Che io abbia un debole per la pasta sfoglia è una cosa nota.

La pasta sfoglia è quella base che, anche se non semplice da preparare, da la possibilità di realizzare piatti appetitosi sia nella versione dolce che salata.

Era da un po' che la Ninfa mi chiedeva se poteva organizzare una merenda con qualche amica.

Siccome però lavoro e torno a casa per l'ora di cena, durante la settimana è impossibile organizzare queste cose.

Allora ho fatto una sorpresa alla mia pupa: una merenda con le sue amiche domenica pomeriggio.

Ho deciso di preparare qualcosa di dolce e qualcosa di salato, affidandomi a lei, la pasta sfoglia.

Come preparare la pasta sfoglia

La pasta sfoglia è una preparazione lunga ma anche soddisfacente.

Non è una cosa che preparo spesso, ma se ho tempo e l'estro giusto lo faccio volentieri.

Se volete provare anche voi, questa è la ricetta che seguo io.

Ingredienti per la preparazione della pasta sfoglia

Per preparare la pasta sfoglia, vi serviranno questi ingredienti:

  • 250 gr.di farina
  • 125 ml. di acqua fredda
  • 190 gr. di burro
  • 1 cucchiaino di sale

Procedimento per la preparazione della pasta sfoglia

Ora vi spiego come fare la pasta sfoglia.

Per prima cosa fate sciogliere 40 grammi di burro e lasciatelo raffreddare.

Una volta che sarà pronto, prendete una boule e versateci la farina.

Al centro formate una buca in cui verserete il burro fuso, l'acqua e il cucchiaino di sale.

Impastate bene, formate una palla, fateci una croce sopra con un coltello e mettete a riposare in frigorifero per mezz'ora.

Passato questo tempo, prendete il panetto e cominciamo a fare i "giri" della sfoglia.

Su un piano infarinato stendete la palla a forma di X utilizzando ciascuno degli spicchi formati dalla croce.

Al centro mettete i restanti 150 grammi di burro freddo di frigo. Sovrapponete i quattro lembi di pasta e chiudeteli bene.

Stendete il panetto con il matterello dandogli la forma di un rettangolo.

Piegate un terzo della sfoglia verso il centro e poi piegate sopra questo anche il terzo all'estremità opposta.

Fate riposare in frigo per trenta minuti.

Riprendete la sfoglia e stendetela con il matterello ruotandola di 90 gradi e poi sovrapponete i lembi come prima.

Riponetela di nuovo in frigo per 30 minuti.

Fate questo per sei volte (i famosi giri della sfoglia) ed infine avrete la vostra sfoglia pronta per essere utilizzata.

Meglio se la fate riposare ancora per un'oretta.

Girelle salate al prosciutto

Ora che la vostra sfoglia è pronta, possiamo fare le girelle salate al prosciutto.

Preriscaldate il forno a 200° gradi.

Prendete il panetto di pasta sfoglia e stendetelo in un rettangolo su cui riporrete le fette di prosciutto (un etto sarà sufficiente).

Arrotolate la pasta sfoglia dal lato più lungo e mettete il tutto a riposare ancora una ventina di minuti frigo.

Tagliate il rotolo a fettine dello spessore di circa un dito e fatele cuocere per venti minuti.

Sfornate, fate intiepidire e le vostre girelle sono pronte per essere gustate.

Io le ho servite su uno stecco, con un bel fiocchetto colorato.

Sapete qual è il bello di questa ricetta? Che per velocizzarla ulteriormente potete utilizzare un rotolo di pasta rettangolare già pronta.

Ed ecco qui le girelle di pasta sfoglia salate.

Potete sbizzarrirvi utilizzando affettati diversi o aggiungere anche della fettine di formaggio.

Vedrete che saranno un vero successo!

Con questa ricetta partecipo all'iniziativa "Le merende dei bambini" promossa da alcune blogger del gruppo Progetto Blog.

