Oggi qui da noi c'è un tempo proprio novembrino: nebbia, freddo e umido. Ma niente ci fermerà: io e le mie amiche in pausa pranzo ce ne andremo a camminare.

E' un impegno che ci siamo prese visto che non avevamo voglia né tempo di andare in palestra. Camminare è economico (bastano vestiti comodi, caldi e traspiranti e un paio di scarpe adatte) e soprattutto fa bene.

  1. fa bene all'umore (cosa per me più importante di tutte in questo periodo): il corpo produce fino a cinque volte più endorfine rispetto a quando è a riposo. Non è un caso se le endorfine vengono chiamati "ormoni della felicità", no?
  2. stimola la creatività: una passeggiata a contatto con la natura aumenta la capacità creativa del 50%. Il cervello si riposa e si prepara a elaborare nuovi processi creativi,
  3. migliora la produttività: esperimenti condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato gli impiegati che possono camminare su un tapis roulant sono più produttivi rispetto ai loro colleghi sedentari. Quindi qui: o avete un capo illuminato che vi mette a disposizione un tapis o sfruttate la pausa pranzo per farvi una bella passeggiata, magari in compagnia;
  4. riduce il rischio di malattie cardiache: camminando regolarmente per trenta minuti al giorno un paio di volte a settimana il cuore si allena , favorendo la circolazione sanguigna;
  5. riduce i rischi sulle articolazioni: quando si cammina le sollecitazioni alle articolazioni e il rischio di traumi da caduta (se non siete distratte come me) sono inferiori rispetto ad altre attività,
  6. previene il diabete: secondo gli esperti bastano 2000 passi al giorno per allontanare il rischio di diabete di tipo 2. Camminare, infatti, può ostacolare l'aumento di peso che è uno dei fattori principali dell'insorgenza del diabete;
  7. aumenta le difese immunitarie: camminare, anche a passo veloce, aumenta il metabolismo e aiuta il corpo ad espellere tossine con la sudorazione;
  8. aiuta a perdere peso: ora, parliamoci chiaro: se ti mangi la lasagna e la parmigiana di melanzane o ti ingozzi con cibi fritti come se non ci fosse un domani, amica mia, camminare mezz'ora al giorno non ti farà sicuramente calare la ciccia;
  9. riduce il cancro al seno: secondo uno studio di alcuni anni fa le donne che camminano da mezz'ora ad un'ora al giorno riducono del 14% la possibilità di ammalarsi;
  10. camminare allunga la vita: riduce lo stress, fa bene all'umore e dona benefici al corpo.

Quindi, care mamme, niente più scuse: prendete passeggino, fascia o mettetevi il pupo in spalla, munitevi di una bottiglietta d'acqua e andate a passeggiare. Vedrete che in poco tempo vi sentirete meglio, anche in questa stagione!

Ci sono cose che quando diventi mamma cominciano a mancarti terribilmente.

La prima che mi viene in mente è la sensazione di libertà. Quando ancora non avevamo figli la nostra vita si basava su impegni presi all'ultimo minuto: sono le 18,30, che ne dici di un aperitivo? Sabato ore 10,00 colazione con le amiche nella nuova pasticceria. E via, senza problemi, massimo un'occhiata all'agenda per vedere di non avere qualche impegno già fissato e una comunicazione di servizio a chi di dovere.

Ora diventa fantascientifico: niente più decisioni dettate dall'istintivo "sì, mi va-no, non mi va". Bisogna per forza programmare tutto in anticipo: se si hanno dei neonati bisogna valutare se devono mangiare e si deve reperire qualcuno di affidabile a cui lasciare il pargolo. Se si hanno dei figli non ancora troppo grandi si deve comunque trovare qualcuno che badi a loro in vostra assenza. Questo inevitabilmente ha ripercussioni sulla vita sociale.

Dormire fino a tardi diventa un sogno. A parte i frequenti risvegli notturni, non conosco bambini che poltriscono a letto fino alle 10.00 il sabato o la domenica. Per loro è una perdita di tempo, con tutte le cose più interessanti che si possono fare...

Andare in bagno da soli diventa un miraggio. Sarete sempre in buona compagnia qualsiasi cosa dobbiate fare.

E si può andare avanti all'infinito (o quasi). Sapete personalmente cos'è che mi manca di più? Il SILENZIO.

