Che io ami gli animalinon è un segreto. Che, tra loro, abbia una predilezione particolare per i gatti neppure.

Oggi, per l'appuntamento con il venerdì del libro vi presento un romanzo abbastanza famoso: "Io sono un gatto" dell'autore giapponese Natsume Soseki, pseudonimo di Kinnosuke Natsume.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: brevi cenni alla trama

"Io sono un gatto" è ambientato in Giappone agli inizi del Novecento, l'epoca in cui questa nazione sta iniziando il suo lento cammino verso la modernità aprendosi ancor di più all'Occidente.

Il protagonista è un gatto che non ha un nome. Il felino, ancora cucciolo, in una terribile notte di pioggia riesce ad entrare in casa di un professore d'inglese.

Il povero gatto non gode di vita facile: il professore decide di tenerlo, ma la madre, le tre figlie e la serva non lo possono davvero sopportare, tanto che il gatto rimane appunto senza un nome.

Ciononostante, l'animale si adegua con facilità alla sua nuova esistenza. Cibo ne ha a sufficienza, un tetto sopra la testa pure, coccole meno ma non sembra importargli poi molto.

Il suo passatempo preferito è quello di ascoltare e spiare i discorsi del capofamiglia, che reputa un essere umano abbastanza bizzarro.

Kushami, questo il nome del professore, si dedica a mille hobby in modo alquanto superficiale, scatenando le risate dell'intero vicinato: passa dal comporre poesie tradizionali giapponesi a scrivere prosa in un inglese sgrammaticato, dal tiro con l'arco alla pittura.

Kushami è il punto di riferimento di un suo ex studente, Kangetsu, laureato in fisica, promesso sposo della figlia viziata e ricca dei suoi vicini di casa.

Il gatto, oltre ai discorsi del professore con il giovane, assiste anche a quelli di altri personaggi particolari amici del padrone di casa, come per esempio Sanpei, un uomo d'affari, e Tofu, un poeta.

La trama si incentra sugli episodi che deve fronteggiare Kushami per salvare l'amico Kangetsu dalle mire della ricca famiglia della promessa sposa.

In sostanza, l'intera vita del professore e dei suoi amici serve da pretesto al gatto senza nome per discorsi pseudo filosofici e più o meno profondi su quanto certi comportamenti umani siano strani e a volte addirittura incomprensibili.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: recensione

"io sono un gatto" non è sicuramente un romanzo d'azione.

I pochi fatti movimentati vengono raccontati dal protagonista ai suoi amici o viceversa.

In "Io sono un gatto" il pilastro della narrazione è incentrato su come il gatto vede il genere umano.

"Senza nome" è un felino particolare, non ama molto la vicinanza dei propri simili, seppur qualche amico felino ce l'abbia.

A lui interessa capire gli uomini, ma è un'osservazione, la sua, quasi scientifica, antropologica o psicologica: molto distaccata, a volte con un pizzico d'invidia, di chi però è ben consapevole di far parte di una razza superiore.

Non c’è nulla di meno sopportabile al mondo della noia, se non succede qualcosa che stimoli la nostra vitalità non vale la pena vivere.”

L'autore ha reso questo gatto un animale poco socievole, opportunista, arrogante e senza alcun dubbio non tenero né empatico, a volte perfino odioso.

Eppure allo stesso tempo è un acuto osservatore, curioso e critico allo stesso tempo.

La particolarità che mi ha fatto apprezzare "Io sono un gatto" è che è stato scritto nel 1905. Sì, non è un errore, l'anno è proprio quello.

La cosa ancor più sconcertante è che in Italia sia stato pubblicato per la prima volta solo nel 2006!

Ma i comportamenti umani che vengono analizzati risultano essere tutt'ora attuali, nonostante si parli del Giappone di più di un secolo fa, quindi di uomini che appartengono ad una cultura agli antipodi rispetto alla nostra sia dal punto di vista geografico che storico.

Devo confessare però che leggere "Io sono un gatto" non è stato così semplice per varie ragioni.

La prima è quella dell'uso di termini giapponesi che non possono essere tradotti nella nostra lingua. Tranquilli, nel testo ci sono le note che rimandano alle spiegazioni.

Questo, seppur rappresenta una difficoltà perché rende la lettura più lenta, allo stesso tempo risulta essere un tratto affascinante.

La seconda cosa che mi ha messo in difficoltà è proprio la lentezza della trama: nella prima parte del libro il motore che mi ha mosso è sempre stato la convinzione che prima o poi sarebbe successo qualcosa.

Quando poi ho capito che non sarebbe accaduto nulla di significativo, che il protagonista non si sarebbe rivelato un ninja, che non ci sarebbero state eclatanti ed eccitanti battaglie tra samurai, mi sono messa il cuore in pace e mi sono semplicemente goduta la rappresentazione del genere umano.

Orbene, vi vedo già sospirare e alzare gli occhi al cielo: perché allora consigliare la lettura di questo romanzo?

