"Torto marcio" di Alessandro Robecchi è un thriller italiano molto avvincente.

Robecchi è un autore che ho conosciuto solo recentemente, quindi adesso devo recuperare il tempo perso e leggere i suoi libri.

Per fortuna esistono le biblioteche, altrimenti mi svenerei.

Ha all'attivo diversi romanzi che, benché abbiano una certa continuità per quanto riguarda i personaggi, possono benissimo essere letti senza seguire la cronologia della pubblicazione.

Torto marcio di Alessandro Robecchi

"Torto marcio" è ambientato nella Milano dei giorni nostri, che viene scombussolata da un triplice omicidio.

Apparentemente, l'unico denominatore comune sembra essere il sasso bianco che viene ritrovato sui cadaveri.

Carella e Ghezzi devono far luce sull'intricata vicenda le cui radici affondano in fatti politici avvenuti negli anni Ottanta.

Questa volta però i due poliziotti devono svolgere le indagini in segreto: i morti infatti facevano parte della Milano bene e la vicenda ha fatto più scalpore del dovuto.

Da Roma è arrivata una task-force e addirittura un profiler. Si pensa perfino che gli omicidi possano essere di matrice terroristica...

Mentre Milano vive nella paura, Ghezzi sotto copertura si infiltra nella città sommersa, nella Milano dei poveri e degli emarginati, terra con sue regole e suoi equilibri.

Nel frattempo Carlo Monterossi  viene ingaggiato assieme al misterioso Oscar Falcone da Katia Sironi, sua agente, per ritrovare un anello di famiglia dal valore inestimabile che qualcuno ha sottratto all'anziana madre.

Carlo aspetta con impazienza che si concluda il programma televisivo da lui ideato e di cui si vergogna molto.

Si annoia e, quando gli arrivano alle orecchie delle informazioni che sembrano legate ai delitti dei sassi, non esita un istante a contattare Ghezzi.

Basteranno questi labili indizi per risolvere l'ingarbugliata faccenda e riportare la pace a Milano?

Alessandro Robecchi scrive un giallo che solo giallo non è.

L'intera vicenda è costellata da critiche sociali volte a dimostrare quanto sia marcia la società occidentale dei nostri giorni, piena di contraddizioni.

L'emblema di questo è rappresentato dallo show televisivo "Crazy Love"  che sfrutta i delitti per aumentare la propria audience.

Ma non solo: come sempre, Robecchi ci mostra come la Milano ricca sia moralmente decaduta, ciò che appare non è mai ciò che è.

Al contrario, pare che l'autore punti tutto sui tessuti sociali deboli, sui vecchi, i poveri, gli immigrati, dove traspare ancora qualche barlume di umanità.

"Torto marcio" è un romanzo coinvolgente, satirico e a tratti ironico.

La trama è ben costruita, non ci sono parti deboli, anche se personalmente ridurrei i paragrafi dedicati alle riflessioni monterossiane che scaturiscono dall'ascolto della musica di Bob Dylan.

Lo stile di Robecchi è graffiante, attuale ma mai esagerato o eccessivamente volgare.

Anche quando descrive il ritrovamento dei cadaveri non si spreca in descrizioni troppo crude, Robecchi è uno che ha stile, cattura i lettori in un altro modo.

"Torto marcio" è un giallo che vale la pena di essere letto, oltre che per le vicende narrate, anche per l'analisi acuta e puntuale della nostra società.

Voi lo sapete come funziona con le idee, no? Si affacciano per un istante e poi scompaiono appena le colpite con una raffica di "no, no, ma che mi viene in mente". Poi fanno ciao con la manina e si sporgono un po' di più. Poi tu fingi di non vederle e loro sono lì a dirti: "Beh, e a me non ci pensi?"

Come sempre, ringrazio Paola del blog "Home made mamma", che mi dà la possibilità di partecipare al venerdì del libro.

E come sempre, mi farebbe molto piacere leggere i vostri commenti: conoscete quest'autore? In caso, cosa ne pensate?

Potete lasciarmi anche i vostri suggerimenti sui romanzi che avete letto, non solo gialli ma di qualsiasi genere.

4

Sabato pomeriggio, complice un bellissimo sole primaverile, per la prima volta dopo tanti mesi io e i pupi ce ne siamo andati al parco.