Se volete, ecco qui il link alle altre gustose ricette:

In Cucina con Sissi

Pasta and other stories

Nonnapaperina

biscotti di pasta frolla farciti di marmellata

Hashtagmamme

Provatele tutte e fatemi sapere cosa ne pensate!

 

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La mamma malata è una tipologia di mamma talmente rara che a confronto è più facile imbattersi casualmente in un rinoceronte di Sumatra che in lei.

La mamma malata è talmente rara non perché la mamma non si ammali mai, ma perché quando capita (e comunque assai sporadicamente), la mamma continua a vivere la propria esistenza come se fosse sana.

Si alzerà al mattino prima di tutti gli altri, sentendosi magari un tantino fuori forma, imputando i dolori ossei all'ennesimo gomito del figlioletto piantato amorevolmente nelle costole durante la notte.

Preparerà la colazione, infischiandosene dei brividi di freddo, provocati sicuramente dal riscaldamento che non è ancora partito.

Mentre si guarda allo specchio, il naso rosso e gocciolante, le gote colorite sul viso pallido e gli occhi luccicanti, deciderà con una diplomatica alzata di spalle che oggi madre Natura ha messo in risalto proprio quei dettagli che tenta invano di valorizzare ogni giorno con sapienti dosi di trucco costoso.

La mamma ammalata si vestirà a strati, nel senso che indosserà almeno mezzo guardaroba in modo strategico per tentare di tenere a bada gli sbalzi termici, ché tanto la mezza stagione non c'è più, la mattina ti svegli al polo Nord e mezz'ora dopo sei più sudata di un escursionista nella foresta Amazzonica.

Dopo aver ficcato chiavi, portafoglio e fazzoletti in borsa, si appresterà a portare i pargoli nelle rispettive scuole, mentre il marito le lancia uno sguardo distratto, pensando che non ha proprio una bella cera, ma tanto non si ammala mai, sarà un po' di stanchezza o magari è proprio "in quei giorni", speriamo di no che stasera vuole vedere la sua trasmissione preferita in pace.

La mamma malata ignora i sintomi della malattia.

Il suo cervello si è evoluto in modo tale da razionalizzare ogni piccolo segnale e collegarlo ad altre cause meno pericolose.

L'evoluzione della specie ha fatto in modo che la donna, non appena diventa mamma, si costruisca una serie di false verità a cui attenersi in caso di estrema necessità.

Seguendo questi istintivi protocolli mentali, la mamma malata si dedica alle sue abitudinarie faccende.

A volte la mamma malata si rende conto di essere un tantino fiacca, ma il suo cervello è lì pronto a fornirle tutta una serie di possibili motivi, dal calo di magnesio al calo di zuccheri al cambio della pressione atmosferica.

Quindi la mamma malata prosegue trascinandosi tra una faccenda e l'altra, girovagando in stato di semi incoscienza.

La mamma malata mette il pilota automatico e a tratti ha quasi l'impressione di astrarsi dal suo corpo fisico, ma sicuramente è l'autosuggestione dovuta al film che ha visto la sera prima.

Alla mamma malata non viene minimamente in mente di ricorrere all'uso di un buon termometro per vedere se può avere la febbre.

Del resto, si sa, la mamma non si ammala mai.

Se madre Natura, che lei pure è mamma, si ammalasse, dove finiremmo tutti?

E infatti per la sopravvivenza della specie la mamma non si può ammalare.

Immaginate cosa succederebbe: bambini in balia di padri che in inverno li portano a scuola con la maglietta a mezze maniche, che usano l'aspirapolvere per fare i codini alle figlie, che comperano surgelati invece che portare in tavola i cavoletti di Bruxelles bio a Km zero, la polvere che ricopre ogni superficie della casa, il bagno in stato di inagibilità, gli animali domestici tornati allo stato brado...

E su tutto lei, la più temuta, la Nemesi di ogni mamma: la suocera che decide di farvi visita proprio quando vi siete decise ad ammettere che forse, sì, siete un pochino malate, magari avete preso l'influenza da uno dei vostri figli.

