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Margherita Oggero è una scrittrice italiana, torinese, ex professoressa di lettere.

Scrive gialli. Ed io non la conoscevo affatto.

Ultimamente mi sto rendendo davvero conto che la mia ignoranza degli autori nostrani contemporanei è alquanto gigantesca.

Il caso ha voluto che facessi la mia conoscenza di Margherita Oggero proprio con "La collega tatuata", il suo primo romanzo.

La collega tatuata di Margherita Oggero: la trama in breve

Protagonista della vicenda è la profia, cioè professoressa, Camilla.

Donna di quarant'anni, realista, cinica, auto ironica con un carattere irriverente e a tratti esuberante, la nostra Camilla ama la letteratura che tenta di insegnare nel miglior modo possibile  -cioè con tanta passione e scarsi risultati- ai suoi studenti.

Sposata da anni con Renzo, uomo solido e a suo modo brillante, hanno una figlia di otto anni, Livietta, acuta e divertente.

Compongono la famiglia la vecchia madre di Camilla e un bassotto dispettoso e vendicativo.

Con l'inizio dell'anno scolastico, nell'istituto torinese dove lavora Camilla arriva lei, Bianca De Lenchantin, la nuova professoressa di inglese.

Es è subito antipatia a prima vista. Bianca è così perfetta, nei suoi eleganti tailleur, così ricca, con borse firmate e un'agenda di prim'ordine, così snob, con la puzza sotto il naso.

Inoltre odia i cani e basterebbe solo questo per farla risultare antipatica a Camilla, che la etichetta subito come "la stronza".

La profia conduce una vita molto abitudinaria, tentando a volte con risultati discutibili di conciliare lavoro e famiglia.

Finché un giorno tutto cambia: il giornale riporta la notizia dell'assassinio di Bianca.

In Camilla si risveglia un'insana curiosità che la porta ad indagare servendosi di una rete di informatori non convenzionale.

Le indagini ufficiali vengono condotte da Gaetano, commissario affascinante e intrigante.

Tra Gaetano e Camilla scoccherà un'imprevedibile scintilla.

Chissà se si trasformerà in qualcosa di più...

Intanto la strana coppia, con fatica e perseveranza, riuscirà a far luce sull'omicidio di Bianca.

Ma le loro indagini non finiscono qui, perché alla profia è dedicata una serie di romanzi, per mia immensa gioia.

La collega tatuata di Margherita Oggero: recensione

"La collega tatuata" non è un libro che ti prende subito.

Sei lì che leggi un giallo, ti aspetti che accada qualcosa e invece niente fino a pagina sessanta.

Non è che dopo il ritmo diventi più serrato, ma per lo meno ora sai cosa aspettarti.

Noioso, direte voi. Beh, non proprio.

La particolarità della Oggero sta nei personaggi: per essere un thriller è uno di quelli vecchio stampo, un po' sulla base della signora in giallo, per intenderci.

Un'impeccabile professoressa, con famiglia al seguito, che si improvvisa detective.

Eppure, non risulta tanto improbabile. E questo per merito della penna dell'autrice.

La Oggero ha uno stile molto particolare che o odi o ami: periodi lunghi, poche virgole ed un uso non convenzionale della punteggiatura.

Non pesante, semmai faticoso: prima di abituarmi mi ci sono volute quasi venti pagine!

Superato questo scoglio, se vogliamo definirlo così, ci imbattiamo nella gestione dell'impianto narrativo.

Come ho detto sopra, non succede nulla fino a pagina sessanta.

Se considerate che le pagine in totale sono XXX, capite cosa implica questa scelta.

Così si rischia che il lettore si scoraggi subito e abbandoni il libro lì, sul comodino.

Ma secondo me quello della Oggero è stato un rischio calcolato: non sono i frequenti colpi di scena il suo punto di forza, ma piuttosto un modo di narrare che non è facile incontrare.