Il parco che abbiamo scelto però non è quello vicino a casa dove di solito bazzichiamo la sera dopo il lavoro.

La nostra meta è un parco più grande e più bello, situato nel paese vicino, a circa venti minuti di camminata.

La foto rappresenta il Ponte Romano di Inzino, uno dei pezzi più belli della passeggiata. E' stata scattata da Zanotti Ivan.

Che con i bambini si dilata in un lasso di tempo indefinito e interminabile.

Quando passeggio con loro ho spesso la sensazione di essere scivolata, non so bene come dove quando e perché, dentro ad un buco spazio-temporale.

Mi dico che questo deve essere simile a quello che ha provato Alice quando è precipitata nella tana del Bianconiglio.

Il tragitto diventa una lunga strada verso il parco, costellata da un milione di cose da vedere e da provare.

Ringhio per il primo tratto di strada ci coinvolge in questo divertentissimo gioco: contiamo le cacche di cane.

Sì, ringraziamo pubblicamente i possessori di canidi che non rispettano la legge e non raccolgono le deiezioni canine, consentendoci così di imparare i numeri e pure il concetto di grande e piccolo.

Ogni volta che Ringhio si imbatte in un "tesoro", si gira soddisfatto verso di me e chiede: "Che cos'è?", una delle poche frasi che pronuncia.

"La pupù di un cane"

"Grande o piccolo?"

"Grande"- mera deduzione calcolare la taglia dell'animale basandosi sulla grandezza delle feci, ma per il discorso del parallelismo ai bimbi questo basta e avanza.

Continuando a camminare sulla lunga strada per il parco, i bimbi vengono attratti dai fiori di tarassaco che punteggiano di giallo le aiole.

Ne raccolgono interi mazzi, di cui mi omaggiano con devozione filiale.

Io non so dove metterli, ringrazio con un sorriso e fingo di infilarli nella borsa.

Ma loro sono già corsi avanti, insaziabili di curiosità, persi dietro al volo di un'ape.

"Mamma, guarda, se la seguiamo troviamo l'alveare e possiamo prendere il miele come fa Winnie the Pooh."

La Ninfa e Ringhio saltellano e piroettano, inebriati e pieni di vita.

Quei pochi passanti che incontriamo lungo la pista ciclo-pedonale guardano la coppia di monelli, qualcuno azzarda perfino un complimento.

Adesso lungo la strada c'è un marciapiede alto due spanne e mezza, irresistibile per qualsiasi bambino.

Ringhio e la Ninfa salgono e iniziano a percorrerlo.

I loro passi titubanti si fanno sempre più spediti man mano che acquistano sicurezza.

"Mamma, sono un'equilibrista!" Urla la pupa, pazza di felicità come solo i bambini di quell'età sanno essere.

Un salto e sono giù, pronti per un nuovo gioco.

"Un, due, tre via!" sbraita Ringhio.

Insieme si lanciano a rotta di collo lungo la ciclabile, improvvisando una gara di velocità.

Poi si arrestano bruscamente vicino alle prime panchine per aspettarmi.

Li raggiungo ma vedo che stanno osservando qualcosa sotto una panchina.

Per un attimo penso alla proverbiale capra.

Invece no: si tratta solo delle operose formiche.

Mi guardo attorno un secondo, quasi certa che di lì a poco salterà fuori anche la cicala.

I pupi non hanno intenzione di ripartire tanto presto: le formiche indaffarate che stanno lavorando sotto la panca per il momento offrono loro uno stimolo forte e catalizzano tutta la loro attenzione.

Dal canto mio, mi siedo sul bordo della panchina e aspetto.

Guardo i miei bambini in religioso silenzio mentre loro seguono i percorsi dei piccoli insetti, rispettando i loro tempi.

Non ho intenzione di far loro fretta, non oggi.

Il sole è piacevolmente caldo, i rumori del traffico sono quasi inesistenti.

Oggi posso permettermi di essere lenta, di godermi ogni istante, di assaporare i raggi del sole, le risate allegre dei miei figli.

Qualcuno mi ha fatto un dono inaspettato, questa giornata è davvero particolare.

I bimbi non hanno ancora litigato, per dire.

Forse non ci arriveremo neppure, al parco, ma che importa?

Sono contenta così, questo mi basta.

Sulla lunga strada per il parco la Ninfa e Ringhio hanno imparato più di quanto potrebbero apprendere in un'intera giornata di scuola: il valore inestimabile e infinito della lentezza.