La mente della mamma malata rifugge da questo scenario apocalittico e si auto convince di non essere malata affatto, neppure quando si accascia in coda alla cassa del supermercato, sparpagliando arance e finocchi per ogni dove, le uova in bilico sulla testa e il sacchetto del pane tra i denti, ché tanto già che c'ero mi sono fermata a prendere quelle due cose che mi mancavano.

Il suo ultimo pensiero cosciente è che forse stamattina avrebbe dovuto prendere le vitamine, mannaggia, invece si dimentica sempre.

Prima o poi finirà per ammalarsi davvero se continua così!

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Carnevale è quella festa o meglio quel periodo che da piccola mi è ha sempre affascinato molto.

Ho dei ricordi fantastici di quelle cinque o sei volte che sono riuscita a celebrarlo, perché generalmente nel periodo carnevalesco ero sempre a casa malata.

Quando il Carnevale si avvicinava era abbastanza comune vedere gruppetti di bambini che giravano mascherati per le vie del paese.

I costumi erano ammessi perfino alle scuole elementari (sì, per me saranno sempre le elementari, altro che primarie).

A differenza dei giorni nostri, i bambini indossavano costumi creati dalle mamme: se quell'anno andava di moda travestirsi da fata, ogni bambina indossava un vestito da fata diverso, mica come adesso che le fate sono tutte più o meno uguali.

Certo, non dico che tutti i costumi riuscivano col buco, eh!

Alcuni erano improponibili o talmente originali da risultare imbarazzanti per chi li indossava (ho ancora alcuni amici letteralmente traumatizzati dal loro travestimento di Carnevale che stanno ancora andando in terapia).

CF ne sa qualcosa: le sue foto di quando aveva quattro anni travestito da farfalla girano ancora per il paesello...

Fortuna che nessuno lo riconosce sotto quella maschera!

Poi si cresce e si diventa mamma.

E qui le cose cambiano drasticamente.

Perché, amiche mie, vi svelo un segreto: le mamme temono il Carnevale quasi quanto le feste di compleanno.

Sotto quell'aspetto bonaccione ed allegro, il Carnevale nasconde mille insidie.

Se siete mamme e per di più lavoratrici il Carnevale vi sta già sulle balle di principio, perché ogni anno la domenica o il martedì in cui ci sono le sfilate o le feste non cade mai lo stesso giorno.

Per cui state pur certe che ve ne ricorderete solo la sera prima.

Aggiungiamo poi il fatto che la maggior parte degli asili (sì, per me è l'asilo, non la scuola dell'infanzia, massimo massimo la materna) e delle elementari chiudono il lunedì e il martedì e quindi c'è il problema ben noto di dove collocare i pupi.

Sommiamo a tutto questo il fatto che Carnevale equivale a travestirsi e quindi scatta la domanda: "Amore mio da cosa vuoi vestirti quest'anno?"

Ecco, preparatevi a una serie di risposte variabili di giorno in giorno se non di ora in ora.

Per cui il lunedì vostra figlia decide di travestirsi da Winx, il martedì opta per Lady Bug perché è la moda del momento, il mercoledì ha una botta di nostalgia e accarezza l'idea di utilizzare il costume da Elsa dello scorso anno, il giovedì vuole quello di Gufetta a tutti i costi, il venerdì diventa generalista e vi dice che va bene una principessa qualsiasi, il sabato afferma che lei non vuole più travestirsi e la domenica vi chiede dov'è il suo costume.

Nel frattempo, tra una telefonata di lavoro, una corsa in tintoria a prendere il costume di Elsa che avete fatto lavare, un ordine velocissimo sul web per il costume di Lady Bug che arriva dopo Pasqua, una toccata e fuga al supermercato locale per vedere cosa è rimasto e già che ci siamo prendo pure due cose che mi servono e mi ritrovo in fila al supermercato talmente carica con il pacchetto di frutta secca tra i denti, arrivate a domenica mattina e siete fortunate se avete a disposizione un costume da pomodoro.