La scrittrice è donna di spessore, colta, raffinata e si diverte a giocare con il suo lettore in modo sottile: un riferimento letterario qui, uno là, una cosa detta velatamente per bocca di un personaggio...et voilà, la sua tela è pronta.

Come se non bastasse, un altro punto a suo favore è la caratterizzazione dei personaggi, dalla protagonista alla vecchia madre, passando per Livietta e non trascurando neppure l'amato bassotto.

Non si dilunga in descrizioni sterili e prolisse, ma delinea la personalità dei personaggi attraverso le loro idiosincrasie e le loro azioni.

Maestra della penna, la Oggero ci regala splendide e vivide immagini anche dei suoi concittadini, all'apparenza freddi e composti, ma sotto sotto con una propensione al pettegolezzo quasi comica.

Avrete capito che io mi sono molto rispecchiata in Camilla: madre lavoratrice che fa i salti mortali per fare tutto e bene, con un bassotto dispettoso che si sente trascurato e si vendica facendo pipì ovunque (qui sostituite con la gatta), una relazione lunga e stabile, a volte un po' noiosa, una grande curiosità...

Insomma, "La collega tatuata" è un romanzo che sa stupire ma non è una lettura per tutti i palati.

Come sempre, un ringraziamento a Paola, di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro.

Buona lettura!

datemiunam-chiara-gamberale-la-zona-cieca-libro-romanzo-recensione-tramaQuando ho preso in mano "La zona cieca" di Chiara Gamberale non sapevo a cosa sarei andata incontro.

Non avevo mai letto niente prima di quest'autrice italiana, tanto famosa e tanto osannata.

Dopo le prime due pagine, mi sono detta: "Ma no, dai, un romanzo d'amore, ma che palle!".

Però non ho voluto mollare e ho proseguito.

Alla decima pagina avevo già cambiato idea: altro che romanzo d'amore, qui l'amore viene vivisezionato, tritato e sputato fuori.

Ho proseguito, piena di curiosità e aspettative, e ho finito il romanzo in una notte (ecco perché oggi mi sento molto rincoglionita stanca).

La zona cieca di Chiara Gamberale: trama

Lidia e Lorenzo sono una coppia come -purtroppo- tante altre: lei ha un passato di gravi disturbi alimentari e di cliniche psichiatriche, lui è uno scrittore narcisista con un matrimonio fallito alle spalle.

Il 29 febbraio si incontrano per caso in un luna-park e capiscono subito di essere attratti l'uno dall'altra. Del resto, già il fatto di essersi incontrati in un giorno così speciale è un chiaro segno del destino.

Inizia così la loro relazione amorosa che finisce con il trascinarsi  inevitabilmente tra alti e bassi, tra tradimenti, sospetti, litigi e riappacificazioni.

E' una storia all'apparenza scontata, ma non lo è affatto.

La trama poggia le basi sull'assioma che ognuno di noi ha una zona cieca, cioè una il lato di noi che noi non vediamo ma gli altri sìserie di caratteristiche che noi non riusciamo a vedere ma gli altri sì.

Per dirla come la Gamberale:

La zona cieca è il pezzettino di insalata che ci rimane tra i denti.

Lidia, conduttrice radiofonica di un programma chiamato "Sentimentalismi anonimi", è la tipica donna insicura, che ha bisogno di sentirsi ascoltata e accudita, innamorata più dell'amore stesso che del suo innamorato.

Lorenzo, di contro, è il classico artista tormentato, narcisista, che ricerca in modo compulsivo l'adorazione degli altri.

Fin da subito appare chiaro quali siano le dinamiche della coppia: Lorenzo è il maliardo tiranno, mascalzone, che non vuole alcun legame sentimentale.

Lidia è il suo contraltare, convinta di poter salvare l'amato da se stesso, innamorata di lui alla follia, cieca di fronte ai suoi atteggiamenti meschini e cinici tanto è forte il suo bisogno di essere amata.

Il tratto che li accomuna entrambi e che permette alla storia di andare avanti è che hanno disperatamente bisogno l'uno dell'altra.