Sicuramente per il suo valore letterario: "Io sono un gatto" è infatti il primo romanzo moderno giapponese.

In secondo luogo perché, come accennavo prima, parla sì di un gatto, ma ancor più dell'umanità e di quanto spesso noi uomini sappiamo essere così superbamente stupidi, tanto da giustificare la frase del gatto:

Gli umani per quanto forti non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l'ora dei gatti"

Ecco, quindi, nonostante lo stile narrativo sia semplice e scorrevole, "Io sono un gatto" non è una lettura da ombrellone, anche se risulta comunque un romanzo davvero piacevole.

Come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro, e aspetto i vostri suggerimenti.

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Siamo a giugno, il mese dell'anno che rimanda immediatamente alla chiusura delle scuole.

La scuola dell'infanzia (ho già detto che per me sarà sempre l'asilo?) chiuderà i battenti il trenta giugno, ma, oltre alla festa di fine anno con cui vi sbomballerò di cui vi parlerò più avanti, con la chiusura delle scuole finisce ufficialmente anche la stagione dei compleanni.

Niente da dire contro le feste di compleanno. Io sono una di quelle mamme che adora andare alle feste, perfino a quelle bambinesche.

Semplicemente io non ci vado, perché la maggior parte delle volte vengono fatte quando sono ancora in ufficio.

Il che non significa che i miei bambini non ci vadano. Se i nonni sono disponibili o il papà è a casa, anche loro si trasformano volentieri in party-children.

La cosa di cui mi devo sempre occupare invece restano i regali di compleanno.

Che se già è difficile regalare qualcosa a qualcuno che si conosce, figuriamoci poi farlo a bambini che sono solo un nome e niente più, il cui volto riesco a vedere solo nella foto di gruppo di Natale.

Ecco, prossimamente Ringhio presenzierà al compleanno di un suo compagno di classe.

Il mio vispo pargolo è tornato a casa raggiante per la quinta volta con un invito in mano.

Cf ed io non lo eravamo altrettanto: lui perché deve accompagnare il pupo e presenziare (e CF non è un party-boy), ché mollare Ringhio ad una festa equivale a sabotarla e finire in causa con i genitori del festeggiato, ed io perché devo provvedere al temutissimo regalo.

Ecco quindi il dilemma:  cosa regalare ad un bambino di quattro anni?

Beh, mi son detta, facciamocelo dire da lui, da Ringhio!

Ho la (s)fortuna di avere un esemplare maschio di quattro anni in perfette condizioni sotto mano, perché non sfruttarlo?

Tralasciando la sua passione smodata e intramontabile per i dinosauri, che spero non affligga altre madri, cosa desiderano i bambini di quattro anni?

Siccome mio figlio ha problemi di linguaggio, più che farmelo dire a parole mi sono servita delle esperienze precedenti.

Secondo la mia esperienza di mamma di un maschio di quattro anni, questi sono i regali papabili.

Cosa vorrebbe come regalo un bambino di quattro anni

Monopattino

A quatto anni i bambini sanno già muoversi bene, alcuni (non faccio nomi) si divertono a scalare la qualunque, sono diventati abili e coordinati e hanno già un senso dell'equilibrio abbastanza sviluppato.

Ora che sta arrivando l'estate è bello stare all'aria aperta, per cui il regalo numero uno è un bel monopattino: se ne trovano oramai di tutti i tipi ad un prezzo abbordabile.

Costruzioni di ogni tipo

I bambini impazziscono all'idea di costruire qualcosa, di montare e di smontare, di creare.

Ho avuto modo di affrontare l'argomento costruzioni con diverse mamme e papà nel periodo di dicembre, per la notte magica di Santa Lucia e per Natale.

Meglio le Lego Duplo o quelle della Playmobil? Secondo me i pupi si divertono sia con uno che con l'altro e poi ci sono talmente tante proposte che è impossibile non trovare qualcosa di carino: animali, città, mezzi di trasporto...

E' già uscita la serie dedicata ai dinosauri sull'onda dell'ultimo film di Jurassic World:il regno distrutto, sapevatelo.

Ma costruzioni non vuol dire solo mattoncini: esistono anche le costruzioni magnetiche, molto originali e molto versatili, forse un tantino meno scontate.

Per cui costruzioni è la mia idea regalo numero due.

Banco da lavoro

Come tutti i bambini di quattro anni, Ringhio è affascinato dalle riproduzioni in formato bambino che gli permettono di imitare i grandi.

A quattro anni siamo ancora nella fase del gioco di ruolo, per cui un banco da lavoro, quello con seghe, martello e trapano, potrebbe essere una buona idea, soprattutto se magari ci si associa con altre mamme (e qui whatsapp torna utile, no?)

Ci sono comunque anche dei banchi da lavoro interessanti in versione compatta che non sono affatto male.

Ho detto banco di lavoro, ma potrebbe essere anche una cucina o una valigetta del dottore.

Quindi banco di lavoro o affini è la mia terza opzione per un regalo.