6

Uno dei momenti più caotici nella mia giornata di mamma lavoratrice è sicuramente la mattina.

Una settimana al mese posso contare sulla presenza di CF che rincasa dal turno di notte una decina di minuti prima del trillo della sveglia.

Il che significa che posso contare sull'aiuto di un papàstanco ma volenteroso.

Quando invece non c'è, abbiamo una nostra tabella di marcia ben collaudata.

Tale tabella è frutto di mesi di prove: far alzare i pupi alla tal ora piuttosto che alla tal altra, concederci venticinque minuti per la colazione anziché venti, calcolare quanto ci impiegano a lavarsi e vestirsi...

Nulla o quasi è stato lasciato al caso.

Ma ultimamente la nostra routine mattutina sta andando a rotoli.

Sarà che i bambini sentono la primavera, ma la mattina sta diventando un delirio.

Innanzi tutto la pupa, che non ha mai avuto problemi a svegliarsi, è diventata peggio della Bella Addormentata: non la svegliano nemmeno le pacche selvagge di quel bruto di Ringhio.

Praticamente impiego un buon quarto d'ora solo a farla scendere dal letto.

Dopodiché, benché la Ninfa sia ancora in fase zoombie, riesce comunque ad infastidire il fratello, che la mattina prima di bere la sua tazza di latte (che deve essere tiepido e dolcificato con una punta di miele e sempre servito nella solita tazza) è davvero intrattabile.

Questo genera una lite in piena regola: i bambini si fronteggiano in mutande come due lottatori greco-romani.

Di solito scatto giusto in tempo prima che si saltino addosso e li minaccio di indicibili torture se non si svegliano a prepararsi.

La Ninfa sbuffa e brontola mentre si infila i vestiti, accusandomi di essere una cattiva mamma perché aiuto Ringhio a vestirsi mentre lei deve fare tutto da sola.

Punto nel suo orgoglio mascolino, il pupo mi scansa e pretende di vestirsi da solo, il che implica una perdita inestimabile di preziosissimi minuti.

Lascio i bambini al loro destino e comincio a preparare la colazione.

Loro bofonchiano tra i denti, si scambiano improbabili minacce, sibilano cose offensive al ritmo del mio incalzante "Sveglia, ma sveglia!"

Poi tutti a tavola e qui scatta la gara: vince chi finisce prima. Ma no, mi incazzo, è importante mangiare lentamente -ma non troppo, eh- masticare bene e stare seduti composti ed educati.

Loro ci provano ma la scintilla della competizione è sempre lì, la vedo brillare nei loro occhi ormai vispi.

Finita la colazione, di solito c'era abbastanza tempo per fare altro.

Ora non è più così: i bambini sulle note del mio perenne "sveglia che è tardi" vanno in bagno per lavarsi i denti mentre io mi precipito a sistemare i letti.

Mentre sto rigovernando come una perfetta massaia, loro stanno allegramente allagando il bagno: il nuovo gioco di questi giorni direttamente importato dalla materna è lanciarsi l'acqua addosso. Con la bocca, è ovvio.

Quindi, masticando imprecazioni, recupero uno straccio e asciugo l'acqua dal pavimento, verifico lo stato dei vestiti e spedisco i bambini a mettersi giacca e scarpe.

Quando sono già sull'uscio di casa, un implorante miagolio mi fa venire in mente che devo dare da mangiare ai gatti e al cane.

Inutile dire che, intanto che dispenso crocchette come se non ci fosse un domani (poi non chiedetevi perché i miei pets sono così grossi), Ringhio e la Ninfa hanno ripreso a litigare per un nuovo e indefinito motivo.

Li sospingo fuori di casa e li faccio marciare fino alla macchina.

"Su, forza, sveglia"

E partiamo per la materna. Arriviamo, li scarico e li accompagno dentro.

Prima riuscivo a spogliarli ora invece: "Forza, date un bacio alla mamma che è tardi. Su, su da bravi!"

A stento mi trattengo dal dire "Sveglia!" alla maestra del pre-scuola che, con passo lento, arriva a salutarmi.

E "Sveglia, forza!" è quello che ripeto per tutto il viaggio: agli automobilisti lenti, ai pedoni che attraversano le strade, ai semafori che non scattano.