Questa forma di dipendenza emotiva che li unisce e li separa al tempo stesso è il binario che conduce la trama, di per sé quasi nulla.

Il punto di rottura avviene quando entra in gioco  un amico di penna, il misterioso e improbabile Brian, sciamano irlandese.

La sua funzione è proprio quella di gettare luce sulla zona cieca dei personaggi, di renderli coscienti di quella parte di loro stessi così evidente agli altri.

Grazie ai suoi consigli oscuri e mistici, Lorenzo riesce a finire il suo libro e Lidia riesce a trovare finalmente qualcuno che la ascolti davvero.

Questa è la spinta che porterà i due innamorati, chiusi in una storia che gli altri vedono come malata, a dare una nuova svolta alla loro vita, in un crescendo di emozioni che si concluderà in modo totalmente inaspettato.

La zona cieca di Chiara Gamberale: recensione

Leggere "La zona cieca" non è per niente facile, semmai il contrario.

La vicenda di Lorenzo e Lidia è raccontata attraverso lettere, frammenti di trasmissioni radiofoniche, narrazioni in terza persona, narrazioni in prima persona.

Lo stile è sempre veloce, periodi brevi, secchi quasi "maleducati".

Lo scopo del romanzo è analizzare e sminuzzare questa relazione amorosa malata che non ha apparentemente motivo di esistere.

Trovo affascinante l'idea dell'autrice di parlare dei sentimenti dei protagonisti attraverso i racconti radiofonici, quasi fossero dei messaggi inequivocabili per dire a Lidia "Ehi, ragazza, svegliati! Quello che ti sto raccontando è capitato anche a te."

Ma Lidia è una di quelle donne che preferiscono far finta di niente, mettere la testa sotto la sabbia, piuttosto che affrontare la realtà: succube di Lorenzo, si attacca a lui come una patella allo scoglio.

Anche Lorenzo dal canto suo fa la stessa cosa: continua a dire che vuole andarsene, ma per una faccenda che inizialmente sembra di comodo resta con Lidia, negando sempre di essere innamorato di lei.

Se è facile provare una forte antipatia nei confronti di Lorenzo, il nemico per eccellenza, diversi sono i sentimenti del lettore nei confronti del personaggio femminile: pena, rabbia, indignazione.

Prima o poi nella vita di ogni donna è inevitabile incappare in un narcisista come Lorenzo che fa scattare la nostra innata sindrome della Crocerossina.

Ciononostante, ho apprezzato davvero l'evolversi della vicenda.

In un crescendo emozionale, la Gamberale ci conduce ad un finale che sembra scontato ma non lo è.

"La zona cieca", in definitiva, non è un romanzo d'amore ma un romanzo sull'amore, in primisi sull'amore verso noi stesse.

Ricco di pathos, tira fuori il lato peggiore di noi e attraverso questa catarsi arriviamo alla fine emotivamente sfiancati, ma liberi e puliti.

"La zona cieca" è una lettura scomoda, amara e difficile, sicuramente non un romanzo da leggere sotto l'ombrellone.

Eppure quel che rimane alla fine è la sensazione di essere più vicini a noi stesse.

Come sempre, un grazie di cuore alla mitica Paola, di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro.

"Il giardino dei musi eterni lo hai mai letto?", mi chiede un giorno il mio collega.

"Dovresti provare, è incredibile."

Ed io l'ho fatto. Ed è stato fantastico.

Quindi il mio suggerimento per questo venerdì del libro non può essere che questo romanzo di Bruno Tognolini.

Il giardino dei musi eterni di Bruno Tognolini: brevi cenni alla trama

Il romanzo si apre con la gatta Ginger, razza Maine Coon, che si risveglia la mattina, bene come non si sentiva da tempo immemorabile.

Si guarda attorno spaesata perché non riconosce il luogo in cui si trova. Pare un giardino, ci sono anche degli strani poggia schiena di pietra.

