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Ma dove sono finiti i nonni è la domanda che mi pone la Ninfa da venerdì scorso, ovvero da quando i miei genitori sono tornati alle Canarie.

Benché sappia benissimo la risposta, sente comunque il bisogno di chiederlo, quasi come se volesse metabolizzare e fare sua quella frase.

Dopo aver passato il mese di giugno alternando asilo, nonni  materni e genitori, un cambio repentino di abitudini può essere destabilizzante.

Di fatto siamo tornato allo status quo ante in cui viviamo da settembre scorso: i nonni paterni sono tornati all'ovile dopo un mese scarso di giusto riposo, mentre i miei, che erano tornati in Italia per dar loro il cambio, hanno fatto ritorno nella loro patria d'adozione.

Lasciando però uno strascico ingombrante da gestire.

Ma dove sono finiti i nonni è il nostro nuovo mantra, quasi la strofa di una canzone triste cantata a due voci, a cui fa da risposta il mio ritornello, i nonni sono in Spagna ma poi tornano.

I bambini si abituano a tutto, una delle frasi più odiose e insensate che si possa appiccicare loro addosso.

I bambini si abituano a tutto se si crea con loro un'abitudine, cosa che sta avvenendo pian piano, difficile comunque quando il concetto di tempo per loro è così labile.

I bambini vivono nel qui e ora, per loro dire che i nonni torneranno ad agosto o dire che torneranno nel 2031 non ha alcun senso.

Capita a volte, soprattutto la sera, di dover fare i conti con domande più profonde, che racchiudono tutta la malinconia di una bimba di cinque anni di fronte ad un evento che deve ancora imparare a gestire.

Ma perché i nonni sono andati via se noi gli manchiamo? Ma ci vogliono ancora bene?

A volte le parole non bastano, se ne sprecano troppe per tentare di trarsi d'impiccio, il calderone pieno straborda.

Dopo quasi un anno pensavo, anzi, speravo, che i bambini avessero accettato il cambiamento.

Invece ogni volta è come se fosse la prima.

Lacrime e pianti ci sono stati risparmiati, ma forse quelli sarebbero stati più facili da gestire.

Pian piano le cose torneranno normali, i cambiamenti non saranno più novità e avere una coppia di nonni che si vede solo in certi periodi dell'anno diventerà l'abitudine.

Le botte di malinconia si faranno via via più lievi, per rispuntare fuori quando meno ce lo aspettiamo.

In fondo questa è lo standard di moltissime famiglie.

Noi, anzi, da questo punto di vista siamo dei privilegiati.

Durante l'anno abbiamo sempre una coppia di nonni (santi subito!) su cui poter contare per gestire i bambinianche quando siamo al lavoro.

E avere un appoggio soprattutto in estate non ha davvero prezzo.

La vera sfida ora è far capire ai bambini che amore e vicinanza non sono la stessa cosa: l'amore dei nonni è indiscusso, onnipresente, anche quando non si abita vicino e non ci si vede tutti i giorni.

Per ora continuo il duetto con la Ninfa e attendo i vostri preziosi suggerimenti.

datemiunam-nonni-nipoti-lontananza-affetto

Le feste di fine anno scolastico sono sempre una grande gioia.

Per prima cosa proprio perché la scuola finisce e già questa è di per sé una bella notizia, tranne per quei poveri genitori che lavorano entrambi e devono pensare a dove piazzare i figli-

In secondo luogo perché è un'occasione per far festa assieme ai nostri bambini e festeggiare è sempre bello.

Insomma, andare alle feste di fine anno, come avrete dedotto, non è un gran peso per me, anzi.

Quest'anno per me è stata la seconda volta alla festa di fine anno.

Infatti, anche se la Ninfa è già tre anni che frequenta la materna, il primo anno si era ammalata e quindi niente festa.

Inoltre questa era la prima volta di Ringhio che ha avuto il suo battesimo del palco (esiste? Si dice?) con la recita di Natalere

Qui da noi però a Natale si fa solo la recita senza la festa.

Purtroppo il papà non è riuscito a prendere le ferie ma stavolta erano presenti tutti e quattro i nonni, cosa alquanto incredibile.

Per motivi di spazio la recita viene fatta nel vicino teatro comunale anziché nell'edificio della scuola materna.

E proprio lì ci siamo diretti, in una soleggiata giornata di sole.

