Che io ami gli animalinon è un segreto. Che, tra loro, abbia una predilezione particolare per i gatti neppure.

Oggi, per l'appuntamento con il venerdì del libro vi presento un romanzo abbastanza famoso: "Io sono un gatto" dell'autore giapponese Natsume Soseki, pseudonimo di Kinnosuke Natsume.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: brevi cenni alla trama

"Io sono un gatto" è ambientato in Giappone agli inizi del Novecento, l'epoca in cui questa nazione sta iniziando il suo lento cammino verso la modernità aprendosi ancor di più all'Occidente.

Il protagonista è un gatto che non ha un nome. Il felino, ancora cucciolo, in una terribile notte di pioggia riesce ad entrare in casa di un professore d'inglese.

Il povero gatto non gode di vita facile: il professore decide di tenerlo, ma la madre, le tre figlie e la serva non lo possono davvero sopportare, tanto che il gatto rimane appunto senza un nome.

Ciononostante, l'animale si adegua con facilità alla sua nuova esistenza. Cibo ne ha a sufficienza, un tetto sopra la testa pure, coccole meno ma non sembra importargli poi molto.

Il suo passatempo preferito è quello di ascoltare e spiare i discorsi del capofamiglia, che reputa un essere umano abbastanza bizzarro.

Kushami, questo il nome del professore, si dedica a mille hobby in modo alquanto superficiale, scatenando le risate dell'intero vicinato: passa dal comporre poesie tradizionali giapponesi a scrivere prosa in un inglese sgrammaticato, dal tiro con l'arco alla pittura.

Kushami è il punto di riferimento di un suo ex studente, Kangetsu, laureato in fisica, promesso sposo della figlia viziata e ricca dei suoi vicini di casa.

Il gatto, oltre ai discorsi del professore con il giovane, assiste anche a quelli di altri personaggi particolari amici del padrone di casa, come per esempio Sanpei, un uomo d'affari, e Tofu, un poeta.

La trama si incentra sugli episodi che deve fronteggiare Kushami per salvare l'amico Kangetsu dalle mire della ricca famiglia della promessa sposa.

In sostanza, l'intera vita del professore e dei suoi amici serve da pretesto al gatto senza nome per discorsi pseudo filosofici e più o meno profondi su quanto certi comportamenti umani siano strani e a volte addirittura incomprensibili.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: recensione

"io sono un gatto" non è sicuramente un romanzo d'azione.

I pochi fatti movimentati vengono raccontati dal protagonista ai suoi amici o viceversa.

In "Io sono un gatto" il pilastro della narrazione è incentrato su come il gatto vede il genere umano.

"Senza nome" è un felino particolare, non ama molto la vicinanza dei propri simili, seppur qualche amico felino ce l'abbia.

A lui interessa capire gli uomini, ma è un'osservazione, la sua, quasi scientifica, antropologica o psicologica: molto distaccata, a volte con un pizzico d'invidia, di chi però è ben consapevole di far parte di una razza superiore.

Non c’è nulla di meno sopportabile al mondo della noia, se non succede qualcosa che stimoli la nostra vitalità non vale la pena vivere.”

L'autore ha reso questo gatto un animale poco socievole, opportunista, arrogante e senza alcun dubbio non tenero né empatico, a volte perfino odioso.

Eppure allo stesso tempo è un acuto osservatore, curioso e critico allo stesso tempo.

La particolarità che mi ha fatto apprezzare "Io sono un gatto" è che è stato scritto nel 1905. Sì, non è un errore, l'anno è proprio quello.

La cosa ancor più sconcertante è che in Italia sia stato pubblicato per la prima volta solo nel 2006!

Ma i comportamenti umani che vengono analizzati risultano essere tutt'ora attuali, nonostante si parli del Giappone di più di un secolo fa, quindi di uomini che appartengono ad una cultura agli antipodi rispetto alla nostra sia dal punto di vista geografico che storico.

Devo confessare però che leggere "Io sono un gatto" non è stato così semplice per varie ragioni.

La prima è quella dell'uso di termini giapponesi che non possono essere tradotti nella nostra lingua. Tranquilli, nel testo ci sono le note che rimandano alle spiegazioni.

Questo, seppur rappresenta una difficoltà perché rende la lettura più lenta, allo stesso tempo risulta essere un tratto affascinante.

La seconda cosa che mi ha messo in difficoltà è proprio la lentezza della trama: nella prima parte del libro il motore che mi ha mosso è sempre stato la convinzione che prima o poi sarebbe successo qualcosa.

Quando poi ho capito che non sarebbe accaduto nulla di significativo, che il protagonista non si sarebbe rivelato un ninja, che non ci sarebbero state eclatanti ed eccitanti battaglie tra samurai, mi sono messa il cuore in pace e mi sono semplicemente goduta la rappresentazione del genere umano.

Orbene, vi vedo già sospirare e alzare gli occhi al cielo: perché allora consigliare la lettura di questo romanzo?