Non so, secondo voi come si fa a non essere stressate?

Così comincio la mia frenetica giornata.

Ve lo dico io: nella mia prossima vita voglio reincarnarmi in una tartaruga!

Altro che "Sveglia, su forza!"

6

Ci è sempre piaciuto viaggiare, sia quando si parte per le tanto sospirate vacanze sia che si tratti di viaggi più brevi, come le classiche gite fuori porta.

Poi sono arrivati loro, i bambini.

Ma non abbiamo smesso di viaggiare, ci siamo limitati a cambiare alcune modalità per inglobare anche i pupi.

Dopo l'arrivo dei nostri figli per questioni organizzative abbiamo sempre preferito spostarci con l'automobile, anche quando il viaggio era lungo.

Tre anni fa per esempio con una Ninfa piccola e Ringhio ancora nella pancia siamo andati a Tossa de Mar, in Costa Brava.

La Ninfa ha sempre amato viaggiare, soprattutto in macchina.

Credo che avrà pianto sì e no cinque o sei volte da quando è nata e solo perché aveva fame.

Solitamente quando era piccola l'effetto soporifero legato all'automobile la stendeva non appena vedeva il seggiolino.

Ringhio ovviamente è di un'altra pasta: lui odia profondamente l'automobile, odia il seggiolino, odia l'abitacolo, odia non poter stare in braccio a me o muoversi liberamente.

E questo ha reso i viaggi con lui una vera tortura: dopo dieci minuti inizia a piangere e non smette più, può andare avanti anche per due ore e mezza a meno che non ci fermiamo e lo liberiamo.

Non ho idea di come abbiamo fatto a continuare a viaggiare con lui senza abbandonarlo a bordo autostrada o senza imbavagliarlo.

Ma siamo sopravvissuti e ora siamo fuori dal tunnel: la Ninfa ha cinque anni e Ringhio tre, per cui viaggiare in auto con loro dovrebbe essere più piacevole.

Ho detto "dovrebbe".

Spostarsi con due pupi di questa età in realtà è una vera e propria agonia, una fonte ineguagliabile di stress.

"Mamma, dove andiamo?"- chiede la pupa regolarmente nonostante le sia già stato spiegato tutto l'itinerario, sia che si tratti di una gita sia della classica spesa all'ipermercato.

Dopo dieci minuti: "Mamma, siamo arrivati?"

Dopo venti minuti: "Papà, siamo arrivati?"

Dopo mezz'ora: "Ma non siamo ancora arrivati?"

Dopo quaranta minuti: "Quanto ci vuole ancora?"

Dopo cinquanta minuti:" Quando arriviamo?"

Dopo un'ora: "Ma uffa perché non siamo ancora arrivati?"

Sopra l'ora non ci sono pervenute informazioni perché la bambina finalmente cade in un sonno profondo.

Ma non preoccupatevi, perché tutto si ripete nello stesso modo non appena si risveglia.

Nei dieci minuti che intercorrono tra una domanda e l'altra non è che la pupa stia zitta, eh.

Ci diletta con canzoni a volte anche inventate o ci racconta storie dal finale tragico, del tipo:

" C'era una volta una famiglia di orsetti che partiva per un viaggio. E viaggiavano, viaggiavano, viaggiavano ma non arrivavano mai da nessuna parte. Stavano sempre in macchina, finché il papà diventava vecchio e non riusciva più a vedere niente. A quel punto faceva un incidente e moriva. Così la macchina si fermava e gli altri potevano scendere."

Oppure stuzzica suo fratello che da quando ha accettato il seggiolino vive il viaggio in una nuova dimensione contemplativa: si siede e inizia a guardare fuori dal finestrino senza proferire suono e con lo sguardo fisso.

Inquietante, senza dubbio, ma almeno le orecchie riposano.

A meno che la Ninfa non lo trascini in qualche gioco strano che prevede inevitabilmente come finale una sonora litigata.

A questo punto subentra CF che, con il suo vocione da orso, comincia a minacciare i due, i quali ovviamente non fanno una piega, ben sapendo che can che abbaia non morde.

Quando le cose cominciano a prendere davvero una brutta piega, scatta il piano B.

"Chi vuole una caramella?"

Con il dolcetto in bocca, i tre tacciono e nell'abitacolo torna la pace.

Peccato non duri molto.