Quando si diventa genitori, c'è sempre qualcuno che parla o strilla: possono essere i pupi che giocano, la televisione accesa sintonizzata sui cartoni, le canzoncine per bambini che ti trapanano i timpani e si insinuano nel cervello e che poi ripetete in automatico nelle situazioni più disparate (la sottoscritta in coda alla cassa del supermercato sola che canta neanche troppo silenziosamente "Nella vecchia fattoria, per intenderci).

Ci sono giornate in cui i pargoli ripetono mamma, mamma, mamma, mamma in continuazione come un disco rotto che se vi dessero una monetina da un centesimo per ogni volta che lo dicono sareste già Rockefeller. Serate in cui la musica di sottofondo in casa vostra sarà un coro di Ueeeeeeeueeeeeeueee in crescendo.

Vi confesso che a volte vorrei imbavagliarli o utilizzare i tappi. Ho provato con il gioco del silenzio mettendo in palio caramelle o cioccolate ( avete già capito che non sono una madre modello, no?) ma nulla, i miei bambini non sono capaci a stare senza aprire bocca per più di venti secondi.

Quando mi è possibile, esco un attimo a far riposare le orecchie. La sera, in giardino, tento di ritrovare il mio precario equilibrio. L'abbaiare dei cani, il miagolio dei gatti e il rumore del traffico mi sembrano musica in paragone agli strilli dei miei figli.

Chi è mamma sa bene che se ci sono bambini e c'è silenzio questo è sinonimo di guai, grossi guai. Per i primi dieci secondi non ti sembra vero, poi realizzi che stanno sicuramente combinando qualcosa. Se vi va bene, si sono arrampicati sulla libreria e stanno soppesando l'idea di saltare da li sul divano.

Credetemi, non sono una grande esperta in materia, ma più delle serate con le amiche, più di una cena romantica con il vostro partner, più di un cinema in compagnia, quando diventate madri non c'è niente di meglio di una sana dormita di dodici ore, di una bella pipì o di una docce da sole, possibilmente in religioso silenzio.

6

Alzi la mano che non ha mai passato tutta la notte in giro per locali a divertirsi con gli amici. Eppure la mattina vi alzavate per andare al lavoro o  restavate a poltrire nel vostro letto tutta la domenica. Non è mai stato un peso, anzi. Ci faceva sentire vive.

E come mai invece ora se ci capita di non dormire per una notte ci sentiamo morte? Altro che sintomi da dopo sbronza: cerchio alla testa, occhi gonfi e pesanti, cerchiati di nero che un panda al vostro confronto è niente, camminata da zombie...In una parola sola: DISTRUTTE.

Ecco, quando prima di diventare mamma le mia amiche già mamme mi descrivevano come si sentivano sfatte la mattina dopo aver passato la notte in bianco, ho sempre creduto che ingigantissero il problema. "Non hanno il fisico, non sono abituate", pensavo ingenuamente.

Finché sono diventata mamma anch'io. E allora ho capito. Ho capito che non lo ingigantivano affatto, il problema, ma anzi che dai loro racconti non emergeva tutta la drammaticità di cosa vuol dire passare una notte in bianco per colpa di un bambino insonne. Perché ci sta che i neonati siano per natura programmati per svegliarsi frequentemente, ma un bambino di (quasi) due anni sano come un pesce, col pancino pieno ma non troppo, che non ha sete-caldo-freddo e che ha il pannolino pulito che cosa avrà mai da continuare a piangere?

Ieri sera dopo una seduta di coccole bacini abbracci che solo a pensarci mi viene il diabete, ho messo Ringhio a dormire nel suo lettino. La Ninfa era già tra le braccia di Orfeo, per cui niente favola.

"Ciao amore della mamma ci vediamo domani mattina". Bacino bacino bacetto e mi infilo nel letto.

Dopo venti minuti: "Mamma, mamma" e il pupo, bello come il sole, si affaccia alla porta della camera.

Scosto il piumone, abbraccio Ringhio e lo riporto nel suo lettino.

"Amore adesso è ora di fare la nanna. Stanno dormendo tutti, vedi? Perciò stringi forte il tuo coniglio e dormi". Esco dalla porta e il peluche di mio figlio mi atterra davanti.

"Non si buttano i giochi! Giù subito a fare la nanna!"

"Ueeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee"

Parte la sirena. Afferro rapida il bimbo prima che si svegli la Ninfa e lo porto in sala.

"Allora non vuoi dormire asinello? Va bene, guardiamo un pò cosa fanno in tv. Oh, guarda, c'è Poirot! Niente di più soporf...indicato vero?". Peccato che poi io dormissi sul divano mentre Ringhio metteva la casa a soqquadro.

Rientra CF.

"Come mai ancora svegli?"

"Mah, Ringhio non riesce a dormire. Ho provato con una camomilla intanto che guardavamo la tv ma non è servito a niente. Io dovrei ancora farmi la doccia..."

"Vai vai amore che ci penso io."

Secondo voi me lo faccio ripetere due volte? Quando esco dal bagno trovo i due nel lettone.

"Che ci fa lui qui dentro? Non si era detto niente lettone che poi ripartiamo con il circolo vizioso?"

"Stavamo aspettandoti e intanto guardavamo cose da maschi sul tablet". E mi fa vedere uno spezzone di Top Gear.

"Su, Ringhio, dai un bacio al papà che facciamo la nanna."

Col piccolo in cameretta, mi infilo velocemente nel mio letto.

"Brummm brummm brummm"

"No, non è possibile. Adesso ti alzi tu che hai avuto la brillante idea di fargli vedere le automobili prima di andare a letto".

CF si alza brontolando e ricompare dopo un'eternità.

"Penso si sia addormentato". Finalmente dormo, penso.

"Ueeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee".

Non ci posso credere, è l'una e lui è ancora sveglio.

"Tocca a te stavolta" dice CF. Poi si gira sul fianco e riprende a russare. Ma come è possibile?!

Ciabatto fino in cameretta."Senti tu, piccolo assatanato, si può sapere che cosa succede?" Lui mi guarda con il labbro tremolante. E ricomincia a piangere. Implacabile e inarrestabile. Mi siedo, lo prendo in braccio ma niente. E' inconsolabile. Provo a metterlo a terra, ma è ancora peggio. Mi si aggrappa come una scimmietta.

Lo riprendo in braccio e torno in sala. Comincio a camminare e saltellare come facevo quando era più piccolo. Peccato ora che con i suoi quasi dieci chili la differenza si senta. Già dopo cinque minuti i bicipiti mi fanno male. Ringhio si è placato e si ciuccia il pugnetto. Sbadiglia, sbadiglia ma non crolla. Inutile, le sue pile sono inesauribili.

Mi accascio sul divano. Mi sembra un incubo: sono tornata indietro nel tempo, Ringhio è di nuovo piccolo e noi non dormiamo. Anzi, è peggio: adesso se per sbaglio mi appisolo questa peste bubbonica accende le luci, sveglia la sorella e fanno un party alla facciazza mia. Che faccio? Niente Valium, ma posso provare a passarlo sul gas? Magari funziona davvero, così dormo per un pò. Vi preeeegoo voglio solo chiudere gli occhi in pace. Dieci minuti. Ok, anche cinque fa lo stesso. Mi raggiunge CF.

"Cosa succede? Avrà fame? Sete? Il pannolino?"

Gli tiro un cuscino. Scalpiccio di piedini. Ecco, di bene in meglio: si è svegliata anche la Ninfa.

"Ho sete." Beve un goccio di acqua e poi prende Ringhio per mano.

"Dai andiamo a letto che è tardi". Lui, il piccolo disgraziato figlio degenere che mi ha tenuto sveglia fino alle tre, si fa accompagnare docile nel suo lettino. La Ninfa si stende vicino a lui, si coprono con il piumino e, voilà, in dieci nanosecondi dormono.

Sono esterrefatta. Incredula. Interdetta. Sull'orlo delle lacrime.

CF si riprende prima di me e borbottando come una pentola di fagioli torna a dormire. Io rimango lì, sul divano. Non ho la forza di alzarmi. Tanto alle sei suona la sveglia...

 

 

 

 

I bambini, si sa, giocano. E giocano un sacco. Maria Montessori, non a torto, affermava addirittura che "il gioco è il lavoro dei bambini".