E'inutile specificare che a voi non serve nessun travestimento per Carnevale: i capelli stopposi e sfibrati fanno da cornice ad un viso naturalmente emaciato, in cui dardeggiano due occhi spiritati contornati da deliziose occhiaie in mille sfumature di nero che manco la make-up artist Pat MacGraph riuscirebbe a ricreare, mentre la vostra epidermide presenta delle chiazze rosse da forte stress.

Mentre infilate vostra figlia nel suo costume da pomodoro di due taglie più piccole, vi rendete conto che solo una cosa può aiutarvi ad uscire dal tunnel: un chilo di fragranti frittelle accompagnate da una bella bottiglia di prosecco.

Prosit, care mamme, e buon Carnevale!

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La colazione, oramai si sa, è il pasto più importante della giornata.

Secondo le indicazioni dei nutrizionisti dovrebbe coprire il 20% del fabbisogno energetico giornaliero.

La colazione è il mio momento sacro, nel senso che rinuncerei volentieri a pranzo e cena, ma non toccatemi la colazione!

Se organizzare un menù settimanale per tutta la famiglia è incompatibile con il nostro stile di vita, mi sono detta però che con la colazione potevo anche riuscirci.

Per cui ho studiato sette tipi di colazione da proporre ai miei bambini (Cf è escluso, lui fa colazione solo la domenica...).

Entusiasta, appendo in cucina il mio menù settimanale, vergato a mano, con i sette modelli della colazione dei campioni.

Ho cominciato lunedì e, siccome il primo giorno della settimana è già tragico, ho deciso di introdurre solo un piccolo cambiamento.

Latte e cereali, quelli con la frutta dentro, anziché fette biscottate con marmellata, con aggiunta di abbondante caffè per la mamma (che, come dice mia figlia, finché non bevo il caffè non sono umana).

La Ninfa e Ringhio hanno fatto lavoro di squadra: lei ha mangiato tutti i pezzettini di frutta, lui ha mangiato tutti i cereali.

Tempo perso impiegato: quasi quaranta minuti.

Livello di isterismo della mamma: duecento su una scala da  una a cento.

Martedì quindi gioco d'anticipo e programmo la sveglia un'ora prima.

Metto sul tavolo yogurt greco con frutta fresca e frutta secca accompagnati da una bella cucchiaiata di miele.

I bimbi, che già sanno di cosa si tratta, mangiano volentieri.

Ringhio fa il bis e poi finisce quello che la Ninfa ha avanzato.

Soddisfatta, mi do una pacca sulla spalla.

Mercoledì, cioè stamattina, decido che sono pronti per il pezzo da novanta: la colazione salata.

Sul tavolo accuratamente preparato la sera prima per risparmiare tempo (sono una mamma organizzata, io!) si trovano piccoli e morbidi panini da imbottire con ricotta e prosciutto crudo, accompagnati da mandorle e spremuta d'arancia.

La Ninfa mi guarda stranita. Lentamente afferra un panino e comincia a dissezionarlo: lo apre, toglie il prosciutto che allunga fulminea al gatto il quale, come potete immaginare, gradisce, e non poco.

Poi la pupa lecca via tutta la ricotta con una certa soddisfazione ed infine passa le due metà del pane umidicce e insalivate al fratello, che in un paio di morsi le fa sparire nel suo stomaco senza fondo.

Inutile dire che Ringhio invece mangia tutto, voracemente e a tempi di record.

In viso mi si stampa un ghigno soddisfatto, mi sento la mamma migliore del mondo.

And the winner is...

La tragedia però non tarda ad arrivare.

Ringhio osserva la tavola e cerca con lo sguardo la sua tazza di latte.

"Che cosa stai dicendo, mamma?! Mica posso cominciare la giornata senza la mia tazza di latte intero microfiltrato leggermente intiepidito con aggiunta di una punta di miele. Lo sai che poi non carburo!"

Questo in sintesi quello che mi ha comunicato con uno sguardo assassino.

Io ho nicchiato mentre sparecchiavo.