Il teatro era gremito di genitori e parenti, eccitati e accaldati.  Niente aria condizionata a mitigare la calura pomeridiana.

C'è stato un brevissimo discorso del sindaco seguito da quello del parroco, che ospita la festa all'interno dell'oratorio.

Le maestre, a turno, hanno presentato i vari gruppi di bambini, spiegando il percorso fatto durante l'anno scolastico e introducendo le scene che avremmo visto.

Il tema dell'anno erano le fiabe, partendo dalla figura centrale del cantastorie, che a me fa sempre venire in mente il simpatico menestrello del cartone animato "Robin Hood".

A questo poi hanno collegato il percorso sulla psico-motricità, sulla musica e su un paio di altre tematiche sviluppate prevalentemente dal gruppo dei grandi.

Trovo sempre interessante vedere come le maestre riescono a mettere assieme tutti questi aspetti differenti creando qualche cosa a misura di bambino che sia però comprensibile anche al mondo degli adulti.

La recita si è aperta con una canzone introduttiva di gruppo che ha visto sul palcoscenico tutti gli alunni, quindi quasi un centinaio di bambini.

Ogni gruppo, a seconda dell'età e del ruolo, era vestito con colori differenti e questo creava un impatto visivo davvero forte.

Dopo il canto iniziale, siamo entrati nel vivo dello spettacolo.

Hanno cominciato i piccoli e i piccolissimi, tra cui Ringhio, vestiti di bianco e blu e travestiti da topolini.

La scenetta era basata sulla storia di un topolino che viveva in biblioteca. I bimbi, in fila indiana, dovevano cimentarsi in un circuito sportivo con birilli, cerchi, saliscendi da panche e cose di questo genere.

Il mio pupo, che durante la canzone si stava quasi addormentando, si è improvvisamente risvegliato dal coma soporifero e ha avuto uno sprint inaspettato.

Ha fatto il suo giro con un po' di incertezza dovuta al sonno, poi non si sa bene perché ha cominciato a fare il circuito a velocità sostenuta doppiando i suoi compagni.

Correva come un fulmine, come morso dalla tarantola, una, due, tre volte finché una maestra è riuscita a placcarlo e a farlo sedere, tra gli applausi e il divertimento generale della platea.

Dopo l'inchino, i piccoli sono scesi dal palco. Tutti ordinati con i loro pantaloncini blu e la maglietta bianca.

Tutti tranne il mio. Che si era tranquillamente addormentato finiti gli esercizi e quindi è stato adagiato da qualche parte fuori scena.

Non preoccupatevi, eh, alla fine ce lo hanno riconsegnato.

E' stato quindi il turno dei mezzani. Siccome sono un gruppo molto numeroso, hanno suddiviso i bambini in tre sottogruppi.

La Ninfa recitava nella prima parte. La fiaba narrava di due moscerini (o erano altri insetti?) che non riuscivano a danzare finché non ritrovavano l'ispirazione grazie ai suoni della natura.

La Ninfa aveva la parte di un fiore, maglietta verde, gonna blu e corolla gialla a mò di colletto.

Come sempre, ha avuto un attimo di timidezza iniziale, subito passato quando la musica ha preso piede.

Si è comportata in modo serio, sempre attenta e composta, perfino quando ha dovuto danzare a ritmo sostenuto con un fiore suo compagno, che lei tiranneggia abitualmente già in classe.

Insomma, compassata e molto professionale. Ma poi mi ha detto che era agitata ma che, nonostante ciò, si è divertita davvero tanto.

Finita la favola dei moscerini, si sono esibiti tutti gli altri, portando in scena la fiaba di Rosinka, Popof, I tre porcellini e una canzone di commiato.

Per finire, la consegna dei diplomi ai bambini grandi, che è sempre fonte di orgoglio e di commozione.

L'anno prossimo toccherà anche alla Ninfa, ma intanto che si goda ancora un anno di giochi e serenità, che per studiare poi avrà tutta la vita davanti.

Prima di lasciare il teatro, c'è stata la lotteria. Il ricavato va tutto nelle casse dell'asilo.

Inutile dire che, ovviamente, nonostante i dieci biglietti comprati, non ho vinto un bel niente.

Finita la recita, con la consegna di un Ringhio di nuovo desto e arzillo, ci siamo recati tutti all'oratorio per la festa vera e propria: giochi, trucca-bimbi che non può mancare mai, intrattenimenti vari e buon cibo.