Mi fermo spesso a osservare, non vista, la Ninfa e Ringhio mentre giocano. Non lo fanno ancora assieme, per esempio se giocano con le lego condividono i materiali ma ognuno poi va per la sua strada e lo stesso succede quando cucinano: si dividono i giocattoli in maniera più o meno equa ma l'interazione avviene quando Ringhio ruba quello che sta usando la Ninfa o viceversa ( e non dovete sforzarvi per immaginare cosa succede).

Ultimamente le cose stanno cambiando: la Ninfa tenta di coinvolgere suo fratello quando gioca a "facciamo finta che", anche se lui poco si presta a seguire le sue direttive.

In questo periodo si nota proprio che stanno attraversando delle tappe evolutive diverse: Ringhio sta superando la fase esplorativa mentre la Ninfa è oramai nel pieno della fase del gioco simbolico.

Si parla di gioco esplorativo soprattutto in riferimento al primo anno di vita quando i bambini utilizzano un oggetto alla volta e imparano a conoscere la realtà utilizzando i cinque sensi. In questo periodo si sviluppa anche la sfera motoria. Pian piano il bambino impara a manipolare gli oggetti e comincia a metterli in relazione tra di loro.

A partire dal secondo anno e fino al settimo l'attività preferita dei bambini diventa il gioco simbolico o di rappresentazione. "Facciamo finta che io sono la maestra e tu sei la bambina", esclama la Ninfa rivolta a suo fratello che la guarda estasiato, sorride e va avanti a impilare i cubi uno sull'altro. Lei alza gli occhi al cielo, lo sgrida e va a prendere le sue bambole che improvvisamente diventano le sue compagne d'asilo (devo dotarmi di bambolotti maschili perché vedere un Federico in gonnella mi lascia sempre perplessa).

Ho scoperto che il gioco dei bambini è stato studiato da eminenti psicologi, quali Piaget e Vygotskij.

Secondo il primo il gioco simbolico si può dividere in cinque livelli:

  1. gioco di passaggio: il bimbo comincia a creare dei simboli (ecco quindi che Ringhio usa il suo telefonino giocattolo e se lo porta all'orecchio),
  2. gioco simbolico verso se stessi: i bambini fingono di fare qualcosa ( la Ninfa finge di farsi la doccia e pettinarsi);
  3. gioco simbolico verso altri: la Ninfa abbraccia per esempio una bambola o un peluche perché si sono fatti male;
  4. Sequenza di giochi simbolici: Ringhio finge di fare il numero sul suo cellulare giocattolo e poi telefona;
  5. Simbolizzazione sostitutiva: quando i bambini usano un oggetto che per loro diventa però qualcosa di diverso ( sempre il nostro fedele Ringhio che utilizza il telecomando fingendo che sia un telefonino).

Quando la Ninfa gioca al "facciamo finta che" è raro che mi chieda di farlo con lei (ed io spesso ci rimango male). Ma il saggio Vygotskij mi rassicura: il gioco simbolico è un'attività formativa che avviene grazie all'interazione tra adulto e bambino. L'adulto aiuta il bambino fino a quando il pargolo non ha appreso specifiche abilità che gli permettono di essere autonomo ( ergo, la Ninfa gioca da sola perché ha le abilità per farlo, per cui non sono proprio una mamma scacciona).

Il gioco simbolico del "far finta" viene utilizzato anche per valutare gli aspetti della crescita e lo stato di benessere del bambino. I bambini riproducono con bambole e pupazzi ciò che accade durante la loro giornata, rappresentando le loro emozioni e quello che è loro capitato .

Guardando i bambini giocare in tanti casi si sono scoperti problemi di rabbia e di abusi. Adesso però non spaventatevi se vedete i vostri figli che picchiano o sgridano o mettono in punizione le loro bambole: è facile che stiano imitandoci in uno dei nostri momenti non proprio brillanti.

A me è proprio successo l'anno scorso, quando la Ninfa ha cominciato ad andare alla materna: in seguito all'ennesima zuffa con il fratello che ancora non sapeva difendersi da solo, l'ho sgridata violentemente e l'ho messa in castigo. Lei è andata avanti a riprodurre la scena per giorni: sgridava veementemente la sua bambola e la metteva nell'angolino. Dopo un pò la cosa ha preso una brutta piega: la Ninfa picchiava addirittura la bambola! Ho pensato: "Oddio, se le maestre vedono una cosa del genere magari chiamano anche gli assistenti sociali!".Già mi vedevo a tentare di giustificarmi mentre mi portavano via la bimba... Ero davvero angosciata, ma la cosa si è risolta spontaneamente.