Il suo sconcerto aumenta quando viene apostrofata da una vetusta testuggine, un piccolo uccellino e un grosso cagnolone.

Lo sconcerto si tramuta in terrore puro quando Ginger realizza di essere passata a miglior vita e che il posto in cui si trova è un cimitero per animali.

Grazie al fantastico trio, soprattutto grazie alla guida della vecchia tartaruga, Ginger comincerà a confrontarsi con i grandi quesiti legati alla vita e alla morte.

A poco a poco la gatta si abituerà al suo nuovo status di Animan, si abituerà ad essere individuo e totalità, ad essere gatto, cane e tutti gli altri animali assieme.

E mentre noi con lei prendiamo pian piano confidenza con il mondo dei morti, con le sue regole e le sue abitudini, e facciamo conoscenza con tutta la moltitudine di Animan che popolano il cimitero, le cose pian piano cominciano a cambiare.

I toni del romanzo si fanno da poetici e filosofeggianti a cupi e misteriosi ed improvvisamente la trama prende la svolta di un thriller: alcuni abitanti del cimitero cominciano misteriosamente a scomparire.

La saggia tartaruga, antica quanto il mondo, raduna una squadra di emergenza per far fronte all'accaduto.

Ginger, come tutti i gatti, spicca per le sue doti investigative e comincia a tenere d'occhio il custode che, con il suo cane, vaga tra una tomba e l'altra impegnato in qualche misteriosa ricerca.

Le sue investigazioni non risparmiano nessuno, nemmeno la Vecchina, una medium - Saltafossi nel linguaggio degli Animan- che ogni giorno si reca a fare quattro chiacchiere con gli spiriti degli animali.

Il mistero si infittisce quando, durante le visite degli umani, Ginger si scontra con degli inquietanti peluches, dallo sguardo assai vivido e tormentato.

Chi sarà il responsabile delle sparizioni? Riusciranno gli Animan a conservare il loro giardino dei musi eterni che il comune è intenzionato a utilizzare in altro modo?

Le risposte nel finale che getta una nuova luce sul rapporto tra esseri umani e animali.

Il giardino dei musi eterni di Bruno Tognolini: recensione

Non ho mai letto nulla di Bruno Tognolini, per cui "Il giardino dei musi eterni" è stato il primo romanzo con cui mi sono approcciata a questo autore.

La scrittura di Tognolini mi ha ricordato, per certi versi, quella di Stefano Benni: poetica, visionaria, ricca di nuovi termini.

Tognolini ha la particolarità di affrontare i grandi temi come la morte e la vita dopo la morte con un approccio semplice ma allo stesso tempo intenso e per nulla scontato.

Attraverso le parole della saggia Mama Kurma lo scrittore ci comunica la sua idea di spiritismo: nella morte ognuno di noi, pur mantenendo una sua identità ed individualità, diventa un tutt'uno con gli altri esseri viventi, con gli altri elementi della terra, quasi come se avvenisse un ritorno al brodo primordiale che ha dato origine alla vita stessa.

Anche la "virata" verso il romanzo giallo non si discosta da questo contesto: trovare il colpevole delle sparizioni misteriose significa mettere in discussione il rapporto che noi come esseri umani abbiamo con gli altri animali.

Tognolini attraverso le azioni del responsabile mette in evidenza l'egoismo della specie umana, il disprezzo con cui la nostra razza tratta gli altri esseri viventi, attribuendosi addirittura la facoltà di decidere per loro dopo la morte stessa.

Per fortuna lo scrittore evidenzia anche il retro della medaglia: ci sono esseri umani, soprattutto i bambini, ancora in grado di creare un legame empatico con i loro amici a quattro zampe, di entrare in simbiosi con loro in modo tanto forte da prevaricare la morte stessa.

"Il giardino dei musi eterni" è un romanzo caleidoscopico che cambia a seconda del lettore che si trova di fronte.

Adatto anche ad un pubblico di adolescenti e perfino ai bambini per il messaggio universale che trasmette; ognuno poi capisce e approfondisce la lettura in base alla propria età.