"Mamma, cappa pipì" ci informa Ringhio con la sua parlata incerta e stentata.

"Dai, resisti che qui non ci possiamo fermare"

"Cappa fotte" (trad. "Mannaggia, mi scappa proprio forte!")

E per dare maggior enfasi Ringhio stringe occhi e pugni.

CF si ferma appena può e si fa fare pipì a Ringhio.

Non appena partiamo, è la volta della Ninfa.

"Mamma, mi scappa la pipì"

"Ma come, ci siamo appena fermati!"

"Sì, ma quando ci siamo fermati non mi scappava. Ora sì"

CF comincia ad alterarsi sul serio. Vedo il rossore che dal collo si propaga lentamente al resto del viso. Stringe forte il volante e le mascelle.

Propongo di fare un gioco, uno di quei classici giochi da viaggio, tipo "contiamo quante auto rosse vediamo".

Questo distrae i bimbi per una decina di minuti, poi ricominciano a litigare.

"L'ho vista prima io!"

"No, io!"

"No, io io io".

E a questo punto: "Chi vuole una caramella?"

Ripetete la sequenza per un numero X di volte, sostituendo la frase "mi scappa la pipì" con "ho sete" oppure "ho fame".

Riprendete poi il tutto da "Mamma siamo arrivati?" finché non avrete raggiunto la vostra destinazione.

Vi auguro un buon viaggio, sereno e rilassante, in compagnia della vostra famiglia.

Questo post può essere interpretato come una comunicazione di servizio, un aggiornamento e anche una captatio benevolentiae per paracularmi un po'.

Sì, lo so, all'apparenza sembra che in questi mesi stia trascurando il blog, ma in realtà non è affatto così.

Se si prende banalmente in considerazione il numero di post pubblicati settimanalmente allora devo ammettere che sono calati, da cinque ora la media è tre.

Questo non significa che non so cosa scrivere o che magari prima prediligevo la quantità piuttosto che la qualità.

Dietro ogni singola parola ci sono io, nel senso che cerco sempre di esprimere quello che provo e quello che penso.

Quando tratto certi temi a carattere più generale, ricerco sempre le informazioni non solo in rete ma anche servendomi della cara e vecchia carta.

Insomma, mi adopero per scrivere articoli che siano sempre di un certo livello.

Nell'ultimo periodo, oltre a dedicarmi alle mie due rubriche, "L'uomo in cucina- ricette per veri uomini"e "Time is mine", ho preso parte a diverse iniziative e intrapreso collaborazioni interessanti.

Con altre blogger che si occupano di cucina ho partecipato a "L'ingrediente in comune", un progetto in cui mensilmente si sceglie a votazione un tema, che può essere un ingrediente piuttosto che un evento, si stabilisce il giorno di pubblicazione del post e tutte le partecipanti presentano una loro ricetta.

Ovviamente, come per ogni altro pezzo che pubblico, il post va condiviso sui vari social e anche questo richiede del tempo.

Nell'ambito di questa iniziativa ho pubblicato una ricetta pasquale e una ricetta salata per la merenda dei bambini.

A fianco della passione per la cucina, sto prendendo parte a un progetto inerente ai viaggi, di cui vi parlerò in seguito.

Tutto questo non mi ha minimamente fatto trascurare i libri, anzi.

Come da nostra consuetudine, il venerdì rimane il giorno dedicato alla recensione dei libri ma ho in mente di ampliare il venerdì del libro con altri temi  letterari.

Sempre in ambito di libri, è con grande gioia che vi comunico (dai, lasciatemi pavoneggiare almeno un pochino) che sono diventata collaboratrice del blog "letto da noi"per cui ad oggi ho recensito i seguenti romanzi:

  •  "Come cade la luce" di Catherine Dunne
  • "La ragazza delle perle" di Lucinda Riley
  • "Follia maggiore" di Alessandro Robecchi
  • "Nostalgia del sangue" di Dario Correnti
  • "Sesso, amore e croccantini" di Flavia Borelli

Ho anche il piacere di collaborare al ""The peach rose blog"gestito dalla strepitosa Rosanna, con un articolo a settimana che viene deciso con l'autrice di volta in volta.

Oltre a quello che vi ho elencato, che rappresenta una fonte di gioia e mi offre stimoli continui, sto preparando diversi guest-post anche per altri blog.