Ho scoperto che la rappresentazione di una storia aiuta il bambino a esorcizzare le sue paure e le sue debolezze (interpretando il ruolo del cattivo i bambini esorcizzano la rabbia). Il gioco simbolico ha effetti positivi anche sulla creatività del bambino che impara a usare gli oggetti in modo fantasioso. Inoltre stimola i bambini a relazionarsi con gli altri, perché quando  giocano assieme a "facciamo finta che" ognuno di loro interpreta un ruolo, impara a gestirlo e ad interagire con gli altri personaggi.

Per incentivare la creatività dei nostri figli basta davvero poco. A loro piace imitare le attività degli adulti e in commercio troviamo giochi già pronti all'uso: cucine, kit di falegnameria, borse da dottore... Se siete brave con le attività manuali (io non rientro tra quelle) potete addirittura costruire una cucina servendovi di una grande scatola di cartone. I miei bambini hanno usato sia quella già fatta sia quella hand-made a casa della nonna. Ora la riproducono su un mobiletto basso, utilizzando i sottopentola al posto dei fornelli e prediligono pentole e posate vere rispetto a quelle giocattolo.

Per quanto riguarda la Ninfa, lei adora travestirsi "da grande", per cui mi chiede braccialetti, collane, scarpe col tacco o foulard. Poi si mette davanti allo specchio e si trucca, si pettina e si profuma. Infine saluta tutti e va al lavoro. Mi fa sorridere quando spiega alle sue bimbe che "la mamma va al lavoro ma poi torna sempre dai suoi bambini che sono la cosa più importante di tutte".

Quando la Ninfa è andata al pronto soccorso, ha passato la settimana successiva a fare punture e flebo a tutti quelli che venivano a trovarci, a somministrare pillole e sciroppi e a consolare malati immaginari.

Quando invece vengono altri bambini a trovarci, la Ninfa organizza il gioco del lupo: Ringhio è il lupo che mangia gli altri bambini e questi si costruiscono una tana per nascondersi. Solitamente tirano fuori tutte le tovaglie, gli asciugamani e i plaid a disposizione, cercano un angolo comodo, utilizzano le sedie per fare la struttura e accatastano cuscini e altre cose per fare una barriera anti Ringhio.

Io a volte mi stendo sul tappeto e faccio finta di dormire. Quanto vorrei poterlo fare davvero, ma ci sono le piccole pesti sempre in piena attività...

E ai vostri bambini cosa piace fare? E voi, vi ricordate quali erano i vostri giochi preferiti quando eravate piccoli?

Con l'inizio dell'anno scolastico arriva puntuale il momento delle assemblee, delle elezioni dei rappresentanti di classe e dei colloqui.

Un appuntamento che terrorizza le mamme lavoratrici.

Come riuscire ad andare? Optare per delegare il compito ai papà? E quando i figli sono più di uno?

Cominciano i salti mortaliper incastrare tutto alla perfezione.

Perché bisogna andarci, pena la scomunica.

In caso contrario, l'onta della vergogna perseguiterà la tua intera progenie.

Tuo figlio passerà l'anno a nascondersi dagli sguardi compassionevoli degli insegnanti. Tutti, bidelli compresi, ti guarderanno con occhi pieni di biasimo.

E questo perché tu hai egoisticamente anteposto  il tuo lavoro ai tuoi figli.

Io quindi ho fatto le gincane, dribblando auto, prendendo sensi unici al contrario, schivando pedoni e bruciando semafori per arrivare in tempo alle votazioni dei rappresentanti della materna di mia figlia.

L'assemblea mio malgrado l'ho persa, quindi salviamo il salvabile. I seggi chiudono alle diciannove. Io varco i cancelli alle 18,50, col fiatone, le ascelle pezzate, i capelli ritti in testa.

Mi appresto a ritirare la scheda quando una delle maestre esclama:"Ecco che cominciano ad arrivare anche le mamme ritardatarie!".

I capelli mi si arricciano ancora di più e non per l'umidità.

Una me immaginaria conficca la matita nell'occhio annoiato dell'insegnante. Ho le palpitazioni e le mani mi prudono.

Silenzio tombale.