Giochi da tavolo

Questo è un campo che non conosco molto bene. Non ho ancora comperato giochi da tavolo per i miei bimbi perché mi sono sempre sembrati piccoli.

Invece iniziano proprio ora a sviluppare le doti sociali, a capire come giocare con gli altri e anche come rispettare le regole.

Devo dire infatti che recentemente Ringhio e la Ninfa hanno avuto modo di provare alcuni giochi da tavolo molto divertenti che, secondo me, mi chiederanno come regalo tra qualche mese.

I giochi in questione sono "Acchiappa il coniglio", "Lampo di genio" e "Occhio al fantasma".

Si sono divertiti un sacco e non solo loro!

Per cui questo è il mio suggerimento numero quattro per un fantastico regalo di compleanno.

Sabbia cinetica

Ed infine ecco la proposta numero cinque: la sabbia cinetica.

La sabbia cinetica è stata una scoperta del Seridò: è un composto particolare formato da sabbia e altri ingredienti che permette ai bambini di darle qualsiasi forma, dalle classiche formine ad altro.

La particolarità di questa sabbia -udite, udite!- è che non sporca. Ripeto, care mamme: la sabbia cinetica non sporca.Non macchia né i vestiti né le superfici dei mobili.

Se sbadatamente (perché sono sicura che non lo farà mai apposta) vostro figlio la sparge per la casa tranquille: basta usare una pallina fatta fatta con la sabbia stessa e raccattare quella che trovate in giro che come per magia si incollerà alla palla!

La bellezza della sabbia cinetica è che si modella come sabbia normale, per cui via con la fantasia: castelli, roccaforti, poste per biglie o paesaggi di dune per macchinine o animali.

Insomma, una figata pazzesca!

Ho scritto che sono proposte per un bambino, ma è sotto inteso che vanno bene anche per una bambina, no?

Non so su cosa mi orienterò, ma sono sicura che comunque al pupo piacerà il mio regalo (almeno spero...)

Se volete aiutarmi ad allungare la lista, i vostri suggerimenti sono ben graditi.

Avete tempo fino a sabato...

datemiunam-cosa-regalare-ragalo-bambino-bambina-quattro-anni

Eccoci di nuovo al quinto giorno della settimana, uno dei miei preferiti, e non solo perché poi ci attende un magnifico fine settimana di sole.

Venerdì per me significa venerdì del libro, l'evento creato da Paola di Homemademamma, che non finirò mai di ringraziare.

Anche il post di oggi è dedicato ai romanzi distopici, per la precisione proseguiamo con la presentazione del secondo volume della serie "Red Queen" di cui abbiamo iniziato a parlare la scorsa settimana.

Spada di vetro di Victoria Aveyard: brevi cenni alla trama

"Spada di vetro" inizia proprio da dove è terminato il primo volume, "Regina Rossa"

Questo metodo di iniziare subito, senza fare prologhi o premesse, è una cosa che apprezzo molto, soprattutto visto che avevo già pronti tutti e tre i romanzi della serie "Red Queen".

In "Spada di vetro" Cal e Mare, dopo il tradimento di Maven, riescono a sfuggire quasi per miracolo dalle grinfie del nuovo re.

Mare, grazie a Julian, suo precettore e amico, apprende di non essere la sola anomalia.

Sulla terra esistono altre persone di sangue rosso con gli stessi poteri degli Argentei: i Novisangue.

La ragazza decide di intraprendere la temerari missione di cercare di salvarne il più possibile dal nuovo e sanguinario re Maven.

Nella speranza di trovare degli alleati, Mare si rifugia in seno alla Guardia Rossa.

Niente di più sbagliato: la Guardia Rossa infatti riserva un'accoglienza molto fredda ai due fuggitivi.

Cal viene subito sbattuto in carcere, come ci si potrebbe aspettare, visto che rappresenta per tutti l'incarnazione del male, essendo un Argenteo e il successore di diritto al trono reale.

Mare, invece che essere acclamata come un'eroina, viene guardata con sospetto: la gente cerca di starle alla larga, impaurita dai suoi poteri che troppo la accomunano agli Argentei.

La Sparafulmini, soprannome che le calza a pennello, decide di continuare la propria missione, con o senza l'aiuto della Guardia Scarlatta.

Decide di non mostrare i propri sentimenti, alza uno scudo che allontana gli altri, perfino la sua famiglia ritrovata, soprattutto il fratello Shade, anch'egli dotato di poteri particolari.

L'intera vicenda della "Spada di vetro" è incentrata sul ritrovamento dei Novisangue, sul tentativo di Mare di farli diventare alleati dei ribelli per sfidare l'esercito di Argentei.

Centinaia di nomi, centinaia di rossi dotati di varie abilità. Più potenti, più veloci, migliori di loro e con il sangue rosso come l’alba.» Trattengo il respiro, quasi sapessi di essere sull’orlo di un nuovo futuro. «Maven cercherà di ucciderli, ma se noi li trovassimo prima di lui, potrebbero diventare…» «Il più grande esercito mai visto.» Farley si incanta al solo pensiero. «Un esercito di novisangue.»