Non siamo rimasti molto perché, visto che lavoro tutta settimana, volevo approfittare del pomeriggio anche per andare a fare la spesa in modo tale da non doverla fare il sabato.

La recita di fine anno è un momento davvero importante per la vita dei nostri bambini.

Secondo me, la recita ha un grande valore educativo: i bambini devono imparare a collaborare, devono sapersi adattare ai ruoli e alla stesso tempo imparano il rispetto delle regole.

Esibirsi significa  anche sviluppare creatività e doti artistiche, sconfiggere la timidezza e rafforzare la propria autostima.

Queste sono competenze che a lungo andare formeranno parte del bagaglio culturale dei nostri bambini.

La recita è la parte conclusiva di un percorso durato un intero anno che ha sicuramente cambiato e formato i bambini, anche se magari noi genitori ce ne accorgiamo poco.

Siamo tutti lì, a guardare i nostri figli, a commentare e a stupirci.

"Oh, come sono diventati grandi!"

"Come passa il tempo"

"Come crescono i nostri figli!"

Già, perché il nocciolo della questione è quello: come crescono i nostri figli, e non solo fisicamente.

I nostri bambini crescono, diventano grandi, sviluppano abilità e competenze che saranno alla base della loro vita futura e non solo della loro istruzione.

I genitori non dovrebbero essere solo semplici spettatori e starsene in disparte, pensando che tanto è "solo" la scuola dell'infanzia.

La recita scolastica non è un banale spettacolino, ma è molto di più.

Anche per i genitori, comunque, la recita è una palestra emotiva: l'impatto di vedere i nostri bambini sul palcoscenico, che recitano, cantano e ballano davanti a tante persone sconosciute è davvero grande, specialmente il primo e l'ultimo anno.

Vi posso consigliare di non stare troppo addosso ai bambini, di non pretendere troppo da loro, di insegnare loro che essere sul palco è divertente e stimolante.

Godetevi la giornata e...non dimenticate a casa i fazzolettini!

4

Sabato pomeriggio, complice un bellissimo sole primaverile, per la prima volta dopo tanti mesi io e i pupi ce ne siamo andati al parco.

Il parco che abbiamo scelto però non è quello vicino a casa dove di solito bazzichiamo la sera dopo il lavoro.

La nostra meta è un parco più grande e più bello, situato nel paese vicino, a circa venti minuti di camminata.

La foto rappresenta il Ponte Romano di Inzino, uno dei pezzi più belli della passeggiata. E' stata scattata da Zanotti Ivan.

Che con i bambini si dilata in un lasso di tempo indefinito e interminabile.

Quando passeggio con loro ho spesso la sensazione di essere scivolata, non so bene come dove quando e perché, dentro ad un buco spazio-temporale.

Mi dico che questo deve essere simile a quello che ha provato Alice quando è precipitata nella tana del Bianconiglio.

Il tragitto diventa una lunga strada verso il parco, costellata da un milione di cose da vedere e da provare.

Ringhio per il primo tratto di strada ci coinvolge in questo divertentissimo gioco: contiamo le cacche di cane.

Sì, ringraziamo pubblicamente i possessori di canidi che non rispettano la legge e non raccolgono le deiezioni canine, consentendoci così di imparare i numeri e pure il concetto di grande e piccolo.

Ogni volta che Ringhio si imbatte in un "tesoro", si gira soddisfatto verso di me e chiede: "Che cos'è?", una delle poche frasi che pronuncia.

"La pupù di un cane"

"Grande o piccolo?"

"Grande"- mera deduzione calcolare la taglia dell'animale basandosi sulla grandezza delle feci, ma per il discorso del parallelismo ai bimbi questo basta e avanza.

Continuando a camminare sulla lunga strada per il parco, i bimbi vengono attratti dai fiori di tarassaco che punteggiano di giallo le aiole.

Ne raccolgono interi mazzi, di cui mi omaggiano con devozione filiale.

Io non so dove metterli, ringrazio con un sorriso e fingo di infilarli nella borsa.

Ma loro sono già corsi avanti, insaziabili di curiosità, persi dietro al volo di un'ape.

"Mamma, guarda, se la seguiamo troviamo l'alveare e possiamo prendere il miele come fa Winnie the Pooh."