Io ruggisco: "Non arrivano le mamme ritardatarie, ma quelle lavoratrici che escono dall'ufficio alle diciotto e si fanno in quattro per essere qui in tempo".

Mi guarda serafica:"Ah, lei lavora di pomeriggio?"

"No, lavoro anche la mattina, non solo il pomeriggio. Se fossi stata a casa, mi creda, sarei venuta volentieri anche all'assemblea."

Voto in fretta, poi me ne vado.

Mi sento umiliata. Oltre al danno anche la beffa.

Non esistono solo le madri che lavorano part time.

Esistono anche quelle che, per scelta o per imposizione, lavorano full time.

E nella maggior parte dei casi non fanno il lavoro dei loro sogni e non lo fanno per ambizione o per fare carriera.

Lavorano per necessità. Lo fanno e basta.

Credo meritino comunque rispetto a prescindere da questo.

Evidentemente la mamma che lavora otto ore è una mosca bianca.

Qui da noi si accetta l'idea che una donna con figli lavori quattro o sei ore.

Non è proprio contemplata l'idea che si lavori di più.

Mi scoccia essere considerata lo stereotipo della donna "in carriera" perché sono fuori casa otto-dieci ore al giorno.

Probabilmente sono solo una mamma che si sbatte più delle altre per star dietro a tutto, casa-lavoro-famiglia.

Care maestre, invece dei vostri giudizi arbitrari, quanto mi farebbe piacere il vostro sostegno!

Far capire ai nostri bambini che la mamma deve andare al lavoro ma che li ama ugualmente come quella mamma che può accompagnarli e andare a prenderli tutti i giorni, questo sarebbe bello!

Non metterli in imbarazzo con frasi dette a metà.

La bimba ha le pantofole rovinate? "Tesoro, ricordati di dirlo alla tua mamma, del resto lei lavora, non ha tempo per badare a queste cose".

Che messaggio passa a mia figlia? La mamma lavora e per questo non tiene in considerazione le tue faccende da bambina.

Ai suoi occhi il fatto che tu abbia le pantofole nuove è meno importante del suo lavoro.

Per estensione: la mamma considera i tuoi bisogni irrilevanti rispetto al suo lavoro.

Diverso sarebbe stato se le avesse magari detto: " Tesoro, la tua mamma è molto occupata perché lavora per non farti mancare niente. Le potresti dire che le tue pantofole si sono rovinate?".

Il messaggio sarebbe comunque arrivato ma la mia bimba non mi avrebbe fatto notare che è l'unica che ha le pantofole scollate e che la colpa è mia perché sono al lavoro tutto il giorno.

Vorrei capire come fanno a dire alle donne che lavorano di liberarsi dai sensi di colpa se le prime a puntare il dito sono altre donne (magari mamme pure loro) lavoratrici!

E' davvero paradossale. Come in molte altre occasioni, si creano assurde lotte tra madri lavoratrici e non, tra quelle che lavorano part-time e quelle che lavorano a tempo pieno, tra carriera e famiglia.

Al di là del tempo che passo fuori casa, so che sto facendo del mio meglio con e per i miei figli.

La ricompensa più grande è vedere la gioia con cui mi salutano quando rientro, è la mano della Ninfa che mi accompagna su divano, è il bacio bavoso che Ringhio mi stampa sulla guancia.

Credetemi, certe maestre in questo campo hanno ancora tanto da imparare!

 

Questa è la storia di una donna che desiderava avere un bambino e di come alla fine sia riuscita a diventare mamma.

E' la storia di E., una mia cara amica, che ha voluto regalarmela e condividerla con voi.