Nel frattempo, Maven non si ferma davanti a niente e a nessuno pur di ritrovare e riavere la sua Mare, donna amata a arma terribile allo stesso tempo.

In "Spada di vetro" ci si concentra molto sulla guerra: battaglie all'ultimo sangue, carceri inespugnabili in cui penetrare, rivolte, sommosse e chi più ne ha più ne metta.

Non vi scrivo come finisce, ma credetemi: mi ha lasciato a bocca aperta con la voglia di correre subito a leggere il terzo volume che, per fortuna, avevo già a portata di mano.

Spada di vetro di Victoria Aveyard: recensione

"Spada di vetro", non ho nessun problema a dirlo, è il romanzo della serie che per ora mi è piaciuto di più.

L'ho trovato più movimentato rispetto al primo, con più scene di azione: duelli, lotte, battaglie ma anche fughe e ritirate.

Se "Regina rossa" si concentrava sulla vita nei palazzi degli Argentei e su quella nei villaggi e nelle città dei Rossi, qui invece la contrapposizione si sente meno.

Il fulcro principale dell'ambientazione ruota attorno alla base della Guardia Scarlatta  e ai mille personaggi che la compongono.

La Aveyard ha dato prova di una grande abilità: ha schierato molti personaggi, anche se non sempre è riuscita a dare il giusto spazio ad ognuno di essi.

Ce ne sono alcuni che saltano agli occhi più di altri, come Shade, Cameron o il vecchio compagno di giochi di Mare.

Allo stesso tempo l'autrice compie un duro lavoro di caratterizzazione dei personaggi principali.

Cal, l'erede spodestato, non ha più un posto dove stare: gli Argentei, il suo popolo, lo vogliono morto e i Rossi da parte loro pure. Non ha alcun punto di riferimento, è solo. Ha perso tutto: la famiglia, la posizione, le sue certezze. Dovrà ricostruirsi e guadagnarsi la fiducia degli altri, ma soprattutto dovrà capire da che parte stare.

In questo, Mare e Cal si assomigliano. Mare ha ritrovato la sua famiglia, la sua gente. Ma, a causa dei profondi cambiamenti che ha subito da quando ha scoperto i suoi poteri, loro non la riconoscono più.

Le tragiche esperienze hanno cambiato la ragazzina che era, trasformando Mare nella Sparafulmini, temuta come gli Argentei e forse divenuta, senza volerlo, troppo simile a loro.

Il nocciolo centrale de "La spada di vetro" potrebbe essere proprio la battaglia interiore tra bene e male:

Nessuno nasce malvagio, così come nessuno nasce solo. Lo si diventa per via di scelte e circostanze. Non puoi controllare le circostanze, ma le scelte…»

Quindi, per quanto tempo Mare riuscirà a controllare le proprie pulsioni, i propri desideri e a rimanere sull'orlo del precipizio senza cadere nel baratro?

La scelta finale scombussolerà la scacchiera e porrà le basi per le vicende future.

Dal punto di vista narrativo, ho notato però che le sequenze sono discontinue: non c'è fluidità tra un capitolo e l'altro, a volte ci sono delle brusche interruzioni.

Un capitolo si chiude in un modo e il capitolo successivo riprende la narrazione da un altro punto della storia. Manca quasi la connessione tra i due, come se ci fosse un buco temporale.

Probabilmente questa pecca è dovuta alla giovane età della scrittrice che tenta di fare qualcosa di più rispetto al primo ma manca ancora di competenza per poterlo fare.

Questo si nota in  modo chiaro nella descrizione della lotta tra la regina Elara e la Sparafulmini. Non vi dico di più per non spoilerare una delle scene centrali del romanzo, ma, essendo appunto così importante, non doveva essere gestita in questo modo.

Ciononostante, "Spada di vetro" è il degno successore di "Regina rossa", anzi, mi è piaciuto di più, perché mi sono affezionata ai vari personaggi che risultano più vivi e reali.

Ci vediamo venerdì prossimo per il capitolo successivo della saga.

Ok, alla fine, nonostante tutto, avete deciso di avere un secondo figlio.

Avete dimostrato di avere un grande coraggio e anche un pizzico di incoscienza, ma ora siete pronte per passare dallo stato di mamma mono-figlio allo stato di bismamma.

La mamma bis- o bismamma- è quella genitrice che, una volta arrivato il secondo figlio, soprattutto se a distanza abbastanza ravvicinata rispetto al primo, farà di tutto per negare l'evidenza.

Fingerà che la vita sia semplice, nonostante lo stato larvale e semi-vegetativo dei primi mesi.

Ignorerà le occhiaie perenni, i crampi alle braccia a forza di ninnare il pargoletto, i vestiti stazzonati con evidenti segni di rigurgito.

La bismamma procederà nella sua fase di negazione arrivando perfino a pavoneggiarsi con le amiche mono-figlio.