Sicuramente per il suo valore letterario: "Io sono un gatto" è infatti il primo romanzo moderno giapponese.

In secondo luogo perché, come accennavo prima, parla sì di un gatto, ma ancor più dell'umanità e di quanto spesso noi uomini sappiamo essere così superbamente stupidi, tanto da giustificare la frase del gatto:

Gli umani per quanto forti non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l'ora dei gatti"

Ecco, quindi, nonostante lo stile narrativo sia semplice e scorrevole, "Io sono un gatto" non è una lettura da ombrellone, anche se risulta comunque un romanzo davvero piacevole.

Come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro, e aspetto i vostri suggerimenti.

Eccoci di nuovo al quinto giorno della settimana, uno dei miei preferiti, e non solo perché poi ci attende un magnifico fine settimana di sole.

Venerdì per me significa venerdì del libro, l'evento creato da Paola di Homemademamma, che non finirò mai di ringraziare.

Anche il post di oggi è dedicato ai romanzi distopici, per la precisione proseguiamo con la presentazione del secondo volume della serie "Red Queen" di cui abbiamo iniziato a parlare la scorsa settimana.

Spada di vetro di Victoria Aveyard: brevi cenni alla trama

"Spada di vetro" inizia proprio da dove è terminato il primo volume, "Regina Rossa"

Questo metodo di iniziare subito, senza fare prologhi o premesse, è una cosa che apprezzo molto, soprattutto visto che avevo già pronti tutti e tre i romanzi della serie "Red Queen".

In "Spada di vetro" Cal e Mare, dopo il tradimento di Maven, riescono a sfuggire quasi per miracolo dalle grinfie del nuovo re.

Mare, grazie a Julian, suo precettore e amico, apprende di non essere la sola anomalia.

Sulla terra esistono altre persone di sangue rosso con gli stessi poteri degli Argentei: i Novisangue.

La ragazza decide di intraprendere la temerari missione di cercare di salvarne il più possibile dal nuovo e sanguinario re Maven.

Nella speranza di trovare degli alleati, Mare si rifugia in seno alla Guardia Rossa.

Niente di più sbagliato: la Guardia Rossa infatti riserva un'accoglienza molto fredda ai due fuggitivi.

Cal viene subito sbattuto in carcere, come ci si potrebbe aspettare, visto che rappresenta per tutti l'incarnazione del male, essendo un Argenteo e il successore di diritto al trono reale.

Mare, invece che essere acclamata come un'eroina, viene guardata con sospetto: la gente cerca di starle alla larga, impaurita dai suoi poteri che troppo la accomunano agli Argentei.

La Sparafulmini, soprannome che le calza a pennello, decide di continuare la propria missione, con o senza l'aiuto della Guardia Scarlatta.

Decide di non mostrare i propri sentimenti, alza uno scudo che allontana gli altri, perfino la sua famiglia ritrovata, soprattutto il fratello Shade, anch'egli dotato di poteri particolari.

L'intera vicenda della "Spada di vetro" è incentrata sul ritrovamento dei Novisangue, sul tentativo di Mare di farli diventare alleati dei ribelli per sfidare l'esercito di Argentei.

Centinaia di nomi, centinaia di rossi dotati di varie abilità. Più potenti, più veloci, migliori di loro e con il sangue rosso come l’alba.» Trattengo il respiro, quasi sapessi di essere sull’orlo di un nuovo futuro. «Maven cercherà di ucciderli, ma se noi li trovassimo prima di lui, potrebbero diventare…» «Il più grande esercito mai visto.» Farley si incanta al solo pensiero. «Un esercito di novisangue.»

Nel frattempo, Maven non si ferma davanti a niente e a nessuno pur di ritrovare e riavere la sua Mare, donna amata a arma terribile allo stesso tempo.

In "Spada di vetro" ci si concentra molto sulla guerra: battaglie all'ultimo sangue, carceri inespugnabili in cui penetrare, rivolte, sommosse e chi più ne ha più ne metta.

Non vi scrivo come finisce, ma credetemi: mi ha lasciato a bocca aperta con la voglia di correre subito a leggere il terzo volume che, per fortuna, avevo già a portata di mano.

Spada di vetro di Victoria Aveyard: recensione

"Spada di vetro", non ho nessun problema a dirlo, è il romanzo della serie che per ora mi è piaciuto di più.

L'ho trovato più movimentato rispetto al primo, con più scene di azione: duelli, lotte, battaglie ma anche fughe e ritirate.

Se "Regina rossa" si concentrava sulla vita nei palazzi degli Argentei e su quella nei villaggi e nelle città dei Rossi, qui invece la contrapposizione si sente meno.

Il fulcro principale dell'ambientazione ruota attorno alla base della Guardia Scarlatta  e ai mille personaggi che la compongono.

La Aveyard ha dato prova di una grande abilità: ha schierato molti personaggi, anche se non sempre è riuscita a dare il giusto spazio ad ognuno di essi.

Ce ne sono alcuni che saltano agli occhi più di altri, come Shade, Cameron o il vecchio compagno di giochi di Mare.

