Ci sono dei libri a cui ognuno di noi è particolarmente affezionato.

Uno dei libri che mi accompagnano da tempo immemorabile è "Gatti da legare" di Doreen Tovey.

Anche se lo conosco praticamente a memoria, ogni tanto mi piace rileggerlo.

A volte, quando spolvero la libreria e me lo ritrovo tra le mani, non resisto: lo apro a caso e ne leggo qualche pagina, ridendo tra me e me.

Siccome come ben sapete adoro gli animali e soprattutto ho un feeling particolare con i gatti, ho deciso che ve ne dovevo assolutamente parlare.

"Gatti da legare" di Doreen Tovey: recensione

Doreen Tovey è una scrittrice inglese di cui non si sa molto.

Nata nel 1918, appassionata di gatti, diventa presidente del "Siamese Cat Club" e del "Club del gatto dell'Inghilterra Occidentale".

Durante la sua vita, passata in un paese della campagna inglese vicino a Bristol, Doreen scrive una serie di libri autobiografici che hanno come protagonisti alcune generazioni di gatti Siamesi.

Un'epopea familiare dedicata ai piccoli felini, dunque.

Ho letto tutta la serie, ma l'unico libro che possiedo è "Gatti da legare", il terzo volume.

Ogni libro infatti può essere letto come una storia a sé stante e non è nemmeno necessario leggere i romanzi in ordine cronologico.

In "Gatti da legare" troviamo i coniugi Tovey alle prese con la ristrutturazione del loro cottage.

Ma soprattutto facciamo la conoscenza di Seeley e Shebalu, un seal point e un blue point, arrivati come dei terremoti a spazzare via la tranquillità della vecchia Sheeba.

Doreen ci propone delle divertentissime scene, raccontando come solo un inglese sa fare, le disavventure e le situazioni strane in cui lei e il marito Charles si vengono a trovare a causa dei due pestiferi gattini.

Tra le avventure feline, l'autrice ci presenta una galleria di strani personaggi, dal cacciatore miope all'improvvisata addestratrice di cani.

E tanti sono anche gli animali che animano la scena: dall'asinello all'oca selvaggia, dagli animali del bosco a quelli della campagna inglese.

Suggestivi sono i paesaggi che Doreen ci dipinge con grande abilità: la campagna inglese che ha sempre un che di affascinante, almeno su di me.

"Gatti da legare" è un piccolo romanzo che riesce a farsi strada fino al cuore, che strappa più di un sorriso e che tiene compagnia in queste giornate ancora così poco primaverili.

Vale la pena leggerlo, in un pomeriggio, sorseggiando una tazza di the caldo, magari davanti al caminetto acceso.

Quali sono i libri a cui voi siete particolarmente legate?

Come sempre, un doveroso ringraziamento va a Paola di Homemademamma, la creatrice del #venerdidellibro.

Buon fine settimana e buone feste!

Oggi mi sono svegliata con la consapevolezza che la festa del papà è proprio dietro l'angolo.

In preda alla tempesta ormonale pre-ciclo, mi sono venuti i lucciconi agli occhi pensando alla prima volta che ho preso il regalo per la festa del papà al mio compagno.

La Ninfa aveva due mesi all'epoca e noi eravamo giovani e spensierati, presi dal vortice della genitorialità come solo una neo mamma e un neo papà sanno essere.

Nel tentativo di "imparare" il duro mestiere dei genitori, mi ero messa alla ricerca di qualche manuale rivolto ai papà.

Mi serviva qualcosa di valido ma allo stesso tempo che affrontasse il tema con leggerezza ed ironia.

E alla fine ho trovato quello che cercavo.

Preparati! Guida pratica per neopapà di Gary Greenberg e Jeannie Hayden

Questo piccolo manuale di sopravvivenza insegna trucchi e giochetti che aiutano i neo papà nella vita pratica di tutti i giorni.

Con grande umorismo gli autori delineano gli scenari più neri che un neo papà si troverà inevitabilmente ad affrontare: la presa di potere del neonato, la mancanza di intimità con la compagna, le notti insonni, il cambio del pannolino...

Adatto per neo papà ma anche per futuri papà, questo libro si rivela davvero un accessorio indispensabile per la salvezza fisica ma soprattutto mentale.

Un manuale per papà assonnati, sfibrati e sfiduciati per farli sentire meno soli e per prendere il nuovo ruolo di padre con leggerezza ed ironia.

Manuale di sopravvivenza per neopapà. Consigli da uomo a uomo per padri primipari di Scott Mactavish

Questo libro scritto da uomo a uomo spiega senza inutili buonismi e senza mezzi termini cosa deve aspettarsi un uomo quando la sua donna rimane incinta.

Dalla sala parto alla prima infanzia, l'autore mette nero su bianco tutti i problemi che il povero e ignaro neo papà dovrà risolvere.

Ovviamente fornisce anche le istruzioni adeguate per risolvere al meglio ogni situazione.

Dissacrante, esilarante e di indubbia utilità è un libro adatto sia per imparare nozioni pratiche sia per tirarsi su il morale.

Se invece i papà sono ormai fuori dal tunnel oscuro del primo anno, potete sempre tralasciare i manuali e orientarvi verso un altro genere di lettura, come quello di "Notti in bianco, baci a colazione".

Se avete altri libri da suggerire, come sempre i commenti sono graditissimi.

Un doveroso ringraziamento va a Paola di Homemademamma, inventrice del #venerdìdellibro.

 

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Qui siamo ancora sotto la neve più che sotto la pioggia.

Questa settimana mi è capitato di rileggere un bellissimo romanzo un po' vecchio, pubblicato nel 2009.

Si intitola "L'arte di correre sotto la pioggia" dell'americano Garth Stein.