Certo, avere un secondo figlio è davvero stancante, non hai più un briciolo di tempo per te, ti devi dividere in due, ma ne vale la pena.

Innanzi tutto perché....perché... Sei rimasta senza parole? Non sai più cosa dire?

Ecco, ci sono qui io, non preoccuparti.

Ho giusto qui alcuni suggerimenti con cui potrete far diventare livide di invidia le madri con un solo figlio.

10 motivi + uno per fare un secondo figlio

Le gioie dell'essere mamma di due  sono molte, tanto da compensare largamente i lati negativi che oramai tutte conosciamo.

Innanzi tutto, avere due figli è bello per la regola della moltiplicazione: non è solo la fatica ad essere moltiplicata, ma, soprattutto, l'amore e le attenzioni che ricevete: doppi abbracci, doppie coccole, doppi regali.

Quando arriva un secondo figlio, imparate ad essere meno gelose e possessive: non esiterete un attimo ad affidare i pargoli a terzi, che siano nonne, cognate o vicine di casa, pur di farvi una doccia o una semplice dormita.

Dite anche addio ai sensi di colpa: se chi ha un solo figlio  ogni tanto ha il dubbio che potrebbe fare di più, chi ne ha almeno due sa che è matematicamente impossibile fare di più.

Avere due figli significa che possono -prima o poi- giocare assieme senza coinvolgervi: loro si divertono, voi vi rilassate. I bimbi con uno o più fratelli imparano prima le regole della socializzazione e della condivisione.

Le bismamme raramente soffrono di solitudine: i momenti senza figli divengono una manna dal cielo, un'occasione d sfruttare al massimo, rischiando di cadere nell'iper-attività.

Quando i figli sono due, anche le aspettative vengono equamente distribuite e quindi si riducono al minimo anche le possibilità di avere un figlio che soffra di ansia da prestazione in maniera patologica.

Una mamma di due, da ottima stratega, può far leva sulla competizione tra fratelli e volgerla a proprio vantaggio: "vediamo chi è il primo a fare il letto" o frasi simili sono comuni in tutte le famiglie non mono-figlio.

Allo stesso tempo, soprattutto man mano che i bambini crescono, è bello osservare come tra di loro nasce una certa complicità e un certo senso di protezione.

I fratelli si spalleggiano, si difendono e si sostengono a vicenda e vivono i conflitti sociali con minor apprensione.

Imparano più in fretta ad avere fiducia e questo permette loro di sviluppare un atteggiamento assertivo nei confronti del mondo.

Da quando i miei bambini sono diventati grandicelli, ho notato che hanno sviluppato anche un certo senso di giustizia.

Se uno riceve una caramella, lo stesso deve valere per l'altro: insomma, non si fanno differenze, si misura tutto, perfino la durata degli abbracci della mamma.

Avere un secondo figlio per una mamma  significa anche avere una seconda opportunità di rivivere le famose "prime volte": il primo sorriso, i primi passi, la prima parola.

E solo questa grandissima emozione, per me, vale come ricompensa per tutte le fatiche, le nottate in bianco, i litigi e i capricci affrontati.

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In questo assolato venerdì vi presento una serie fantasy, o meglio, una serie distopica, che mi ha davvero colpito.

Pensavo di parlarvene in un unico post ma poi mi è sembrato riduttivo nei confronti dei romanzi, perché avrei dovuto scegliere di scriverne uno davvero lungo o di affrontare l'argomento in modo superficiale.

Quindi ho deciso di dedicare un singolo post per ognuno dei libri che compongono la saga.

In questi ultimi anni c'è stata una proliferazione di romanzi fantasy e distopici, ma a conti fatti trovarne uno originale e ben scritto è abbastanza raro.

Victoria Aveyard, giovane autrice statunitense, è riuscita a far parlare di sé a pochi mesi dall'uscita del suo libro "Regina rossa", a cui hanno fatto seguito, a cadenza annuale, "Spada di vetro" e "Gabbia del re".

Ho recuperato tutti e tre i volumi e li ho letti in pochissimo tempo. Come avrete capito, la serie mi ha davvero conquistato.

Regina Rossa: brevi cenni alla trama e recensione

"Regina Rossa", fedele ai canoni della letteratura distopica, ci trasporta in un mondo futuro dominato dagli Argentei, umani che, a causa di una mutazione genetica, hanno acquisito poteri straordinari e vivono come degli dei crudeli e arroganti.

Gli Argentei sono la classe dirigente del nuovo mondo e spadroneggiano sui Rossi, umani comuni senza poteri che vivono alla stregua di servi della gleba.

Il sangue è il tratto distintivo e la base della società: se il tuo sangue è del colore giusto, allora sei a posto.

Rossi e Argentei non si mischiano, le regole sono ferree e inamovibili: chi ha sangue rosso è inferiore e vive per servire.

Come se ciò non bastasse, il mondo è dilaniato da una lunga guerra che vede i regni degli Argentei in lotta tra loro da centinaia di anni.