Allo stesso tempo l'autrice compie un duro lavoro di caratterizzazione dei personaggi principali.

Cal, l'erede spodestato, non ha più un posto dove stare: gli Argentei, il suo popolo, lo vogliono morto e i Rossi da parte loro pure. Non ha alcun punto di riferimento, è solo. Ha perso tutto: la famiglia, la posizione, le sue certezze. Dovrà ricostruirsi e guadagnarsi la fiducia degli altri, ma soprattutto dovrà capire da che parte stare.

In questo, Mare e Cal si assomigliano. Mare ha ritrovato la sua famiglia, la sua gente. Ma, a causa dei profondi cambiamenti che ha subito da quando ha scoperto i suoi poteri, loro non la riconoscono più.

Le tragiche esperienze hanno cambiato la ragazzina che era, trasformando Mare nella Sparafulmini, temuta come gli Argentei e forse divenuta, senza volerlo, troppo simile a loro.

Il nocciolo centrale de "La spada di vetro" potrebbe essere proprio la battaglia interiore tra bene e male:

Nessuno nasce malvagio, così come nessuno nasce solo. Lo si diventa per via di scelte e circostanze. Non puoi controllare le circostanze, ma le scelte…»

Quindi, per quanto tempo Mare riuscirà a controllare le proprie pulsioni, i propri desideri e a rimanere sull'orlo del precipizio senza cadere nel baratro?

La scelta finale scombussolerà la scacchiera e porrà le basi per le vicende future.

Dal punto di vista narrativo, ho notato però che le sequenze sono discontinue: non c'è fluidità tra un capitolo e l'altro, a volte ci sono delle brusche interruzioni.

Un capitolo si chiude in un modo e il capitolo successivo riprende la narrazione da un altro punto della storia. Manca quasi la connessione tra i due, come se ci fosse un buco temporale.

Probabilmente questa pecca è dovuta alla giovane età della scrittrice che tenta di fare qualcosa di più rispetto al primo ma manca ancora di competenza per poterlo fare.

Questo si nota in  modo chiaro nella descrizione della lotta tra la regina Elara e la Sparafulmini. Non vi dico di più per non spoilerare una delle scene centrali del romanzo, ma, essendo appunto così importante, non doveva essere gestita in questo modo.

Ciononostante, "Spada di vetro" è il degno successore di "Regina rossa", anzi, mi è piaciuto di più, perché mi sono affezionata ai vari personaggi che risultano più vivi e reali.

Ci vediamo venerdì prossimo per il capitolo successivo della saga.

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In questo assolato venerdì vi presento una serie fantasy, o meglio, una serie distopica, che mi ha davvero colpito.

Pensavo di parlarvene in un unico post ma poi mi è sembrato riduttivo nei confronti dei romanzi, perché avrei dovuto scegliere di scriverne uno davvero lungo o di affrontare l'argomento in modo superficiale.

Quindi ho deciso di dedicare un singolo post per ognuno dei libri che compongono la saga.

In questi ultimi anni c'è stata una proliferazione di romanzi fantasy e distopici, ma a conti fatti trovarne uno originale e ben scritto è abbastanza raro.

Victoria Aveyard, giovane autrice statunitense, è riuscita a far parlare di sé a pochi mesi dall'uscita del suo libro "Regina rossa", a cui hanno fatto seguito, a cadenza annuale, "Spada di vetro" e "Gabbia del re".

Ho recuperato tutti e tre i volumi e li ho letti in pochissimo tempo. Come avrete capito, la serie mi ha davvero conquistato.

Regina Rossa: brevi cenni alla trama e recensione

"Regina Rossa", fedele ai canoni della letteratura distopica, ci trasporta in un mondo futuro dominato dagli Argentei, umani che, a causa di una mutazione genetica, hanno acquisito poteri straordinari e vivono come degli dei crudeli e arroganti.

Gli Argentei sono la classe dirigente del nuovo mondo e spadroneggiano sui Rossi, umani comuni senza poteri che vivono alla stregua di servi della gleba.

Il sangue è il tratto distintivo e la base della società: se il tuo sangue è del colore giusto, allora sei a posto.

Rossi e Argentei non si mischiano, le regole sono ferree e inamovibili: chi ha sangue rosso è inferiore e vive per servire.

Come se ciò non bastasse, il mondo è dilaniato da una lunga guerra che vede i regni degli Argentei in lotta tra loro da centinaia di anni.

Proprio per questo, ogni Rosso, al compimento del diciottesimo anno di età, se non ha un lavoro, è obbligato ad andare a combattere al fronte per cinque anni. Di solito chi parte non torna più.

Questo è il destino che attende anche Mare, scaltra diciassettenne che vive di espedienti, derubando gli altri per aiutare la sua famiglia.

Il padre di Mare è tornato dal fronte senza una gamba e un polmone, i tre fratelli stanno ancora combattendo mentre la sorella più giovane ha trovato lavoro come apprendista sarta.