E' impossibile rimanere impassibili durante la lettura, soprattutto se amate gli animali: commovente, ironico e a tratti divertente.

"Il giardino dei musi eterni" è un libro che scava nell'anima e nel cuore: dopo averlo letto è impossibile non sentirsi diversi.

Tu sei tutti e tu sei tu"

Come ogni venerdì, un grande e doveroso ringraziamento va a Paola di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro.

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Il mio incontro con "La scuola degli ingredienti segreti" è avvenuto qualche settimana fa, in occasione del passaggio del Giro d'Italia under 23.

Vista la mia scarsa informazione sulla vita sportiva, ho saputo che avrebbero bloccato le strade solo la mattina.

Di conseguenza in pausa pranzo ne ho approfittato per andare a dare un'occhiata ad un nuovo supermarket aperto in zona poco tempo fa.

E lì, tra riviste e giornali, ho scovato questo piccolo libro, dal formato tascabile e dal prezzo irrisorio.

Ho un debole per quei romanzi che fanno della passione per il cibo il loro centro di gravità.

Così non ho perso troppo tempo a pensarci sopra e me lo sono portato a casa, anzi, in auto.

Ho cominciato a leggerlo con l'idea di passare il tempo e di far arrivare le due per rientrare poi in ufficio.

Ma "La scuola degli ingredienti segreti" in realtà è stata una rivelazione.

La scuola degli ingredienti segreti di Erica Bauermeister: brevi cenni alla trama

Erica Bauermeister ci trasporta nel magico mondo del cibo attraverso un romanzo lieve e delicato.

La figura principale è Lillian, titolare di uno dei ristoranti più in della città.

Lillian organizza ogni anno dei corsi di cucina con un numero limitato di alunni.

Ed ogni anno, la magia si ripete: le persone che frequentano il corso organizzato nel ristorante, subiscono una lenta trasformazione.

Lillian, con grazia e garbo, attraverso i segreti del cibo e della sua preparazione, riesce a far mettere i propri alunni in comunicazione con la parte più fronda della loro anima.

Il cibo, si sa, non serve solo a sfamare il corpo, ma anche l'anima. Spesso una tazza di cioccolata è molto più di un semplice dolce può fare miracoli.

Tom, Helen, Chloe e tutti gli altri hanno modo di impararlo sulla loro pelle.

Attraverso il mondo magico degli ingredienti segreti, ognuno dei protagonisti riacquista fiducia in se stesso, serenità e felicità.

La scuola degli ingredienti segreti di Erica Bauermeister: recensione

"La scuola degli ingredienti segreti" è un libro delicato, raffinato, non nel contenuto in sé ma senza dubbio nell'uso sapiente delle parole, delle metafore e delle descrizioni.

L'autrice è una maestra nel dosare sapientemente gli ingredienti che compongono questo romanzo: un tocco d'amore, un pizzico di passione, amicizia a profusione, un accenno a temi più importanti come la morte e la malattia subito equilibrati da un guizzo di ilarità ed ironia.

Ogni capitolo che compone il romanzo è dedicato ad ognuno dei personaggi che portano avanti la vicenda comune.

Un buon miscuglio di passato e di presente, un'analisi comunque apprezzabile dell'interiorità di ogni protagonista, una trama di per sé semplice.

Eppure "La scuola degli ingredienti segreti" possiede quel tocco magico che, quando arrivi alla fine della lettura, ti lascia in bocca un sapore piacevole.

Tutto sommato è una lettura leggera e gradevole, adatta a momenti in cui si vuole evadere, ma senza buttarsi sul primo libro che ci passa sotto mano.

"La scuola degli ingredienti segreti" è elegante, curato e ricercato.

In più, vi lascio una chicca: Erica Bauermeister ha avuto l'ispirazione per questo e altri romanzi durante un soggiorno nel nostro Bel Paese.