La Ninfa e Ringhio saltellano e piroettano, inebriati e pieni di vita.

Quei pochi passanti che incontriamo lungo la pista ciclo-pedonale guardano la coppia di monelli, qualcuno azzarda perfino un complimento.

Adesso lungo la strada c'è un marciapiede alto due spanne e mezza, irresistibile per qualsiasi bambino.

Ringhio e la Ninfa salgono e iniziano a percorrerlo.

I loro passi titubanti si fanno sempre più spediti man mano che acquistano sicurezza.

"Mamma, sono un'equilibrista!" Urla la pupa, pazza di felicità come solo i bambini di quell'età sanno essere.

Un salto e sono giù, pronti per un nuovo gioco.

"Un, due, tre via!" sbraita Ringhio.

Insieme si lanciano a rotta di collo lungo la ciclabile, improvvisando una gara di velocità.

Poi si arrestano bruscamente vicino alle prime panchine per aspettarmi.

Li raggiungo ma vedo che stanno osservando qualcosa sotto una panchina.

Per un attimo penso alla proverbiale capra.

Invece no: si tratta solo delle operose formiche.

Mi guardo attorno un secondo, quasi certa che di lì a poco salterà fuori anche la cicala.

I pupi non hanno intenzione di ripartire tanto presto: le formiche indaffarate che stanno lavorando sotto la panca per il momento offrono loro uno stimolo forte e catalizzano tutta la loro attenzione.

Dal canto mio, mi siedo sul bordo della panchina e aspetto.

Guardo i miei bambini in religioso silenzio mentre loro seguono i percorsi dei piccoli insetti, rispettando i loro tempi.

Non ho intenzione di far loro fretta, non oggi.

Il sole è piacevolmente caldo, i rumori del traffico sono quasi inesistenti.

Oggi posso permettermi di essere lenta, di godermi ogni istante, di assaporare i raggi del sole, le risate allegre dei miei figli.

Qualcuno mi ha fatto un dono inaspettato, questa giornata è davvero particolare.

I bimbi non hanno ancora litigato, per dire.

Forse non ci arriveremo neppure, al parco, ma che importa?

Sono contenta così, questo mi basta.

Sulla lunga strada per il parco la Ninfa e Ringhio hanno imparato più di quanto potrebbero apprendere in un'intera giornata di scuola: il valore inestimabile e infinito della lentezza.

6

Uno dei momenti più caotici nella mia giornata di mamma lavoratrice è sicuramente la mattina.

Una settimana al mese posso contare sulla presenza di CF che rincasa dal turno di notte una decina di minuti prima del trillo della sveglia.

Il che significa che posso contare sull'aiuto di un papàstanco ma volenteroso.

Quando invece non c'è, abbiamo una nostra tabella di marcia ben collaudata.

Tale tabella è frutto di mesi di prove: far alzare i pupi alla tal ora piuttosto che alla tal altra, concederci venticinque minuti per la colazione anziché venti, calcolare quanto ci impiegano a lavarsi e vestirsi...

Nulla o quasi è stato lasciato al caso.

Ma ultimamente la nostra routine mattutina sta andando a rotoli.

Sarà che i bambini sentono la primavera, ma la mattina sta diventando un delirio.

Innanzi tutto la pupa, che non ha mai avuto problemi a svegliarsi, è diventata peggio della Bella Addormentata: non la svegliano nemmeno le pacche selvagge di quel bruto di Ringhio.

Praticamente impiego un buon quarto d'ora solo a farla scendere dal letto.

Dopodiché, benché la Ninfa sia ancora in fase zoombie, riesce comunque ad infastidire il fratello, che la mattina prima di bere la sua tazza di latte (che deve essere tiepido e dolcificato con una punta di miele e sempre servito nella solita tazza) è davvero intrattabile.

Questo genera una lite in piena regola: i bambini si fronteggiano in mutande come due lottatori greco-romani.

Di solito scatto giusto in tempo prima che si saltino addosso e li minaccio di indicibili torture se non si svegliano a prepararsi.

La Ninfa sbuffa e brontola mentre si infila i vestiti, accusandomi di essere una cattiva mamma perché aiuto Ringhio a vestirsi mentre lei deve fare tutto da sola.

Punto nel suo orgoglio mascolino, il pupo mi scansa e pretende di vestirsi da solo, il che implica una perdita inestimabile di preziosissimi minuti.