Mare è consapevole del proprio destino e, da una parte, sembra perfino accettarlo.

Ma le cose cambiano all'improvviso: Kilorn, il suo miglior amico, perde improvvisamente il lavoro e la ragazza è costretta a trovare un sistema per evitare ad entrambi l'arruolamento forzato.

L'unica soluzione possibile sembra quella di rivolgersi al mercato nero ed entrare a far parte della Guardia Scarlatta, un movimento segreto che lotta per la liberazione dei Rossi.

Il destino però mette di nuovo i bastoni tra le ruote alla nostra Mare. L'incontro fortuito con uno strano ragazzo che le procura un lavoro al palazzo reale le sconvolgerà la vita.

In modo improvviso Mare scopre di avere un potere straordinario, che nessun Argenteo ha mai avuto prima.

Ciò la rende qualcosa di diverso da un Rosso e da un Argenteo, un caso unico e inspiegabile.

Il re e la regina, per insabbiare il fatto straordinario che una Rossa sia dotata di poteri, obbligano Mare ad abbandonare la sua identità e la promettono in sposa al secondogenito Maven.

Maven è un principe tormentato, gentile e altruista che vive all'ombra del fratello Cal, erede al trono, dedito alla patria e all'onore.

Ed è così che Mare diviene Mareen, figlia orfana di un militare di alto livello.

Durante un assalto, i genitori di Mareen hanno perso la vita e lei è stata adottata da una famiglia di Rossi ed educata come uno di essi.

Il caso ha voluto che le venisse riassegnato il posto che si meritava all'interno della corte degli Argentei.

Mare, ricattata dal re e dalla regina che fanno leva sull'amore  che la ragazza prova per la sua famiglia, decidono di far educare la giovane come una di loro.

In questo modo si assicurano il controllo sulla ragazza speciale e mettono a tacere eventuali voci che potrebbero minare i pilastri del loro presunto diritto a governare.

Nel frattempo, a palazzo, la giovane Mare deve fronteggiare le guerre di potere sotterranee che si innestano a tutti i livelli e che mettono in difficoltà le capacità della ragazza, non avvezza a questi giochi strategici.

Inoltre, la Guardia Scarlatta affida alla giovane il ruolo di infiltrata, mettendo così a repentaglio la sua stessa vita.

Tra alleanze improbabili, doppi giochi e fughe rocambolesche si conclude il primo capitolo della saga.

Il ritmo incalzante della vicenda, a cui ben si adatta lo stile narrativo della scrittrice, rende la lettura davvero avvincente, tanto che staccarsene è difficile.

La storia può essere divisa in due parti: la prima incentrata sulla vita del villaggio dei Rossi, la seconda invece dedicata a quella nel palazzo degli Argentei.

Nella prima parte Victoria Aveyard si concentra su Mare, sulla sua personalità e i suoi sentimenti.

Descrive la quotidiana lotta alla sopravvivenza in un mondo post apocalittico, il senso di colpa che la ragazza prova ogni volta che deruba un altro Rosso, l'amore indescrivibile che la lega alla sua famiglia.

Mette in luce il rapporto tra lei e Kilorn, l'amico che sente di dover proteggere e la sua sete di riscatto per una condizione di schiavitù che vede come profondamente ingiusta.

L'incontro con il ragazzo misterioso che le procura un lavoro è la linea di demarcazione che segna il cambiamento di Mare.

Non solo cambia la sua vita in maniera inimmaginabile, ma cambia anche il suo modo di essere.

Mare è costretta a vivere a stretto contatto con gli Argentei, una razza che disprezza e odia, ad abbandonare la propria identità per diventare una di loro.

Mareen è un'invenzione che ingabbia la ragazza in una prigione di menzogne da cui non può più sfuggire.

Gli Argentei sono dotati di poteri particolari, come la capacità di leggere nella mente o quella di governare gli elementi della natura, ma sono freddi, arroganti e superbi.

Quasi tutti vedono Mareen come una minaccia, a partire da Evangeline, la promessa sposa di Cal.

Mare non ha amici, non può fidarsi di nessuno.

A poco a poco però sente di provare qualcosa per Cal e Maven, due personaggi diametralmente opposti ma a loro modo interessanti.

Cal così dedito al senso del dovere, ottimo stratega dal piglio militare, così solido e affidabile.

Maven più timido e introverso, consapevole di essere il secondogenito, anzi, di essere il figlio nato dal secondo matrimonio del re, per certi versi più simile a Mare, che si è sempre sentita messa in ombra dalla sorella più giovane.

Mare si sente suo malgrado attratta da loro, quasi a compensare la perdita della famiglia e dell'amico Kilorn.

Questo le provoca non pochi sensi di colpa: sta fraternizzando con il nemico.

Solo sapere di appartenere alla Guardia Rossa la "scusa" parzialmente per queste  emozioni.

L'autrice, oltre che sulle vicende pericolose della vita di palazzo, si focalizza proprio sulla parte emotiva dei vari personaggi, rendendoli quasi vivi.