In un'intervista spiega di essere rimasta colpita dal modo di cucinare che abbiamo qui in Italia: la stagionalità degli ingredienti, il tempo dedicato alle preparazioni, la cura nel preparare i pasti per gli altri, il valore e il rispetto del cibo che è più di quel che si mangia.

Da qui l'idea, se vogliamo non molto originale, che per preparare del buon cibo serva un ingrediente segreto: la felicità.

Come tutte le settimane, un grazie di cuore  a Paola di Homemademamma, l'inventrice del venerdì del libro

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Quale giorno migliore se non un venerdì temporalesco e burrascoso per tornare a parlare della Sparafulmini?

Per il venerdì del libro, inventato da Paola di Homemademamma che non smetterò mai di ringraziare abbastanza, vi presento l'ultimo romanzo di Victoria Aveyard, "Gabbia del re".

Gabbia del re di Victoria Aveyard: trama

La storia ricomincia nell'esatto punto in cui si era interrotto il romanzo precedente.

Mare Barrow, la protagonista, ha barattato la propria libertà in cambio della vita dei suoi amici.

Si ritrova quindi prigioniera del principe Maven, anzi, di re Maven.

Il ragazzo, completamente ossessionato da lei, la tiene incarcerata servendosi della pietra silente, una pietra particolare che annulla ogni potere degli Argentei.

La povera Mare è in balia del suo carceriere e, per sopravvivere mentre elabora un pino di fuga, decide di sottostare ai desideri di Maven.

Sostiene perciò pubblicamente il piano del re per far imprigionare i Novisangue, attirandosi in questo modo le ire dei Rossi così come quelle degli Argentei, che si sentono in qualche modo ancora minacciati da lei.

Nel frattempo, all'interno del palazzo proseguono i sotterranei giochi di potere tra le fazioni più potenti: la prima capitanata dalla famiglia di Evangeline e la seconda invece fedele alla nonna paterna di Maven.

Se all'interno del palazzo la situazione è tesa e si respira aria di cospirazione e tradimento, le cose sono intricate anche all'esterno.

La Guardia Scarlatta, ben lungi dall'essere un piccolo gruppo di sovversivi, si rivela per quello che è: un grande esercito ben organizzato i cui tentacoli penetrano perfino nei regni vicini.

Mentre gli alti gradi di questo vasto esercito elaborano piani strategici e tattiche militari per sconfiggere Maven e gli altri monarchi dei vicini regni, Cal, Cameron e gli amici di Mare pensano a come liberare la ragazza.

Il principe diseredato infatti non si rassegna e vuole ad ogni costo salvare Mare, di cui ha finalmente accettato di essere innamorato.

La sua determinazione, unita alle sue doti militari, riescono infine a convincere anche la Guardia Scarlatta.

Grazie a inaspettate alleanze, complicati piani, spettacolari irruzioni e fantasmagoriche evasioni la Sparafulmini riesce infine a riacquistare la libera.

Ma è qui che il gioco diventa più complicato: quando le cose sembrano essersi finalmente sistemate per il meglio, Cal si trova di fronte ad una scelta che rovescerà le sorti della scacchiera.

Tra riprendersi il proprio regno, spalleggiato dalla feroce nonna e da altri nobili e potenti Argentei e continuare a lottare a fianco di Mare per la libertà e l'uguaglianza di ogni essere vivente, indipendentemente dal colore del sangue, cosa sceglierà il giovane principe?

Lo sapremo nel prossimo romanzo, in uscita tra pochi giorni, per cui sto trepidando di impazienza e di curiosità.

Gabbia del re di Victoria Aveyard: recensione

Con quello che tutti abbiamo creduto l'ultimo capitolo della saga, Victoria Aveyard ci sorprende e ci tiene in sospeso, con una voglia matta di scoprire come andranno le cose.

Il suo passato da sceneggiatrice emerge in modo prorompente nella stesura della vicenda, in questo capitolo più che negli altri.

"Gabbia del re" è un romanzo in apparenza più lento dei precedenti, incentrato sulla prigionia della nostra eroina, di cui si analizza molto dettagliatamente l'interiorità.