Proprio per questo, ogni Rosso, al compimento del diciottesimo anno di età, se non ha un lavoro, è obbligato ad andare a combattere al fronte per cinque anni. Di solito chi parte non torna più.

Questo è il destino che attende anche Mare, scaltra diciassettenne che vive di espedienti, derubando gli altri per aiutare la sua famiglia.

Il padre di Mare è tornato dal fronte senza una gamba e un polmone, i tre fratelli stanno ancora combattendo mentre la sorella più giovane ha trovato lavoro come apprendista sarta.

Mare è consapevole del proprio destino e, da una parte, sembra perfino accettarlo.

Ma le cose cambiano all'improvviso: Kilorn, il suo miglior amico, perde improvvisamente il lavoro e la ragazza è costretta a trovare un sistema per evitare ad entrambi l'arruolamento forzato.

L'unica soluzione possibile sembra quella di rivolgersi al mercato nero ed entrare a far parte della Guardia Scarlatta, un movimento segreto che lotta per la liberazione dei Rossi.

Il destino però mette di nuovo i bastoni tra le ruote alla nostra Mare. L'incontro fortuito con uno strano ragazzo che le procura un lavoro al palazzo reale le sconvolgerà la vita.

In modo improvviso Mare scopre di avere un potere straordinario, che nessun Argenteo ha mai avuto prima.

Ciò la rende qualcosa di diverso da un Rosso e da un Argenteo, un caso unico e inspiegabile.

Il re e la regina, per insabbiare il fatto straordinario che una Rossa sia dotata di poteri, obbligano Mare ad abbandonare la sua identità e la promettono in sposa al secondogenito Maven.

Maven è un principe tormentato, gentile e altruista che vive all'ombra del fratello Cal, erede al trono, dedito alla patria e all'onore.

Ed è così che Mare diviene Mareen, figlia orfana di un militare di alto livello.

Durante un assalto, i genitori di Mareen hanno perso la vita e lei è stata adottata da una famiglia di Rossi ed educata come uno di essi.

Il caso ha voluto che le venisse riassegnato il posto che si meritava all'interno della corte degli Argentei.

Mare, ricattata dal re e dalla regina che fanno leva sull'amore  che la ragazza prova per la sua famiglia, decidono di far educare la giovane come una di loro.

In questo modo si assicurano il controllo sulla ragazza speciale e mettono a tacere eventuali voci che potrebbero minare i pilastri del loro presunto diritto a governare.

Nel frattempo, a palazzo, la giovane Mare deve fronteggiare le guerre di potere sotterranee che si innestano a tutti i livelli e che mettono in difficoltà le capacità della ragazza, non avvezza a questi giochi strategici.

Inoltre, la Guardia Scarlatta affida alla giovane il ruolo di infiltrata, mettendo così a repentaglio la sua stessa vita.

Tra alleanze improbabili, doppi giochi e fughe rocambolesche si conclude il primo capitolo della saga.

Il ritmo incalzante della vicenda, a cui ben si adatta lo stile narrativo della scrittrice, rende la lettura davvero avvincente, tanto che staccarsene è difficile.

La storia può essere divisa in due parti: la prima incentrata sulla vita del villaggio dei Rossi, la seconda invece dedicata a quella nel palazzo degli Argentei.

Nella prima parte Victoria Aveyard si concentra su Mare, sulla sua personalità e i suoi sentimenti.

Descrive la quotidiana lotta alla sopravvivenza in un mondo post apocalittico, il senso di colpa che la ragazza prova ogni volta che deruba un altro Rosso, l'amore indescrivibile che la lega alla sua famiglia.

Mette in luce il rapporto tra lei e Kilorn, l'amico che sente di dover proteggere e la sua sete di riscatto per una condizione di schiavitù che vede come profondamente ingiusta.

L'incontro con il ragazzo misterioso che le procura un lavoro è la linea di demarcazione che segna il cambiamento di Mare.

Non solo cambia la sua vita in maniera inimmaginabile, ma cambia anche il suo modo di essere.

Mare è costretta a vivere a stretto contatto con gli Argentei, una razza che disprezza e odia, ad abbandonare la propria identità per diventare una di loro.

Mareen è un'invenzione che ingabbia la ragazza in una prigione di menzogne da cui non può più sfuggire.

Gli Argentei sono dotati di poteri particolari, come la capacità di leggere nella mente o quella di governare gli elementi della natura, ma sono freddi, arroganti e superbi.

Quasi tutti vedono Mareen come una minaccia, a partire da Evangeline, la promessa sposa di Cal.

Mare non ha amici, non può fidarsi di nessuno.

A poco a poco però sente di provare qualcosa per Cal e Maven, due personaggi diametralmente opposti ma a loro modo interessanti.

Cal così dedito al senso del dovere, ottimo stratega dal piglio militare, così solido e affidabile.

Maven più timido e introverso, consapevole di essere il secondogenito, anzi, di essere il figlio nato dal secondo matrimonio del re, per certi versi più simile a Mare, che si è sempre sentita messa in ombra dalla sorella più giovane.