" In cerca di un bambino che non arriva

Ci siamo sposati nel giugno del 2006, avevo quasi 30 anni. Abbiamo sistemato un po’ di cose e a quasi 32 anni abbiamo pensato di avere un bambino, il tutto molto tranquillamente, senza calcoli.
I mesi trascorrono veloci e il nostro bambino non arriva.
Apparentemente non c’è nulla che non va, tutti mi dicono che è solo una questione di “testa” ma io ci sto male e sto sprofondando in una crisi che sembra non avere via d’uscita.
Anche la mia ginecologa mi ripete che devo stare tranquilla, ma non ho nessuna intenzione di stare con le mani in mano.Voglio fare degli esami più approfonditi ma lei non è d'accordo.
Allora decido di sentire un altro parere.
All’alba dei miei 33 anni, trovo un ginecologo meraviglioso sia dal punto di vista professionale che umano. Parliamo a lungo e dopo avermi visitata mi dice che forse c’è la possibilità che io abbia lendometriosi.
Mi mette in lista di attesa e a fine agosto 2009 faccio una laparoscopia. Fortunatamente l’endometriosi era solo un sospetto, utero, ovaie e tube funzionavano a meraviglia. 
Ma il tempo continua a passare senza che la cicogna arrivi. Volevo il mio bambino e lo desideravo ogni giorno di più.
Sconfortati, decidiamo di rivolgerci in ospedale per vagliare la strada della fecondazione assistita.
A dicembre 2009 facciamo il nostro primo colloquio. Ci spiegano che le tempistiche per iniziare sono lunghe, almeno sei mesi.
Arriva il secondo Natale senza il nostro cucciolo, ma siamo pronti a ripartire con la speranza che il 2010 sia il nostro anno, l’anno in cui saremmo diventati genitori.
A febbraio 2010 ho un ritardo, e senza nessuna speranza decido di fare un test.
Il 20 febbraio 2010 lo faccio di nascosto, aspetto alcuni minuti e poi... sto per svenire: 2 linee nettissime. Non ci credo: è positivo, forse si tratta di un’allucinazione. Eppure le 2 linee ci sono, non so se ridere o piangere, sono completamente confusa.Cerco di stare calma, nel pomeriggio compro un test digitale e lo faccio subito; la clessidra si muove (quella piccola clessidra avrebbe potuto cambiare completamente la mia vita) ed ecco che appare: incinta 3+.
Il primo marzo 2010 faccio la mia prima ecografia che conferma che sono INCINTA, ed è proprio oggi che per la prima volta pronuncio quella meravigliosa parola: incinta! Eccolo lì sullo schermo, un fagiolino lungo 1 cm e 64 mm. Ci commuoviamo tantissimo e quando sentiamo il battito non riesco a trattenere le lacrime. E’ il momento più intenso e meraviglioso della nostra vita. Un puntino su uno schermo può davvero cambiare tutto!

Sono passati i mesi, ho 34 anni e un bel pancione. Sono di 34 settimane, è un maschietto e lo chiameremo A. Sono la ragazza più felice del mondo.
Forse è un miracolo, forse non lo è, forse aveva solo bisogno di tempo, ma alla fine lui arrivato così, naturalmente, e tra poco lo potremo finalmente abbracciare.
Sono orgogliosa di non essermi mai data per vinta, ho provato tutte le strade e non ho lasciato niente di intentato.
Questa storia è per dire a tutte le donne che stanno cercando un bambino di non perdere mai la speranza, di crederci fino in fondo e anche quando tutto sembra crollare, di non demordere. Fate tutti i controlli e se tutto va bene state certe che prima o poi il vostro meraviglioso miracolo di vita arriverà. Se ci sono problemi, non arrendetevi mai, la medicina ha fatto passi da gigante, una soluzione si trova.

LA NASCITA DEL NOSTRO “FAGIOLINO”

28.09.2010
Oggi (quindici giorni prima del previsto) alle 2.43 è nato A. Pesa 2800 gr. ed è lungo 49 cm.
E’ stata dura ma la gioia che ho provato nel vederlo ha già cancellato tutto il dolore di queste ore.
A. ha un po’ sofferto durante il parto quindi me lo portano via quasi subito e lo mettono nella culletta termica.
Come é piccolo, l’amore che provo per lui è già immenso e incondizionato. Dorme quasi tutto il giorno e io continuo a guardarlo, non ci credo ancora che quel piccolo scricciolo l’abbiamo fatto noi. Il suo papà è già innamorato ed è bravissimo, è sempre li con noi.
Il giorno dopo A. ha l’ittero e viene messo sotto la lampada per la fototerapia. Lo so che non è nulla di grave ma non poterlo abbracciare e baciare per così tanto tempo mi rattrista molto. Mi siedo fuori dal nido e lo guardo, poi entro e metto la mia mano nella lampada per fargli sentire che io ci sono e ci sarò sempre per lui. Dopo dodici ore lo tolgono dalla lampada e io posso provare ad allattarlo. Lui è bravissimo, si attacca subito. È una sensazione strana ma allo stesso tempo fantastica. Io e il mio bambino, una cosa sola, mi sento la persona più felice e appagata del mondo. Il giorno dopo saremmo potuti finalmente tornare a casa.