Un altro punto a favore di "Regina Rossa" è la cura con cui viene descritta l'ambientazione.

Victoria Aveyard crea un mondo dove la divisione tra Argentei e Rossi è netta e chiara, senza sfumature.

Il mondo dei Rossi è un mondo rurale, arretrato: niente comodità, livello di istruzione quasi assente, sanità inesistente.

Avere una stanza dove vivere ammassati è già considerato un privilegio. Morte e malattia sono all'ordine del giorno, senza contare l'eterna minaccia della guerra che decima i ragazzi di sangue rosso.

Il mondo degli Argentei invece è tutto sfarzo e ricchezze, dai palazzi di vetro ai vestiti di seta e pietre preziose: il cibo non manca mai, la malattia viene curata da guaritori, ogni Argenteo ha a disposizione insegnanti che li educano sia nell'uso dei loro poteri sia nelle materie più convenzionali.

Allo stesso modo però la vita nel mondo degli Argentei è pericolosa come quella nei villaggi o nelle città inquinate dei Rossi, se non di più.

Mare imparerà  a sue spese cosa vuol dire tradire gli Argentei e ribellarsi alle loro regole.

Ma imparerà anche che a volte una sola persona, se nella posizione giusta, può davvero fare la differenza ed essere il simbolo di un grande cambiamento.

Sono troppi i fattori che hanno portato a questo giorno: un figlio dimenticato, una madre vendicativa, un fratello con una lunga ombra, una strana mutazione. E tutti questi elementi insieme hanno composto una tragedia."

C'è qualcuno tra di voi che conosce l'autrice? Se no, direi che questo è il momento buono per iniziare a leggere i suoi libri.

Come sempre, un grazie di cuore a Paola, di Homemademamma, creatrice del #venerdìdellibro

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Ebbene sì, dopo un'attesa che mi è sembrata interminabile, finalmente ce l'ho fatta: ho la possibilità di presentarvi il nuovo romanzo di Alice Basso.

Uscito in libreria il 26 aprile, comperato pochi giorni dopo in versione elettronica e letto davvero tutto d'un fiato.

Avrei voluto parlarvene prima ma a causa di vari impegni venerdì scorso ho saltato l'appuntamento del venerdì del libro, ma cercherò di rimediare subito.

La scrittrice del mistero di Alice Basso: brevi cenni alla trama

Tentare di spiegarvi di cosa parla l'ultimo libro della Basso senza farvi troppe anticipazioni è un'impresa difficile ma farò comunque un tentativo.

"La scrittrice del mistero" è il quarto volume dedicato alla ghostwriter  Silvana Sarca, meglio nota come Vani.

I volumi della serie possono essere letti anche separatamente, ma ve lo sconsiglio perché sono davvero pieni di riferimenti e di rimandi interni, sia per quanto riguarda le vicende sia per quanto riguarda i personaggi.

"La scrittrice del mistero" riprende la narrazione da dove si era interrotta, ossia dalla relazione amorosa appena sbocciata tra la nostra dark lady e il mitico commissario Berganza, dal fascino senza tempo che tanto lo fa assomigliare al protagonista dei gialli di Raymond Chandler, impermeabile beige compreso.

Forse per la prima volta in vita sua, Vani sperimenta la vera felicità. Questo la destabilizza non poco, provocandole ogni volta una serie di crampi allo stomaco.

Anche sul piano lavorativo le cose sembrano procedere per il verso giusto: il suo capo, l'infido Enrico, si trova in grossi guai e la sua salvezza dipende da Vani.

Così, presa da un impeto di bontà, la nostra eroina decide di aiutarlo e di scrivere un romanzo poliziesco per un noto giallista da strapazzo ma con un grande seguito: il famoso Henry Dark.

Nel frattempo, ritorna in scena Riccardo, scrittore ed ex ragazzo di Vani, minacciato ripetutamente da un ignoto stalker.

Inutile dire che Vani e Berganza dovranno trovare il colpevole che, come per le classiche regole del giallo degli anni Trenta, è uno dei personaggi che sono stati presentati nel corso della vicenda...

La scrittrice del mistero di Alice Basso: recensione

Penso che abbiate capito che amo molto questa giovane scrittrice così come amo i suoi personaggi, sebbene sia consapevole che non ha inventato niente di così originale.

La dottoressa Sarca sta cominciando però a prendere tratti più definiti, più umani, quasi scollandosi dall'ombra ingombrante di Lisbeth Salander.

In "La scrittrice del mistero" la Basso pone molto l'accento sull'umanità della protagonista, lasciando un po' più in secondo piano le sue grandi doti intellettuali.

L'autrice ci fa rivivere, attraverso diversi flash-back disseminati con perizia all'interno della trama, alcuni eventi chiave della vita della protagonista in relazione con i membri della sua famiglia, in particolare con la sorella Lara.

Il tentativo di rendere i personaggi più realistici e meno estremizzati tocca anche Riccardo che da homme fatal truffaldino ed egoista si trasforma lentamente in un uomo con tanti difetti ma anche qualche virtù.