Ma Ringhio è un cane da polpaccio, metaforicamente parlando: se si fissa su qualcosa non lo distogli, inutile, proprio come quei piccoli bastardi che quando azzannano non mollano più.

Ha cominciato a ronzarmi attorno.

"Mamma, non fingere di non vedermi. Voglio il mio latte".

Io ho seguitato a far finta di niente e mi sono diretta in bagno.

Lui si è accucciato sul tappetino, mentre con una mano mi infilavo la scarpa e con l'altra tentavo di non accecarmi con lo scovolino del mascara.

Il dialogo muto prosegue, spostandosi in sala, mentre faccio i codini alla Ninfa.

"Insomma, questo latte arriva o non arriva?"

Io impassibile comincio a infilarmi la giacca e poi la infilo ai pupi.

E lì parte la sirena: lacrimoni grossi come le gocce di pioggia ad agosto, quelle dure e pesanti dei temporali estivi, singhiozzi e ansimi degni di una prefica, urla strazianti da bambino agonizzante.

Ma io non cedo, che se mollo ora son perduta.

La coerenza, si sa, per un genitore è tutto.

La Ninfa mi segue in silenzio, rassegnata, mentre carico un disperato Ringhio in macchina.

"Latte, latte, latte" Una delle poche parole che sa.

"Latte, latte, latte" ripete quello, tra i singhiozzi strozzati.

Arriviamo alla materna e Ringhio non si è ancora placato.

Con la sua voce trillante, garrula, la Ninfa elargisce spiegazioni non richieste alla maestra.

"Sta piangendo perché la mamma non gli ha dato il latte per colazione, poverino!"

La maestra, dal canto suo, mi guarda come solo le maestre sanno guardare.

Io mi faccio piccola piccola e con aria colpevole tento di snocciolare una spiegazione.

"Sa, la colazione di oggi non lo comprendeva, il latte. Il menù..E' mercoledì, lei capisce..."

Mi impantano miseramente. Opto per la soluzione più ovvia.

"Scappo che è tardi!" E infilo la porta con quel briciolo di  dignità che mi è rimasta.

Poco fa la nonna mi ha informata che Ringhio ha pianto un sacco.

Le maestre non sapevano come consolarlo, non ha smesso neppure quando la sua insegnante preferita l'ha preso in braccio.

Finché la bidella  l'operatrice scolastica non gli ha allungato un cracker.

"Dica alla mamma che la colazione è importante, soprattutto per i bambini. Non si può portare qui un bambino senza avergli dato qualcosa da mangiare, almeno un goccio di latte".

Ecco, appunto.

Colpita e affondata: bollata come la mamma degenere che affama i figli.

Domani col cavolo che mi alzo prima per preparare le crepes dolci!

Da domani pane e acqua, ehm, facciamo latte che è meglio!

 

 

4

Solo ora, superati i trentacinque anni, mi accorgo di essere normale.

Solo adesso, leggendo i blog di altre mamme, di altre donne, di altre persone, mi rendo conto che le mie paure, le mie ansie, le mie fissazioni, le mie stranezze sono in realtà sentimenti comuni.

Dopo anni in cui ho fatto su e giù dalle montagne russe interiori, dopo aver sondato i recessi più bui della mia anima, dopo aver assaporato l'estasi delle vette più alte, dopo aver conquistato un certo equilibrio interiore mi dico: "Ma perché non c'era Internet quando avevo quattordici anni?"

Aprirsi con chi non ti conosce è più semplice. Non c'è il timore di essere giudicate, non c'è la paura di essere riconosciute.

C'è solo la disponibilità all'ascolto degli altri, una spalla su cui piangere, una presenza che colma il silenzio, anche se manca di fisicità.

Internet lascia spazio a tutti, è democratico, non importa come sei, importa chi sei.

O chi dici di essere, ma questo è un altro paio di maniche.

L'avessi avuto prima, quando serviva, questa maledetta Rete!

