flessione o qualche squat che vi aiuteranno nel sollevamento degli scatoloni;
  3. non sottovalutate l'importanza dello streching: non vorrete mica ritrovarvi con il colpo della strega o lo stiramento dei muscoli delle gambe dopo aver rincorso quel velocista di vostro figlio che non ne vuole affatto sapere di provare i vestiti?
  4. meditate di comperare qualche nuovo oggetto per la casa, come per esempio un nuovo vaso Lalique per sostituire quello che si è inavvertitamente frantumato quando il vostro invasato figlio treenne ha lanciato la scarpa da ginnastica che stavate tentando di infilargli al piede;
  5. cercate di rilassarvi, ascoltate musiche zen, utilizzate gocce di olio essenziale alla lavanda e curate l'alimentazione: no ai fritti e ai cibi troppo elaborati sì a frutta e verdura di stagione: provate a riacchiappare il figlio di turno dopo aver mangiato la polenta con lo spezzatino o la parmigiana di melanzane!

Quando avrete fatto il cambio degli armadi dei vostri bambini, passate subito al vostro: sono abbastanza sicura che la vecchia gonna che l'anno scorso non vi entrava più ora, come per magia, vi calzerà a pennello.

Con questi cinque semplici consigli, care mamme, vedrete che arriverete alla primavera  fresche, riposate e in forma smagliante.

E se vi fa piacere, potete indicarmi voi quali sono le vostre strategie per prepararvi all'arrivo della belle stagione.

Ne farò davvero tesoro, credetemi.

 

 

 

 

Che io abbia un debole per la pasta sfoglia è una cosa nota.

La pasta sfoglia è quella base che, anche se non semplice da preparare, da la possibilità di realizzare piatti appetitosi sia nella versione dolce che salata.

Era da un po' che la Ninfa mi chiedeva se poteva organizzare una merenda con qualche amica.

Siccome però lavoro e torno a casa per l'ora di cena, durante la settimana è impossibile organizzare queste cose.

Allora ho fatto una sorpresa alla mia pupa: una merenda con le sue amiche domenica pomeriggio.

Ho deciso di preparare qualcosa di dolce e qualcosa di salato, affidandomi a lei, la pasta sfoglia.

Come preparare la pasta sfoglia

La pasta sfoglia è una preparazione lunga ma anche soddisfacente.

Non è una cosa che preparo spesso, ma se ho tempo e l'estro giusto lo faccio volentieri.

Se volete provare anche voi, questa è la ricetta che seguo io.

Ingredienti per la preparazione della pasta sfoglia

Per preparare la pasta sfoglia, vi serviranno questi ingredienti:

  • 250 gr.di farina
  • 125 ml. di acqua fredda
  • 190 gr. di burro
  • 1 cucchiaino di sale

Procedimento per la preparazione della pasta sfoglia

Ora vi spiego come fare la pasta sfoglia.

Per prima cosa fate sciogliere 40 grammi di burro e lasciatelo raffreddare.

Una volta che sarà pronto, prendete una boule e versateci la farina.

Al centro formate una buca in cui verserete il burro fuso, l'acqua e il cucchiaino di sale.

Impastate bene, formate una palla, fateci una croce sopra con un coltello e mettete a riposare in frigorifero per mezz'ora.

Passato questo tempo, prendete il panetto e cominciamo a fare i "giri" della sfoglia.

Su un piano infarinato stendete la palla a forma di X utilizzando ciascuno degli spicchi formati dalla croce.

Al centro mettete i restanti 150 grammi di burro freddo di frigo. Sovrapponete i quattro lembi di pasta e chiudeteli bene.

Stendete il panetto con il matterello dandogli la forma di un rettangolo.

Piegate un terzo della sfoglia verso il centro e poi piegate sopra questo anche il terzo all'estremità opposta.

Fate riposare in frigo per trenta minuti.

Riprendete la sfoglia e stendetela con il matterello ruotandola di 90 gradi e poi sovrapponete i lembi come prima.

Riponetela di nuovo in frigo per 30 minuti.

Fate questo per sei volte (i famosi giri della sfoglia) ed infine avrete la vostra sfoglia pronta per essere utilizzata.

Meglio se la fate riposare ancora per un'oretta.

Girelle salate al prosciutto

Ora che la vostra sfoglia è pronta, possiamo fare le girelle salate al prosciutto.

Preriscaldate il forno a 200° gradi.

Prendete il panetto di pasta sfoglia e stendetelo in un rettangolo su cui riporrete le fette di prosciutto (un etto sarà sufficiente).

Arrotolate la pasta sfoglia dal lato più lungo e mettete il tutto a riposare ancora una ventina di minuti frigo.

Tagliate il rotolo a fettine dello spessore di circa un dito e fatele cuocere per venti minuti.

Sfornate, fate intiepidire e le vostre girelle sono pronte per essere gustate.

Io le ho servite su uno stecco, con un bel fiocchetto colorato.

Sapete qual è il bello di questa ricetta? Che per velocizzarla ulteriormente potete utilizzare un rotolo di pasta rettangolare già pronta.