Perfino Lara, l'odiosa sorella di Vani, viene in parte riabilitata: la Basso mette in luce quei meccanismi di competizione e venerazione che spesso fanno in modo che due sorelle si facciano ombra a vicenda.

Del resto, è proprio la nostra scrittrice che ad un certo punto asserisce che  nei gialli moderni "i protagonisti contano più delle storie".

Stavolta, con leggero dispiacere, noto infatti che la trama da romanzo poliziesco lascia un po' a desiderare, risultando in certi punti davvero banale e scontata.

Ma ancora una volta è la Basso stessa ad affermare, attraverso la voce del commissario, che la vicenda narrata

" Non è un giallo, però. Lo sa? Secondo le regole del giallo classico, il suo non sarebbe nemmeno un caso degno di un romanzo. Perché non si è nemmeno preso la briga di morire, e non si può scomodare un lettore per trecento pagine senza nemmeno dargli un morto"

Quindi, se "La scrittrice del mistero" non è propriamente un giallo, di cosa parla?

Oltre a quelli già elencati, ci sono altre tematiche che vengono toccate all'interno del romanzo ed offrono molti spunti di riflessione sociale.

La degenerazione del rapporto amoroso, l'approfittarsi di chi è debole e inerme, il fare sempre i propri interessi a discapito degli altri.

In questo paesaggio desolato di gente che scambia l'ossessione per amore, dobbiamo preservarla, questa cosa fantastica che abbiamo noi. E' proprio un dovere sociale, mi dispiace. E' troppo preziosa"

Quindi, tra intrecci amorosi, discussioni letterarie sulle regole del giallo, macabri indizi Alice Basso imbastisce una storia godibile condita con spruzzi ironici e battute sagaci, con un finale che vi lascerà a bocca aperta.

Sì, perché come suo solito la Basso rilancia il finale aperto. E quindi siamo punto e a capo: a quando il quinto romanzo?

Come sempre, un ringraziamento alla mia cara Paola, di Home mademamma, per aver inventato il #venerdìdellibro

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"I bambini si sono addormentati, finalmente!" esclamo con un filo di voce.

"Bene, cosa guardiamo ora?" chiede CF, afferrando il telecomando con una certa ansia e stoppando l'immagine dell'ennesimo cartone animato.

"Mah, non saprei. In giro parlano tutti di questa nuova serie televisiva, "La casa di carta" o qualche cosa del genere. Dicono che sia davvero bella" la butto lì, così tanto per.

CF cerca su Netflix e la trova subito. Io mi preparo a godere appieno della serata.

Già dopo il primo quarto d'ora capiamo che è la nostra serie.

Ci guardiamo quattro episodi uno di seguito all'altro finché diventa chiaro che dobbiamo andare a dormire.

Ma oramai è fatta: "La casa di carta" ci ha stregato.

Nei giorni successivi ci spariamo tutta la prima serie e poi tutta la seconda.

La terza deve ancora uscire. Inutile dire che la attendiamo con ansia.

"La casa di carta": la trama della nuova serie spagnola che affascina il mondo

"La casa di carta" titolo originale "La casa de papel" - sapete che io amo informarmi quando le cose mi affascinano- è una serie spagnola nata dalla mente di Alex Pina.

Inizialmente è stata trasmessa dall'emittente Antenna 3 nel 2017 e solo dopo è stata acquistata da Netflix.

L'idea originale prevedeva quindici episodi totali ognuno della durata di settantacinque minuti.

La Netflix, che ci vede lungo, ha deciso di tagliare a metà ciascun episodio, raddoppiando quindi il numero di puntate.

Ha creato perciò una prima serie di tredici episodi e una seconda di nove della durata media di quarantacinque minuti.

Come ho accennato prima, la terza serie è in corso d'opera.

"La casa di carta": trama (senza anticipazioni)

La trama di "La casa di carta" è davvero molto semplice: un personaggio misterioso, chiamato il Professore, recluta otto delinquenti di vario genere per tentare un colpo grosso: entrare nella Zecca di Stato spagnola per stampare 2400 milioni di euro.

Ognuno dei malviventi è stato scelto e selezionato con cura sulla base di proprie specifiche abilità ma, soprattutto, perché non ha nulla da perdere.

L' identità di ciascun membro del team deve essere mantenuta segreta anche per gli altri membri e per questo ciascuno sceglie il nome di una città: Berlino, Tokyo, Mosca, Nairobi, Helsinki, Oslo, Denver e Rio.

Dopo un periodo di addestramento in un luogo isolato, gli otto capitanati dal Professore sono pronti per il colpo.

Con un geniale espediente riescono a penetrare nella Zecca di Stato e a prendere in ostaggio chiunque si trovi all'interno.

La polizia viene subito allertata e comincia una vera e proprio battaglia strategica tra il Professore, la mente suprema che tira i fili all'esterno della Zecca, e Raquel Murillo, la negoziatrice che ha la responsabilità dell'intervento.