Quando gli altri mi additavano perché non mi piaceva tirare fino alle quattro di mattina, stiparmi in locali rumorosi, seguire la moda.

Ci tiene, la gente, a farti sentire anormale, sempre fuori posto, diversa.

Io l'etichetta di "strana" l'ho sempre portata, mi spetta di diritto, è una parte di eredità familiare.

Mio padre è lo "stravagante" per eccellenza, quello che, in un piccolo mondo dove tutti seguono il calcio, sono cacciatori e vanno a funghi, si è dedicato all'osservazione del cielo, alla speleologia, al volo col parapendio, alle arti marziali.

Mia madre all'inizio sembra comune, quasi non ci fai neanche caso, ma è quella che non ha esitato un secondo a sposare mio padre, a dire addio alla sua famiglia senza voltarsi indietro due volte, sempre pronta a farsi in quattro per tutti. Schiva, ombrosa, ma dal cuore grande.

La zia pazza, divorziata tre volte, con tanti amanti, tante lauree, che ha girato il mondo in autostop con il suo zaino e i suoi jeans a zampa d'elefante, quando qui da noi si usavano ancora ridicoli vestitini, che segue strane religioni spirituali, che ha studiato una tribù africana e ha discusso la tesi alla Sorbona.

Potrei andare avanti all'infinito, fino alla dodicesima generazione, ché mio papà un bel giorno ha deciso di ricostruire l'albero genealogico.

E allora via per cimiteri ad annotare i nome, via nelle curie delle chiese a leggere tomi polverosi, via nei Comuni a tentare di reperire dati ormai dimenticati da tempo. Lavoro di squadra, ovviamente.

Indovinate un po' cosa diceva la gente quando ci vedeva vagare tra le tombe con taccuino e matita in mano?

E se il nome ha qualche nesso con l'anima, il mio la dice lunga.

Sono quella strana con quel nome strano.

Ecco, questa è la mia normalità.

Perché poi tutto diventa normale,eh, la gente si fa l'abitudine a vederti con un libro sotto braccio, vestita in modo stravagante mentre insegni ai tuoi figli a parlare con gli alberi.

Perché poi tu ci fai l'abitudine, alla gente che ti guarda sogghignando e che bisbiglia alle tue spalle.

Impari a convivere con la tua anormalità.

Finché incappi in altri tuoi simili, navigando in Internet.

E ti si leva il velo dagli occhi. Finalmente capisci che tutto ha un senso.

Forse non sei tu ad essere diversa, forse sei semplicemente un tantino sfortunata perché abiti nel luogo sbagliato.

Ma se poi tutto il mondo è paese...

Meno male che c'è Internet allora!

 (Questo post partecipa al tema #cosaènormale promosso dagli Aedi digitali)

Secondo giorno di vita post vacanze natalizie.

Se ieri pensavo di aver ripreso la solita vita in maniera abbastanza soft, oggi ho dovuto ricredermi.

La solita vita infatti mi ha mollato un ceffone a mano aperta in pieno viso.

Stamattina per fare emergere i bambini da sotto il piumone ci ha pensato CF, con un bieco ricatto: " Forza, se non vi alzate dal letto oggi all'asilo vi accompagno io!"

Che poi proprio non capisco, ma non dicevano che le figlie femmine hanno un rapporto particolare con il papà?

Beh, se per particolare intendono che se lo filano solo in caso di disperata necessità allora ci siamo.

I pupi si sono fiondati in bagno. La nostra casetta piccina picciò è dotata di un solo bagno.

Già da ora ogni volta è un litigio su chi deve andarci per primo.

Regola che non vale per la mamma, ché lì si sa che le sedute si svolgono a porte aperte ed ognuno è libero di entrare, uscire e sostare a proprio piacimento, gatti compresi.

Sedata la litigata su chi aveva il diritto sacrosanto di fare pipì per primo -metteremo un cartello con l'ordine di ingresso o magari adotteremo i numerini del supermercato-, tutti a vestirsi.