Mare si sente suo malgrado attratta da loro, quasi a compensare la perdita della famiglia e dell'amico Kilorn.

Questo le provoca non pochi sensi di colpa: sta fraternizzando con il nemico.

Solo sapere di appartenere alla Guardia Rossa la "scusa" parzialmente per queste  emozioni.

L'autrice, oltre che sulle vicende pericolose della vita di palazzo, si focalizza proprio sulla parte emotiva dei vari personaggi, rendendoli quasi vivi.

Un altro punto a favore di "Regina Rossa" è la cura con cui viene descritta l'ambientazione.

Victoria Aveyard crea un mondo dove la divisione tra Argentei e Rossi è netta e chiara, senza sfumature.

Il mondo dei Rossi è un mondo rurale, arretrato: niente comodità, livello di istruzione quasi assente, sanità inesistente.

Avere una stanza dove vivere ammassati è già considerato un privilegio. Morte e malattia sono all'ordine del giorno, senza contare l'eterna minaccia della guerra che decima i ragazzi di sangue rosso.

Il mondo degli Argentei invece è tutto sfarzo e ricchezze, dai palazzi di vetro ai vestiti di seta e pietre preziose: il cibo non manca mai, la malattia viene curata da guaritori, ogni Argenteo ha a disposizione insegnanti che li educano sia nell'uso dei loro poteri sia nelle materie più convenzionali.

Allo stesso modo però la vita nel mondo degli Argentei è pericolosa come quella nei villaggi o nelle città inquinate dei Rossi, se non di più.

Mare imparerà  a sue spese cosa vuol dire tradire gli Argentei e ribellarsi alle loro regole.

Ma imparerà anche che a volte una sola persona, se nella posizione giusta, può davvero fare la differenza ed essere il simbolo di un grande cambiamento.

Sono troppi i fattori che hanno portato a questo giorno: un figlio dimenticato, una madre vendicativa, un fratello con una lunga ombra, una strana mutazione. E tutti questi elementi insieme hanno composto una tragedia."

C'è qualcuno tra di voi che conosce l'autrice? Se no, direi che questo è il momento buono per iniziare a leggere i suoi libri.

Come sempre, un grazie di cuore a Paola, di Homemademamma, creatrice del #venerdìdellibro

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Ieri sera sono tornata a casa, dopo i soliti quaranta minuti di coda sotto un pesante nubifragio, di umore alquanto irritabile.

Non appena ho aperto la porta di servizio -entro sempre da questa, perché per me è più comoda- ho trovato la lavanderia piena di sabbiolina: si era rotto il sacco della lettiera dei gatti e quei demonietti pelosi si erano divertiti a sparpagliarla in giro per la stanza.

Pazienza, mi son detta, c'è di peggio. Ho preso la mia fedele scopa e ho ripulito il tutto.

Mi tolgo le scarpe ed entro in cucina. Giocattoli ovunque: lego, vestiti delle bambole, macchinine, dinosauri...

Con un'agilità non proprio felina riesco a non pestarne nemmeno uno e a raggiungere la sala, senza cadute pericolose o slogamenti di arti vari.

Lì mi vedo CF, con il suo tipico aplomb, intento a giocareserafico con il piccolo mentre la Ninfa se ne sta stesa sul divano, le gambe allungate sullo schienale e la testa penzoloni, i capelli che toccano il pavimento.

"Ciao, mamma. Bentornata!"  Sarà che sono in fase pre-ciclo, ma mi faccio intenerire dalle loro moine e dai loro abbracci.

Senza dire nulla, li lascio ai loro giochi e mi rintano in bagno.

L'ordine in casa con due bimbi è una battaglia persa in partenza, del resto potranno mettere a posto i loro giochi mentre prepariamo la cena.

Nella solitudine del bagno - oh gaudio, oh gioia!- penso che, in fondo in fondo, me la sono proprio voluta.

Ho sempre amato le simmetrie. Per me tre non è mai stato il numero perfetto.

Per questo, non appena è nata la Ninfa, sapevo già che avrei fatto un secondo figlio.

E sono stata accontentata: Ringhio è arrivato quasi subito, prima del previsto in verità, ad appena ventitré mesi di distanza dalla sorella.

Mamma bis: cosa cambia quando arriva il secondo figlio

Se ripenso a quei primi mesi, non so ancora come non abbia fatto ad impazzire.

Mi viene sempre da ridere quando incontro le mamme con un solo figlio che si lamentano perché non hanno mai tempo  e sono sempre stanche.

Da mamma di due  mi rendo conto che sicuramente anche io farò lo stesso effetto a chi ha più figli di me, eh.

Quando decidi di avere il secondo figlio a breve distanza dal primo la motivazione che ti spinge è la sicurezza che farai meno fatica.

Dall'alto della tua esperienza, affronti la gravidanza con uno spirito diverso.