Ed ecco qui le girelle di pasta sfoglia salate.

Potete sbizzarrirvi utilizzando affettati diversi o aggiungere anche della fettine di formaggio.

Vedrete che saranno un vero successo!

Con questa ricetta partecipo all'iniziativa "Le merende dei bambini" promossa da alcune blogger del gruppo Progetto Blog.

Se volete, ecco qui il link alle altre gustose ricette:

In Cucina con Sissi

Pasta and other stories

Nonnapaperina

biscotti di pasta frolla farciti di marmellata

Hashtagmamme

Provatele tutte e fatemi sapere cosa ne pensate!

 

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La mamma malata è una tipologia di mamma talmente rara che a confronto è più facile imbattersi casualmente in un rinoceronte di Sumatra che in lei.

La mamma malata è talmente rara non perché la mamma non si ammali mai, ma perché quando capita (e comunque assai sporadicamente), la mamma continua a vivere la propria esistenza come se fosse sana.

Si alzerà al mattino prima di tutti gli altri, sentendosi magari un tantino fuori forma, imputando i dolori ossei all'ennesimo gomito del figlioletto piantato amorevolmente nelle costole durante la notte.

Preparerà la colazione, infischiandosene dei brividi di freddo, provocati sicuramente dal riscaldamento che non è ancora partito.

Mentre si guarda allo specchio, il naso rosso e gocciolante, le gote colorite sul viso pallido e gli occhi luccicanti, deciderà con una diplomatica alzata di spalle che oggi madre Natura ha messo in risalto proprio quei dettagli che tenta invano di valorizzare ogni giorno con sapienti dosi di trucco costoso.

La mamma ammalata si vestirà a strati, nel senso che indosserà almeno mezzo guardaroba in modo strategico per tentare di tenere a bada gli sbalzi termici, ché tanto la mezza stagione non c'è più, la mattina ti svegli al polo Nord e mezz'ora dopo sei più sudata di un escursionista nella foresta Amazzonica.

Dopo aver ficcato chiavi, portafoglio e fazzoletti in borsa, si appresterà a portare i pargoli nelle rispettive scuole, mentre il marito le lancia uno sguardo distratto, pensando che non ha proprio una bella cera, ma tanto non si ammala mai, sarà un po' di stanchezza o magari è proprio "in quei giorni", speriamo di no che stasera vuole vedere la sua trasmissione preferita in pace.

La mamma malata ignora i sintomi della malattia.

Il suo cervello si è evoluto in modo tale da razionalizzare ogni piccolo segnale e collegarlo ad altre cause meno pericolose.

L'evoluzione della specie ha fatto in modo che la donna, non appena diventa mamma, si costruisca una serie di false verità a cui attenersi in caso di estrema necessità.

Seguendo questi istintivi protocolli mentali, la mamma malata si dedica alle sue abitudinarie faccende.

A volte la mamma malata si rende conto di essere un tantino fiacca, ma il suo cervello è lì pronto a fornirle tutta una serie di possibili motivi, dal calo di magnesio al calo di zuccheri al cambio della pressione atmosferica.

Quindi la mamma malata prosegue trascinandosi tra una faccenda e l'altra, girovagando in stato di semi incoscienza.

La mamma malata mette il pilota automatico e a tratti ha quasi l'impressione di astrarsi dal suo corpo fisico, ma sicuramente è l'autosuggestione dovuta al film che ha visto la sera prima.

Alla mamma malata non viene minimamente in mente di ricorrere all'uso di un buon termometro per vedere se può avere la febbre.

Del resto, si sa, la mamma non si ammala mai.

Se madre Natura, che lei pure è mamma, si ammalasse, dove finiremmo tutti?

E infatti per la sopravvivenza della specie la mamma non si può ammalare.

Immaginate cosa succederebbe: bambini in balia di padri che in inverno li portano a scuola con la maglietta a mezze maniche, che usano l'aspirapolvere per fare i codini alle figlie, che comperano surgelati invece che portare in tavola i cavoletti di Bruxelles bio a Km zero, la polvere che ricopre ogni superficie della casa, il bagno in stato di inagibilità, gli animali domestici tornati allo stato brado...

E su tutto lei, la più temuta, la Nemesi di ogni mamma: la suocera che decide di farvi visita proprio quando vi siete decise ad ammettere che forse, sì, siete un pochino malate, magari avete preso l'influenza da uno dei vostri figli.

La mente della mamma malata rifugge da questo scenario apocalittico e si auto convince di non essere malata affatto, neppure quando si accascia in coda alla cassa del supermercato, sparpagliando arance e finocchi per ogni dove, le uova in bilico sulla testa e il sacchetto del pane tra i denti, ché tanto già che c'ero mi sono fermata a prendere quelle due cose che mi mancavano.

Il suo ultimo pensiero cosciente è che forse stamattina avrebbe dovuto prendere le vitamine, mannaggia, invece si dimentica sempre.

Prima o poi finirà per ammalarsi davvero se continua così!