Lascio i bambini al loro destino e comincio a preparare la colazione.

Loro bofonchiano tra i denti, si scambiano improbabili minacce, sibilano cose offensive al ritmo del mio incalzante "Sveglia, ma sveglia!"

Poi tutti a tavola e qui scatta la gara: vince chi finisce prima. Ma no, mi incazzo, è importante mangiare lentamente -ma non troppo, eh- masticare bene e stare seduti composti ed educati.

Loro ci provano ma la scintilla della competizione è sempre lì, la vedo brillare nei loro occhi ormai vispi.

Finita la colazione, di solito c'era abbastanza tempo per fare altro.

Ora non è più così: i bambini sulle note del mio perenne "sveglia che è tardi" vanno in bagno per lavarsi i denti mentre io mi precipito a sistemare i letti.

Mentre sto rigovernando come una perfetta massaia, loro stanno allegramente allagando il bagno: il nuovo gioco di questi giorni direttamente importato dalla materna è lanciarsi l'acqua addosso. Con la bocca, è ovvio.

Quindi, masticando imprecazioni, recupero uno straccio e asciugo l'acqua dal pavimento, verifico lo stato dei vestiti e spedisco i bambini a mettersi giacca e scarpe.

Quando sono già sull'uscio di casa, un implorante miagolio mi fa venire in mente che devo dare da mangiare ai gatti e al cane.

Inutile dire che, intanto che dispenso crocchette come se non ci fosse un domani (poi non chiedetevi perché i miei pets sono così grossi), Ringhio e la Ninfa hanno ripreso a litigare per un nuovo e indefinito motivo.

Li sospingo fuori di casa e li faccio marciare fino alla macchina.

"Su, forza, sveglia"

E partiamo per la materna. Arriviamo, li scarico e li accompagno dentro.

Prima riuscivo a spogliarli ora invece: "Forza, date un bacio alla mamma che è tardi. Su, su da bravi!"

A stento mi trattengo dal dire "Sveglia!" alla maestra del pre-scuola che, con passo lento, arriva a salutarmi.

E "Sveglia, forza!" è quello che ripeto per tutto il viaggio: agli automobilisti lenti, ai pedoni che attraversano le strade, ai semafori che non scattano.

Non so, secondo voi come si fa a non essere stressate?

Così comincio la mia frenetica giornata.

Ve lo dico io: nella mia prossima vita voglio reincarnarmi in una tartaruga!

Altro che "Sveglia, su forza!"

6

Ci è sempre piaciuto viaggiare, sia quando si parte per le tanto sospirate vacanze sia che si tratti di viaggi più brevi, come le classiche gite fuori porta.

Poi sono arrivati loro, i bambini.

Ma non abbiamo smesso di viaggiare, ci siamo limitati a cambiare alcune modalità per inglobare anche i pupi.

Dopo l'arrivo dei nostri figli per questioni organizzative abbiamo sempre preferito spostarci con l'automobile, anche quando il viaggio era lungo.

Tre anni fa per esempio con una Ninfa piccola e Ringhio ancora nella pancia siamo andati a Tossa de Mar, in Costa Brava.

La Ninfa ha sempre amato viaggiare, soprattutto in macchina.

Credo che avrà pianto sì e no cinque o sei volte da quando è nata e solo perché aveva fame.

Solitamente quando era piccola l'effetto soporifero legato all'automobile la stendeva non appena vedeva il seggiolino.

Ringhio ovviamente è di un'altra pasta: lui odia profondamente l'automobile, odia il seggiolino, odia l'abitacolo, odia non poter stare in braccio a me o muoversi liberamente.

E questo ha reso i viaggi con lui una vera tortura: dopo dieci minuti inizia a piangere e non smette più, può andare avanti anche per due ore e mezza a meno che non ci fermiamo e lo liberiamo.

Non ho idea di come abbiamo fatto a continuare a viaggiare con lui senza abbandonarlo a bordo autostrada o senza imbavagliarlo.

Ma siamo sopravvissuti e ora siamo fuori dal tunnel: la Ninfa ha cinque anni e Ringhio tre, per cui viaggiare in auto con loro dovrebbe essere più piacevole.

Ho detto "dovrebbe".

Spostarsi con due pupi di questa età in realtà è una vera e propria agonia, una fonte ineguagliabile di stress.