A causa della forzata prigionia, Mare manifesta segni di pazzia.

Tormentata dai sensi di colpa, preoccupata per l'avvenire dei suoi amici, conscia dell'amore per Cal ma ancora in balia di sentimenti contrastanti verso Maven, Mare si lascia travolgere dall'autocommiserazione e dalla rassegnazione.

In lei però c'è sempre un barlume di combattività, un piccolo fulmine che la spinge ad andare avanti giorno dopo giorno, elaborando inutili piani di fuga, vani e irrealizzabili.

Mare non si arrende, almeno non totalmente, anche se passa gran parte del suo tempo in solitudine, triste e abbattuta.

Per vivacizzare la trama, la Aveyard introduce due nuovi punti di vista, due nuove voci narranti: Evangeline, l'acerrima nemica di Mare e Cameron, la ragazza Novosangue costretta dalla Sparafulmini ad allearsi con la Guardia Scarlatta.

L'aspetto più interessante è l'approfondimento della figura di Evangeline, che scopriamo essere più umana e più simile a Mare di quanto ci saremmo aspettati.

Allo stesso modo l'autrice continua il percorso di crescita per gli altri personaggi principali, come Cal e Maven stesso.

La scrittrice è bravissima a dipingere il carattere del giovane re, tanto che a tratti riesce a far sorgere il dubbio nel lettore se il personaggio sia davvero e totalmente negativo.

Ho apprezzato molto anche l'introduzione delle due nuove voci narranti, per vivacizzare la storia, altrimenti ferma a causa della prigionia della protagonista.

Questa volta non ho notato buchi narrativi colmati in seguito.

La trama è più compatta e coesa, il tessuto narrativo ben annodato.

Ogni evento è causa o conseguenza di qualcosa che il lettore sa, niente stratagemmi o apparenti arrampicate sui vetri.

Magistrale, come sempre, il colpo di scena finale: Cal, integerrimo e innamorato, messo impietosamente di fronte ad una scelta così importante per l'avvenire di ogni evento futuro.

Un finale aperto che ci porta diritti verso una grande guerra che sconvolgerà il destino del mondo.

Ma "La tempesta e la guerra" sarà davvero l'ultimo capitolo della saga?

E soprattutto, riuscirò a resistere fino al 26 giugno?

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Che io ami gli animalinon è un segreto. Che, tra loro, abbia una predilezione particolare per i gatti neppure.

Oggi, per l'appuntamento con il venerdì del libro vi presento un romanzo abbastanza famoso: "Io sono un gatto" dell'autore giapponese Natsume Soseki, pseudonimo di Kinnosuke Natsume.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: brevi cenni alla trama

"Io sono un gatto" è ambientato in Giappone agli inizi del Novecento, l'epoca in cui questa nazione sta iniziando il suo lento cammino verso la modernità aprendosi ancor di più all'Occidente.

Il protagonista è un gatto che non ha un nome. Il felino, ancora cucciolo, in una terribile notte di pioggia riesce ad entrare in casa di un professore d'inglese.

Il povero gatto non gode di vita facile: il professore decide di tenerlo, ma la madre, le tre figlie e la serva non lo possono davvero sopportare, tanto che il gatto rimane appunto senza un nome.

Ciononostante, l'animale si adegua con facilità alla sua nuova esistenza. Cibo ne ha a sufficienza, un tetto sopra la testa pure, coccole meno ma non sembra importargli poi molto.

Il suo passatempo preferito è quello di ascoltare e spiare i discorsi del capofamiglia, che reputa un essere umano abbastanza bizzarro.

Kushami, questo il nome del professore, si dedica a mille hobby in modo alquanto superficiale, scatenando le risate dell'intero vicinato: passa dal comporre poesie tradizionali giapponesi a scrivere prosa in un inglese sgrammaticato, dal tiro con l'arco alla pittura.