Ovviamente non vi accenno niente di più, se no vi rovino la visione.

Sicuramente non è originalissima come trama, però funziona bene.

La voce narrante è quella di Tokyo, ragazza giovane e affascinante.

Ogni personaggio -chi più, chi meno- riceve il suo spazio.

Le informazioni vengono presentate con la tecnica consolidata del flash-back e lo spettatore le raccoglie ad ogni puntata come i cocci di un vaso rotto che andrà poi a ricomporre.

Questo però non basta a rendere "La casa di carta" una delle serie più memorabili e apprezzate degli ultimi anni.

"La casa di carta": cinque (buoni) motivi + 1 per guardarla

Allora, se la vicenda in sé non è particolarmente originale, perché "La casa di carta" è riuscita ad essere tanto affascinante?

Non sono un critico cinematografico e queste sono solo le mie considerazioni personali.

Secondo me i punti di forza de "La casa di carta" sono questi:

L'immedesimazione

Una buona storia, che sia scritta o narrata attraverso le immagini , è destinata a fallire se il "lettore" non riesce ad immedesimarsi in almeno uno dei personaggi.

Qui di personaggi ne abbiamo molti e possiamo dividerli in tre schieramenti: i rapinatori, la polizia e gli ostaggi.

Ogni gruppo ha un suo leader, una figura di spicco, ma anche le altre figure riescono a ritagliarsi il loro quarto d'ora di gloria.

Alex Pina pone l'accento sui "cattivi", sfruttando una corrente che si è andata consolidando già da tempo immemorabile e portando lo spettatore a parteggiare per loro.

La polizia d'altro canto non ci fa una bella figura: l'ispettrice, che ha già di suo tanti problemi personali, non pecca per la sua perspicacia e per la sua intelligenza.

Quando l'ho vista all'opera, mi è venuto in mente il povero sfigato di Matthew del manga "Occhi di gatto" o l'ispettore Zenigata di "Lupin III".

Per quanto riguarda gli ostaggi, anche qui brillano Arturo, i direttore della Zecca, e la sua amante che contribuiranno a tenere vivo il ritmo della narrazione.

La credibilità dei personaggi

Accanto ad una trama abbastanza solida e per permettere allo spettatore di immedesimarsi, i personaggi devono risultare credibili.

Nella società attuale la gente si è stufata di eroi buoni: la bontà sempre e comunque è diventata qualcosa di incredibile, un miraggio, noiosa tanto quanto la perfezione.

Siamo affascinati da personaggi umani, imperfetti, che si lasciano tentare dal "lato oscuro" o che sono diventati cattivi a seguito di eventi e circostanze in cui ognuno di noi non avrebbe potuto fare altro.

Nel caso specifico, quello più azzeccato de "La casa di carta" è Berlino: bello, elegante, affascinante ma cinico ed egoista, con un suo senso dell'onore, che divide le simpatie anche dei suoi stessi colleghi.

I colpi di scena

Come nel miglior genere thriller che si rispetti, la vicenda è costellata da infiniti colpi di scena.

I colpi di scena possono essere volutamente creati dal Professore oppure possono essere "falle" del suo piano infallibile.

In questo caso derivano proprio dalla natura umana dei protagonisti e dall'impossibilità di prevedere al cento per cento le loro reazioni in determinate situazioni.

L'aspettativa

Grazie ai colpi di scena, al modo in cui la vicenda viene narrata, alle micro-storie dei personaggi e all'imprevedibilità dei protagonisti, il senso di aspettativa che viene instillato nello spettatore è davvero pazzesco, tanto da creare una sorta di vera e propria dipendenza.

Si ha sempre la sensazione di essere sul filo del rasoio, che prima o poi il precario equilibrio che si è creato sia all'interno che all'esterno della Zecca crollerà come un fatiscente castello di carte.

Non si sa ancora ad opera di chi, ma è certo che qualcuno farà qualcosa che farà precipitare la situazione. Effetto domino, insomma.

I riferimenti alla cultura pop

Ecco, questa parte è quella che ho apprezzato appieno solo grazie all'aiuto di CF, che in questo se la cava meglio di me.

"La casa di carta" è una serie che si rifà molto alla cultura pop dei decenni passati, sia nelle citazioni stesse sia nei dettagli presenti nei diversi episodi.

Riconoscibili anche per chi non se ne intende (la sottoscritta) i riferimenti a Tarantino così come le analogie con i più noti film sulle rapine, come "Inside man".

L'uso stesso delle maschere di Dalì, i nomi finti, i problemi dei vari ispettori, i cambi di prospettiva sono elementi tipici che costellano le migliori pellicole crime e trhriller della cinematografia internazionale.

La lotta contro il sistema

"La casa di carta", come tante serie della nostra problematica era, non si esime dal lanciare un messaggio socio-politico chiaro e definito.

La Zecca diviene il simbolo di quell'un percento della popolazione mondiale che detiene il vero potere politico ed economico e che determina le sorti del mondo.