"Mamma, dove andiamo?"- chiede la pupa regolarmente nonostante le sia già stato spiegato tutto l'itinerario, sia che si tratti di una gita sia della classica spesa all'ipermercato.

Dopo dieci minuti: "Mamma, siamo arrivati?"

Dopo venti minuti: "Papà, siamo arrivati?"

Dopo mezz'ora: "Ma non siamo ancora arrivati?"

Dopo quaranta minuti: "Quanto ci vuole ancora?"

Dopo cinquanta minuti:" Quando arriviamo?"

Dopo un'ora: "Ma uffa perché non siamo ancora arrivati?"

Sopra l'ora non ci sono pervenute informazioni perché la bambina finalmente cade in un sonno profondo.

Ma non preoccupatevi, perché tutto si ripete nello stesso modo non appena si risveglia.

Nei dieci minuti che intercorrono tra una domanda e l'altra non è che la pupa stia zitta, eh.

Ci diletta con canzoni a volte anche inventate o ci racconta storie dal finale tragico, del tipo:

" C'era una volta una famiglia di orsetti che partiva per un viaggio. E viaggiavano, viaggiavano, viaggiavano ma non arrivavano mai da nessuna parte. Stavano sempre in macchina, finché il papà diventava vecchio e non riusciva più a vedere niente. A quel punto faceva un incidente e moriva. Così la macchina si fermava e gli altri potevano scendere."

Oppure stuzzica suo fratello che da quando ha accettato il seggiolino vive il viaggio in una nuova dimensione contemplativa: si siede e inizia a guardare fuori dal finestrino senza proferire suono e con lo sguardo fisso.

Inquietante, senza dubbio, ma almeno le orecchie riposano.

A meno che la Ninfa non lo trascini in qualche gioco strano che prevede inevitabilmente come finale una sonora litigata.

A questo punto subentra CF che, con il suo vocione da orso, comincia a minacciare i due, i quali ovviamente non fanno una piega, ben sapendo che can che abbaia non morde.

Quando le cose cominciano a prendere davvero una brutta piega, scatta il piano B.

"Chi vuole una caramella?"

Con il dolcetto in bocca, i tre tacciono e nell'abitacolo torna la pace.

Peccato non duri molto.

"Mamma, cappa pipì" ci informa Ringhio con la sua parlata incerta e stentata.

"Dai, resisti che qui non ci possiamo fermare"

"Cappa fotte" (trad. "Mannaggia, mi scappa proprio forte!")

E per dare maggior enfasi Ringhio stringe occhi e pugni.

CF si ferma appena può e si fa fare pipì a Ringhio.

Non appena partiamo, è la volta della Ninfa.

"Mamma, mi scappa la pipì"

"Ma come, ci siamo appena fermati!"

"Sì, ma quando ci siamo fermati non mi scappava. Ora sì"

CF comincia ad alterarsi sul serio. Vedo il rossore che dal collo si propaga lentamente al resto del viso. Stringe forte il volante e le mascelle.

Propongo di fare un gioco, uno di quei classici giochi da viaggio, tipo "contiamo quante auto rosse vediamo".

Questo distrae i bimbi per una decina di minuti, poi ricominciano a litigare.

"L'ho vista prima io!"

"No, io!"

"No, io io io".

E a questo punto: "Chi vuole una caramella?"

Ripetete la sequenza per un numero X di volte, sostituendo la frase "mi scappa la pipì" con "ho sete" oppure "ho fame".

Riprendete poi il tutto da "Mamma siamo arrivati?" finché non avrete raggiunto la vostra destinazione.

Vi auguro un buon viaggio, sereno e rilassante, in compagnia della vostra famiglia.

2

Domani sarà il primo giorno di primavera.

Secondo il calendario, almeno.

Perché basta guardare fuori dalla finestra per accorgersi del contrario: attualmente qui da me scende pioggia alternata a qualche fiocco di neve.

Insomma, sembra che quest'anno l'inverno non  voglia proprio mollare e cedere il passo alla bella stagione.

Io però, in barba alle avverse condizioni meteo, mi sto già preparando all'arrivo della primavera.

Come?

Non pensandoci affatto.

Perché la primavera per una mamma significa soprattutto una sola cosa: il cambio degli armadi dei propri figli.