E qui scatta la gara, che vede contrapporsi la squadra madre-figlia e padre-figlio (non per sessismo, ma per il suddetto rapporto figlia-padre).

Ovviamente vinciamo noi, figurati se loro hanno qualche chance.

A tavola si riaccende lo spirito competitivo: chi finisce prima la colazione ha vinto.

Ma che cosa poi, un mal di stomaco?

I pupi si gettano famelici sulle tazze di latte e si ingozzano di biscotti e fette.

Io cerco di mantenere un atteggiamento zen: stamattina sicuramente non devo dir loro di mangiare in fretta.

Il mantra mattutino invece è "State attenti non fate cadere il latte, la tazza e tutto il resto", in simbiosi con le occhiate dardeggianti che scaglio a CF, mentre sulla mia fronte passa a chiare lettere la scritta: "Se succede qualcosa pulisci tu!".

Caffè, fette con marmellata e miele, spremuta d'arancia intanto che ripasso mentalmente la scaletta della giornata.

Mi chiedo se abbiamo preparato tutto, se ho concordato con CF chi deve fare cosa, se i nonni sono ok in caso di emergenza, se se se.

Perché io ve lo dico, eh, se salta un incastro qui salta tutto.

Quasi quasi mi scappa un "Sincronizziamo gli orologi!".

CF infila ai bambini giacche e scarpe, io li infilo in macchina e faccio tappa veloce alla materna.

Sono i primi, come sempre, baci bacini bacetti e la mamma con il suo bolide affronta il tragitto per il lavoro.

Radio accesa, pilota automatico inserito, mi perdo nei miei pensieri.

Ed è l'unico momento della giornata in cui faccio solo due cose contemporaneamente: guidare e pensare.

Chè già son troppe, soprattutto per una che non è un asso al volante.

In ufficio, si innesta la solita routine, con la presenza piacevole dell'amica con cui chiacchierare di quando in quando.

Il ritorno alla normalità ha sicuramente dei lati positivi: la tisana delle dieci e quella delle 16,30, le confidenze scambiate alla scrivania...

Il tempo che scorre via veloce, a volte troppo, come l'acqua dalle mani.

E la lotta contro il tempo è la costante del mio ritorno alla normalità.

In pausa pranzo volo veloce a casa, mezz'ora di macchina all'andata, mezz'ora al ritorno, quaranta minuti di sosta a disposizione.

Giusto quel che mi serve per mangiare, scambiare due parole con CF per vedere se tutto procede secondo i piani, sbrigare faccende varie e ritornare in ufficio.

Quando si torna alla normalità si viene catapultati in un mondo che viaggia a mille: niente polleggiamenti, pisolini, sieste.

E' come stare su un tapis-roulant: se ti fermi o rallenti vieni irrimediabilmente buttato giù.

E quando arrivi a sera, oh, prima di tirare il fiato ce ne vuole.

I bambini, piccoli tiranni, che pretendono -assurdo, non vi pare?- una massiccia dose di attenzioni: guarda prima me, no me, senti qua, ti racconto là, fammi una coccola, prendimi in braccio...

Cerco di godermi ogni istante della cena. Questa settimana CF è a casa, per cui mangiamo assieme, tutti quanti.

E anche se non sono i pasti luculliani delle feste, hanno un sapore particolare: quello della famiglia, del ritrovarsi, del raccontarsi.

E di nuovo - finalmente!- il tempo rallenta, si dilata, come quando siamo in ferie.

Ci muoviamo seguendo il ritmo indolente delle onde del mare, ci lasciamo cullare dal loro sciabordio, ognuno immerso nel proprio mondo, nei propri pensieri.

Questo è quello che il ritorno alla normalità non ci potrà mai portare via: la consapevolezza che, se anche durante il giorno possiamo sembrare schegge impazzite, la sera possiamo tornare ad essere semplicemente e pienamente noi.

E respirare, per qualche ora, un soffio di libertà.

(Questo post partecipa al tema della settimana #ritonoallanormalità proposto da Arianna, del Blog dei Bonzi).