La prima gravidanza è stata magica ma anche tragica: da un lato tutta la grande gioia legata a questo miracolo della natura, dall'altro tutta l'ansia per l'ignoto.

La seconda gravidanza, quindi, non ci coglie impreparate: curva glicemica, toxo, contrazioni di Braxton...niente è più un mistero, niente ci fa più paura (magari il parto sì, ma solo un pochino).

Ecco, la bismamma può godersi il suo "stato interessante" senza inutili apprensioni, assaporando ogni momento.

O, almeno, in teoria. Perché c'è l'altro figlio, il primogenito, a riportarci coi piedi per terra.

Il primo figlio, ancora piccolino, capisce bene che c'è qualcosa che non va.

Che la pancia cresce lo vede pure un cieco ed è un dato di fatto che portare in braccio un bimbo quando si è all'ottavo mese è alquanto disagevole.

Ma è altrettanto ovvio che far capire al tuo rampollo perché non riesci più a farlo è un altro paio di maniche. Io ho optato mettendomi la pupa direttamente sulle spalle.

Quando il secondogenito nasce, realizzate che in realtà la situazione non è così rosea come l'avevate immaginata.

Quando avete deciso di dare un compagno di giochi al vostro bambino o di fare un fratello perché non sarebbe rimasto solo -ma son motivazioni logiche queste? Un cane non andava meglio?- pensavate di aver ponderato bene la situazione.

Scommetto che questo più o meno è quello che vi siete dette.

Posso farcela, perché in fondo sto ancora accudendo un bimbo piccolo per cui sono ancora in ballo con cacche, pannolini e pappe.

In più non devo affrontare grosse spese: lettino, passeggino e quelle cose lì in linea di massima le ho già tutte, al massimo mi farò regalare dai parenti quello che mi manca.

Se viene dello stesso sesso del primo, ancora meglio: riciclo tutto ed il gioco è fatto!

Che ingenue, ragazze!

Se da una parte è così, dall'altra non lo è affatto.

I ritmi di un bambino di un anno sono diversi da quelli di un neonato. In più un bambino di dodici mesi e passa ha già una certa autonomia.

Vogliamo poi parlare del delicato equilibrio che avete costruito con il primogenito?

Dopo esperimenti ed errori di varia portata avete creato una routine per la mattina e una per la sera, anticipate le richieste di vostro figlio, sapete capire al volo quando ha caldo-freddo-sonno-solo-voglia-di-rompere-i-maroni.

E come se non bastasse, siccome siamo donne e quindi abbiamo una marcia in più, siamo riusciti ad inserire perfettamente anche il nostro compagno, in modo che non si senta escluso, affidandogli compiti alla sua portata.

Avete quindi costruito un magnifico rapporto a tre. Ed ora arriva il secondogenito che rompe questo equilibrio. 

Per quanto possiate averlo immaginato ed organizzato, inserire il secondo figlio all'interno di un menage familiare già rodato non è così semplice.

Un neonato è come un buco nero: cattura tutta la vostra energia fino all'ultimo briciolo.

Quindi ogni mattina vi ritrovate più stanche di quando siete andate a letto la sera prima.

Nonostante questo, dovrete continuare ad occuparvi del vostro bimbo "grande".

Cercare di coinvolgerlo nell'accudimento del neonato è sempre la miglior strategia.

Ecco, evitate di lasciarlo da solo a tu per tu con il nuovo venuto. La sicurezza, prima di tutto!

La vita di una mamma bis è come quella dei personaggi di un videogioco: ad ogni livello acquisti punti resistenza e punti consapevolezza e, sì, anche punti forza sia fisica che interiore.

Una bismamma è in grado di trasportare in braccio contemporaneamente i suoi due figli, uno da una parte e l'altro dall'altra, e pure la borsa della spesa.

L'organizzazione di una bismamma farebbe impallidire quella dei monasteri benedettini.

Passati più o meno indenni i primi mesi, si diventa più efficienti: se prima dedicavamo venti minuti alla preparazione del primo figlio, ora, quasi per magia, nello stesso lasso di tempo ne vestiamo due (punti esperienza, ndr).

Il nostro corpo è riuscito ad abituarsi ai nuovi orari, la stanchezza da cronica è diventata più sostenibile, oltre al papà abbiamo coinvolto nel nostro menage anche nonni, cugini, zii e parenti tutti e siamo tornate a respirare.

Ed è ora che dovete cominciare a preoccuparvi, perché le vere sfide arrivano adesso, ossia quando i vostri figli cominciano a crescere e si rendono conto che "l'altro" è il nemico.

Via allora alle gelosie, ai litigi, alle scazzottate, ai capricci...Non temete, c'è sempre il lato bello della cosa.

Entrambi i vostri figli, care bismamme, sono in grado di ragionare. E se ve la giocate bene, questo sarà il vostro asso nella manica.

Detto questo, siete ancora certe di voler diventare una mamma bis e fare un secondo figlio, magari a pochi anni di distanza del primo?

No, perché io vi ho avvertito, eh!