Non c'è niente di così odioso, faticoso, aberrante e alienante del cambio di stagione degli armadi dei pargoli, nemmeno il nostro.

Questo perché normalmente noi non incorriamo in importanti modifiche fisico-strutturali di stagione in stagione.

Il che significa che quel che ci andava bene la primavera scorsa novantanove su cento ci andrà bene anche questa primavera, salvo non siate state così brave e fortunate da essere finalmente riuscite a perdere peso.

Inutile sottolineare come io non rientri in questa cerchia privilegiata, vero?

Certo, c'è la questione dei trendy di stagione e dei nuovi must, ma tutto sommato sono cose che possiamo tranquillamente riuscire a gestire archiviando i capi che sono definitivamente fuori moda e sostituendoli con qualche oufit più attuale.

Ma il cambio armadio dei bambini è un altro paio di maniche.

Prendiamo per esempio il caso di mia figlia.

La Ninfa è cresciuta di quasi dieci centimetri rispetto allo scorso anno, anche se a livello di peso è rimasta praticamente invariata (l'ho già detto, vero, che non somiglia a me?).

Il che significa che è praticamente impossibile che a primavera potrà indossare qualche capo della scorsa stagione.

Ma ci sono tutti quei vestiti regalati o accantonati gli anni precedenti che sono da rivalutare.

Non fatevi trarre in inganno dal verbo "rivalutare", perché sembra quasi innocuo ma non lo è affatto.

"Rivalutare" significa che la povera madre,  flippata per aver passato dieci ore fuori casa per lavoro, dopo aver imbastito alla bell'è meglio una cena commestibile , dopo aver fatto il minimo sindacabile per rendere la casa agibile, deve trascinare giù dal solaio scatole di abiti e convincere la figlioletta, con lusinghe alternate a minacce,  a provarsi i vari capi per vedere se le vanno bene oppure no.

Putacaso che la bimba adori sì provarsi i vestiti, ma che abbia anche una particolare propensione a non volersi levare il vestitino vichy nuovo nuovissimo perché le sta tanto bene e che voi perdiate un'altra ora del vostro già scarso tempo per convincerla?

Moltiplicate questo intero processo per il numero di abiti che dovete rivalutare, sommatelo alla stanchezza della madre, sottraete le ore di tempo perse, dividete infine per la pazienza che non è un numero infinito anche se tendente ad esso e avrete ottenuto il risultato di quanto la primavera possa essere una vera rottura di palle per una mamma.

Prepararsi all'arrivo della primavera è una faccenda seria e bisogna giocare d'anticipo.

Ecco perché, dall'alto della mia esperienza, mi sento abbastanza accreditata per darvi questi preziosi suggerimenti:

  1. procuratevi dei buoni integratori per aiutarvi contro la stanchezza fisica e psicologica, come per esempio del magnesio;
  2. cercate di fare una leggera attività sportiva, qualche flessione o qualche squat che vi aiuteranno nel sollevamento degli scatoloni;
  3. non sottovalutate l'importanza dello streching: non vorrete mica ritrovarvi con il colpo della strega o lo stiramento dei muscoli delle gambe dopo aver rincorso quel velocista di vostro figlio che non ne vuole affatto sapere di provare i vestiti?
  4. meditate di comperare qualche nuovo oggetto per la casa, come per esempio un nuovo vaso Lalique per sostituire quello che si è inavvertitamente frantumato quando il vostro invasato figlio treenne ha lanciato la scarpa da ginnastica che stavate tentando di infilargli al piede;
  5. cercate di rilassarvi, ascoltate musiche zen, utilizzate gocce di olio essenziale alla lavanda e curate l'alimentazione: no ai fritti e ai cibi troppo elaborati sì a frutta e verdura di stagione: provate a riacchiappare il figlio di turno dopo aver mangiato la polenta con lo spezzatino o la parmigiana di melanzane!

Quando avrete fatto il cambio degli armadi dei vostri bambini, passate subito al vostro: sono abbastanza sicura che la vecchia gonna che l'anno scorso non vi entrava più ora, come per magia, vi calzerà a pennello.

Con questi cinque semplici consigli, care mamme, vedrete che arriverete alla primavera  fresche, riposate e in forma smagliante.

E se vi fa piacere, potete indicarmi voi quali sono le vostre strategie per prepararvi all'arrivo della belle stagione.

Ne farò davvero tesoro, credetemi.