Tenete sempre presente che, all'interno del mio progetto di crescita personale, mi sto documentando in tanti ambiti diversi, dal web-writing alla temutissima SEO.

Inoltre sono diventata più social: alla pagina facebook e al profilo Instagram ho aggiunto anche Pinterest, Telegram, Google Plus e Flipboard .

Per finire, quest'ultimo periodo è stato molto difficile per me e, non mi vergogno a confessarlo, mi sono smarrita un po' anche io.

Ci siamo ammalati tutti quanti in perfetta sincronia: CF bloccato con la schiena, la Ninfa per un'improvvisa orticaria virale, Ringhio con la bronchite, i nonni con una devastante influenza ed io con i calcoli biliari.

Provate a immaginare quanto sia stato complicato e devastante gestire le nostre vite, tra lavoro, scuola, vacanze e impegni vari.

Nonostante questo, ora le cose sono tornate alle normalità: dopo un piccolo intervento sono di nuovo in pista, i bimbi si sono rimessi, CF dopo varie cure ha ripreso a muoversi come un Homo erectus e i nonni pian piano si stanno ristabilendo.

Il rientro alla solita vita e la primavera che sta arrivando mi danno una nuova carica: un grazie di cuore a chi continua a seguirmi, a chi mi propone interessanti e coinvolgenti collaborazioni, a chi mi dedica un attimo del suo tempo lasciandomi un commento qui o altrove.

A tutti voi il mio augurio più sincero per una serena continuazione.

Ci sono dei libri a cui ognuno di noi è particolarmente affezionato.

Uno dei libri che mi accompagnano da tempo immemorabile è "Gatti da legare" di Doreen Tovey.

Anche se lo conosco praticamente a memoria, ogni tanto mi piace rileggerlo.

A volte, quando spolvero la libreria e me lo ritrovo tra le mani, non resisto: lo apro a caso e ne leggo qualche pagina, ridendo tra me e me.

Siccome come ben sapete adoro gli animali e soprattutto ho un feeling particolare con i gatti, ho deciso che ve ne dovevo assolutamente parlare.

"Gatti da legare" di Doreen Tovey: recensione

Doreen Tovey è una scrittrice inglese di cui non si sa molto.

Nata nel 1918, appassionata di gatti, diventa presidente del "Siamese Cat Club" e del "Club del gatto dell'Inghilterra Occidentale".

Durante la sua vita, passata in un paese della campagna inglese vicino a Bristol, Doreen scrive una serie di libri autobiografici che hanno come protagonisti alcune generazioni di gatti Siamesi.

Un'epopea familiare dedicata ai piccoli felini, dunque.

Ho letto tutta la serie, ma l'unico libro che possiedo è "Gatti da legare", il terzo volume.

Ogni libro infatti può essere letto come una storia a sé stante e non è nemmeno necessario leggere i romanzi in ordine cronologico.

In "Gatti da legare" troviamo i coniugi Tovey alle prese con la ristrutturazione del loro cottage.

Ma soprattutto facciamo la conoscenza di Seeley e Shebalu, un seal point e un blue point, arrivati come dei terremoti a spazzare via la tranquillità della vecchia Sheeba.

Doreen ci propone delle divertentissime scene, raccontando come solo un inglese sa fare, le disavventure e le situazioni strane in cui lei e il marito Charles si vengono a trovare a causa dei due pestiferi gattini.

Tra le avventure feline, l'autrice ci presenta una galleria di strani personaggi, dal cacciatore miope all'improvvisata addestratrice di cani.

E tanti sono anche gli animali che animano la scena: dall'asinello all'oca selvaggia, dagli animali del bosco a quelli della campagna inglese.

Suggestivi sono i paesaggi che Doreen ci dipinge con grande abilità: la campagna inglese che ha sempre un che di affascinante, almeno su di me.

"Gatti da legare" è un piccolo romanzo che riesce a farsi strada fino al cuore, che strappa più di un sorriso e che tiene compagnia in queste giornate ancora così poco primaverili.

Vale la pena leggerlo, in un pomeriggio, sorseggiando una tazza di the caldo, magari davanti al caminetto acceso.

Quali sono i libri a cui voi siete particolarmente legate?

Come sempre, un doveroso ringraziamento va a Paola di Homemademamma, la creatrice del #venerdidellibro.

Buon fine settimana e buone feste!