Kushami è il punto di riferimento di un suo ex studente, Kangetsu, laureato in fisica, promesso sposo della figlia viziata e ricca dei suoi vicini di casa.

Il gatto, oltre ai discorsi del professore con il giovane, assiste anche a quelli di altri personaggi particolari amici del padrone di casa, come per esempio Sanpei, un uomo d'affari, e Tofu, un poeta.

La trama si incentra sugli episodi che deve fronteggiare Kushami per salvare l'amico Kangetsu dalle mire della ricca famiglia della promessa sposa.

In sostanza, l'intera vita del professore e dei suoi amici serve da pretesto al gatto senza nome per discorsi pseudo filosofici e più o meno profondi su quanto certi comportamenti umani siano strani e a volte addirittura incomprensibili.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: recensione

"io sono un gatto" non è sicuramente un romanzo d'azione.

I pochi fatti movimentati vengono raccontati dal protagonista ai suoi amici o viceversa.

In "Io sono un gatto" il pilastro della narrazione è incentrato su come il gatto vede il genere umano.

"Senza nome" è un felino particolare, non ama molto la vicinanza dei propri simili, seppur qualche amico felino ce l'abbia.

A lui interessa capire gli uomini, ma è un'osservazione, la sua, quasi scientifica, antropologica o psicologica: molto distaccata, a volte con un pizzico d'invidia, di chi però è ben consapevole di far parte di una razza superiore.

Non c’è nulla di meno sopportabile al mondo della noia, se non succede qualcosa che stimoli la nostra vitalità non vale la pena vivere.”

L'autore ha reso questo gatto un animale poco socievole, opportunista, arrogante e senza alcun dubbio non tenero né empatico, a volte perfino odioso.

Eppure allo stesso tempo è un acuto osservatore, curioso e critico allo stesso tempo.

La particolarità che mi ha fatto apprezzare "Io sono un gatto" è che è stato scritto nel 1905. Sì, non è un errore, l'anno è proprio quello.

La cosa ancor più sconcertante è che in Italia sia stato pubblicato per la prima volta solo nel 2006!

Ma i comportamenti umani che vengono analizzati risultano essere tutt'ora attuali, nonostante si parli del Giappone di più di un secolo fa, quindi di uomini che appartengono ad una cultura agli antipodi rispetto alla nostra sia dal punto di vista geografico che storico.

Devo confessare però che leggere "Io sono un gatto" non è stato così semplice per varie ragioni.

La prima è quella dell'uso di termini giapponesi che non possono essere tradotti nella nostra lingua. Tranquilli, nel testo ci sono le note che rimandano alle spiegazioni.

Questo, seppur rappresenta una difficoltà perché rende la lettura più lenta, allo stesso tempo risulta essere un tratto affascinante.

La seconda cosa che mi ha messo in difficoltà è proprio la lentezza della trama: nella prima parte del libro il motore che mi ha mosso è sempre stato la convinzione che prima o poi sarebbe successo qualcosa.

Quando poi ho capito che non sarebbe accaduto nulla di significativo, che il protagonista non si sarebbe rivelato un ninja, che non ci sarebbero state eclatanti ed eccitanti battaglie tra samurai, mi sono messa il cuore in pace e mi sono semplicemente goduta la rappresentazione del genere umano.

Orbene, vi vedo già sospirare e alzare gli occhi al cielo: perché allora consigliare la lettura di questo romanzo?

Sicuramente per il suo valore letterario: "Io sono un gatto" è infatti il primo romanzo moderno giapponese.

In secondo luogo perché, come accennavo prima, parla sì di un gatto, ma ancor più dell'umanità e di quanto spesso noi uomini sappiamo essere così superbamente stupidi, tanto da giustificare la frase del gatto:

Gli umani per quanto forti non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l'ora dei gatti"

Ecco, quindi, nonostante lo stile narrativo sia semplice e scorrevole, "Io sono un gatto" non è una lettura da ombrellone, anche se risulta comunque un romanzo davvero piacevole.

Come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro, e aspetto i vostri suggerimenti.