LA STORIA CONTINUA…

30/09/2010
La mattina presto chiamo mio marito al telefono e gli dico di venirci a prendere. Siamo agitati ma felicissimi. Tutto è pronto per il nostro arrivo a casa. Poco dopo c’è il solito giro dei pediatri, il mio cucciolo dorme tranquillo nel suo lettino accanto a me. I dottori entrano ed io sono pronta a sentirmi dire: "Oggi andate a casa". Ma dalle loro facce capisco subito che qualcosa non va.
Il mio cuore comincia a battere forte e un senso di paura mi attanaglia lo stomaco. Dagli esami del sangue risulta che A. ha due valori molto più alti della norma e questo potrebbe indicare un problema ai reni. Ci spiegano che faranno un’ecografia addominale e nel frattempo gli faranno delle flebo per reidratarlo. Io e mio marito ci guardiamo e lo sconforto si legge chiaramente sui nostri volti. La pediatra prende il mio bambino e lo porta al nido. Li raggiungiamo anche noi, vogliamo stargli il più vicino possibile. Cercano di trovargli la vena per la flebo. E' un disastro: non riescono e per noi è un martirio. Nel braccino niente da fare, allora provano nella testa, lo rasano prima da una parte e provano, ma nulla, poi dall’altra e dopo vari e strazianti tentativi trovano la vena. Ecco, è proprio ora che crollo, il mio cucciolino è così piccolo e indifeso e non sta bene, tutti quei tentativi per bucarlo. Non ce la faccio: esco e piango sola in un angolo. Oggi saremmo dovuti tornare a casa, invece siamo qui senza sapere bene cosa ci sta accadendo, è terribile. Perché ci sta succedendo tutto questo?
Pochi minuti dopo il nostro piccolo viene portato a fare un’ecografia addominale. Quei minuti ci sembrano un’eternità: insufficienza renale. Oddio è il panico, e adesso? Pensiamo subito al peggio. Cerchiamo di farci forza a vicenda ma è davvero difficile.
A. è al nido, in un angolino con la sua flebo attaccata al braccino steccato perché nel frattempo l’ago gli è uscito anche dalla testa. Lui dorme e sembra non accorgersi di nulla.
Speriamo che reidratandolo migliori e che i suoi piccoli reni possano cominciare a funzionare. Lo vegliamo per quasi tutto il giorno. Quando devo cambiarlo con la piantana della flebo è ancora più difficile. Cerco di stare attentissima per non rischiare di fargli uscire l’ago così da risparmiargli il supplizio di essere nuovamente bucato. Poi lo allatto e P., il suo papà, lo gratta dolcemente dietro l’orecchio per stimolarlo a mangiare. A. è bravissimo e mangia bene. Questo è importante per la sua ripresa.
Passano i giorni e noi siamo ancora in ospedale. Le infermiere sono davvero carine con noi e amano già il piccolo A. che nel frattempo è diventato il “nonnino” del gruppo. Il suo papà è sempre vicino a noi, è la mia forza e il mio supporto.
Infine una sera arriva la bella notizia: dai nuovi prelievi risulta che i valori stanno nettamente migliorando e che l’idratazione funziona.

E FINALMENTE...

04/10/10
Ricorderò sempre questa data, il giorno in cui, dopo lennesima ecografia addominale, ci hanno detto che tutto si è risolto:  possiamo tornare a casa. Mi sembra di vedere ancora la pediatra lungo il corridoio dell’ospedale che sventola l’esito dell’esame con un enorme sorriso ed esclama soddisfatta. "Tutto bene". Io e mio marito ci togliamo un macigno dal cuore e siamo al settimo cielo.
Fuori piove a dirotto ma anche quell’acquazzone ci sembra meraviglioso, tutto quello che ci circonda è meraviglioso perché A. sta bene. Da oggi comincia la nostra nuova avventura. Abbiamo superato un'altra durissima prova ma tutto questo ci ha aiutati ad essere ancora più forti e più uniti."

A. ora sta bene. Ha sei anni, ha cominciato la scuola e fa sport. E, sapete una cosa? Non si ammala mai, non ha nemmeno l'influenza. Sono un pò invidiosa...