Negli intenti del Professore prendere la Zecca significa ribaltare le sorti e dare il potere al popolo.

Chi infatti meglio di delinquenti, di "scarti" della società potrebbe essere la nemesi perfetta?

Il Professore stesso afferma: "Noi siamo la Resistenza" e sempre sua è l'idea di far imparare una nota canzone (ma non vi dico quale) ai suoi ragazzi.

Se non vi ho ancora convinto a guardare almeno le prime puntate de "La casa di carta", sappiate che basterebbe l'ottima recitazione degli attori e delle attrici a farlo.

Il cast, quasi tutto spagnolo, non è molto famoso al di fuori del confine, ma grazie a questa serie lo diventerà molto presto.

Sono certa che sentiremo ancora parlare di Alvaro Morte, Ursula Corberò o Pedro Alonso.

E volete mettere la soddisfazione di poter dire "Io me li ricordo quando hanno recitato nella serie "La casa di carta"?

Questo è l'argomento che ho scelto di proporvi per la mia rubrica # Time is mine.

Ora vorrei sapere quali sono le vostre opinioni in merito alla serie, nel caso l'abbiate vista.

Ma soprattutto, quali sono le cose che avete fatto per voi stesse nell'ultimo mese?

I commenti sono graditissimi, qui sul blog come su FB.

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Tempo da lupi oggi, altro che da elfi!

Qui sta piovendo a dirotto, le temperature si sono abbassate e sembra tornato settembre.

Oggi, per il venerdì del libro, non voglio parlare del tempo atmosferico, ma di un altro tempo: "Tempo da elfi", l'ultimo romanzo dell'affiatato duo Guccini-Macchiavelli.

"Tempo da elfi" mi ha attratto subito per due ragioni.

La prima è quella fantastica illustrazione riportata in copertina, che rimanda alle atmosfere dei romanzi fantasy che tanto amo.

 

La seconda invece è il titolo stesso: cosa vuol dire infatti la frase "tempo da elfi"?

Tempo da elfi di Guccini e Macchiavelli: recensione

"Tempo da elfi", a dispetto del titolo e della copertina, non è un romanzo fantasy, bensì un poliziesco.

Guccini e Macchiavelli sono per me una garanzia: ho letto tutta la serie che ha come protagonista il maresciallo Santovito e l'ho davvero adorata.

Invece non mi ero ancora imbattuta nella guardia forestale Marco Gherardini, detto "Poiana".

In realtà "Tempo da elfi" è già il terzo libro che i due autori dedicano a questo personaggio.

Come ho accennato, sono un'appassionata della coppia di autori, ma devo ammettere con un filo di dispiacere che purtroppo questo romanzo non mi è piaciuto molto.

La trama segue gli schemi tipici dei romanzi gialli.

Sulle montagne dell'Appennino tosco-emiliano, nelle vicinanze del piccolo borgo di Casedisopra, viene ritrovato il cadavere di un uomo appartenente alla comunità degli elfi.

Gli elfi, il cui nome è di chiara ispirazione tolkieniana, sono degli hippie che hanno volontariamente deciso di seguire una vita di stampo naturalistico: niente elettricità, auto produzione di qualsiasi prodotto, economia basata sul baratto, rispetto totale della natura...

L'indagine spetta alla guardia forestale Marco Gherardini che, affiancato da altri personaggi, si intestardisce nel voler risolvere il mistero a tutti i costi.

Siamo nel periodo di accorpamento della Forestale all'Arma dei Carabinieri e, forse, proprio per questo al protagonista sta a cuore trovare il colpevole.

Nonostante un inizio promettente, la vicenda si trascina tra monti e valli, tra personaggi che non riescono ad emergere e rimangono poco più che delle caricature, dei bozzetti sul foglio.

Nemmeno l'accenno ad un intrigo internazionale provoca quel drastico colpo di scena tipico dei thriller.

Ho avuto l'impressione che, in realtà, Guccini e Macchiavelli volessero scrivere di altro: le vere protagoniste di "Tempo da elfi" sono le montagne appenniniche, descritte in maniera meticolosa e dettagliata.

I paesaggi fiabeschi incorniciano la vita rurale dei paesini di montagna, semplice, dura ma a suo modo affascinante.

Il fulcro principale è la comunità degli elfi, così attenta al rispetto della natura e della vita in generale.

E' quasi come se i due autori avessero voluto, a loro modo, scrivere un poema elegiaco sulla superiorità della vita montanara in contrapposizione alla vita caotica, frenetica e immorale dei grandi centri urbani.

La parte descrittiva, quindi, che dovrebbe fare da sfondo al racconto, in realtà ruba letteralmente la scena ai personaggi relegando la vicenda a un semplice pretesto.

Vale comunque la pena di leggere "Tempo da elfi" per la qualità della scrittura, davvero evocativa, ma non chiamiamolo romanzo giallo.

Come sempre, un grosso grazie a Paola di Homemademamma per la sua iniziativa, il #venerdìdellibro.