"L'arte di correre sotto la pioggia" di Garth Stein

"L'arte di correre sotto la pioggia" non è un  manuale che si occupa di running.

Nonostante il titolo possa essere apparentemente fuorviante, "L'arte di correre sotto la pioggia" è in realtà un intenso racconto dedicato al miglior amico dell'uomo.

Sì, sto parlando proprio di lui, del cane e che cane!

Enzo (così si chiama il protagonista canino, in onore di Enzo Ferrari) è il compagno di Denny, un pilota automobilistico che non se la sta passando per niente bene e che  si accontenta di fare il meccanico di auto da corsa.

Denny lavora per mantenere la moglie e la figlia Zoe.

A Enzo manca solo la parola: il cane infatti ama guardare la televisione, passeggiare e spera un giorno di potersi reincarnare in un essere umano.

Purtroppo il destino si abbatte pesantemente su Denny: sua moglie muore e i servizi sociali non esitano a strappare al padre la piccola Zoe per affidarla ai ricchi nonni paterni che, sa va san dir, non hanno mai accettato le nozze della figlia con un poveraccio.

Denny sembra un uomo spezzato: ha perso ogni cosa a cui tiene di più. Ma per fortuna che il nostro amico a quattro zampe è accanto a lui, pronto a sostenerlo e a rincuorarlo.

Come solo gli animali sanno fare, Enzo riuscirà a far tornare a vivere Denny.

Grazie alle sue mirabolanti doti, Denny recupererà la speranza e la forza di reagire.

"L'arte di correre sotto la pioggia" è un romanzo davvero molto intimo e introspettivo.

Le vicende sono narrate dal punto di vista di Enzo: è sua la voce che ci racconta attraverso l'osservazione gli stati d'animo del suo padrone, emblema della razza umana.

Garth Stein utilizza uno stile fresco, contemporaneo, mai pesante anche quando gli eventi si fanno tragici.

Con grande abilità alterna momenti comici a momenti più commoventi, senza mai rendere l'atmosfera opprimente od eccessivamente tragica.

La narrazione è pervasa da un alone poetico che ben si addice al messaggio che l'autore vuole comunicare: con la giusta dose di positività e di speranza possiamo superare anche i momenti più bui.

Quindi, in questi giorni in cui la primavera stenta ad arrivare e in cui ci sembra di essere piombati in un inverno senza fine, non scoraggiatevi: la speranza è l'ultima a morire.

Approfittatene e provate a leggere "L'arte di correre sotto la pioggia", un libro che vi scalderà l'anima.

Buon fine settimana e come sempre un ringraziamento a Paola di Homemademamma, la creatrice del #venerdìdellibro#venerdìdellibro.

Mi chiamo Enzo. Adoro guardare la TV, soprattutto i documentari del National Geographic, e sono ossessionato dai pollici opponibili. Amo il mio nome, lo stesso del grande Ferrari, anche se d'aspetto non gli assomiglio per niente. Però, come lui, adoro le macchine. So tutto: i modelli, le scuderie, i piloti, le stagioni... Me lo ha insegnato Denny.

Denny è come un fratello per me. Per sbarcare il lunario lavora in un'autofficina, ma in realtà è un pilota automobilistico, un asso, anche se per ora siamo in pochi a saperlo. Perché lui ha delle responsabilità: deve prendersi cura della sua famiglia e di me, perciò non può dedicarsi interamente alle gare. Eppure è un vero campione, l'unico che sappia correre in modo impeccabile sotto la pioggia. E, credetemi, è davvero difficile guidare quando c'è un tempo da cani: io me ne intendo.

Tra noi è nato un amore a prima vista. Ne abbiamo passate tante, negli anni che abbiamo trascorso insieme. Ci sono stati l'incontro con Eve, la nascita di Zoë, il processo per il suo affidamento... Ah, ho dimenticato di dirvi una cosa importante: sono il cane di Denny, e questa è la mia storia."

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Non sono una a cui piace molto guardare la televisione.

Diciamo che quando si hanno due bambini piccoli, un compagno che monopolizza il telecomando, un lavoro a tempo pieno, una casa e qualche altro interesse trovare il modo di poter decidere e soprattutto seguire in santa pace qualcosa in televisione diventa complicato.

Però ogni tanto ce la faccio: il giovedì sera non mi perdo mai  "Masterchef", per esempio, e ogni tanto quando mi appassiono mi piace seguire qualche serie tv, anche se ultimamente non ne ho trovate di interessanti.

Ci sono periodi in cui soffro di insonnia.

Allora in piena notte ne approfitto per fare altro: leggo libri, scrivo mail, magari guardo pure i social...

Un paio di sere fa mi sono accorta che sul tablet c'era un'icona nuova a me sconosciuta: Tim vision.

Incuriosita, ho schiacciato e mi è apparso un mondo: film, cartoni animati e serie tv.

So che non c'è nulla di strano in questo: con Netflix, Infinity, Sky Go...sono cose all'ordine del giorno e alla portata di tutti.

Ma per me è stata una rivelazione perché ho ritrovato una vecchia serie tv di cui avevo seguito la prima stagione anni fa e che poi non avevo più avuto modo di vedere.

Sto parlando di "Parenthood", una serie televisiva che mi aveva molto appassionato alcuni anni fa e che vi voglio presentare qui, per la mia rubrica mensile #timeismine.

"Parenthood" la serie tv sempre attuale

"Parenthood" è prodotta dalla NBC e nasce da un'idea di Jason Katims, lo sceneggiatore americano che, tra i suoi lavori, annovera anche "Tre amici, un matrimonio e un funerale" e "About a boy".

"Parenthood" si basa sul film omonimo uscito in America nel 1989 e conosciuto qui da noi con il titolo "Parenti, amici e tanti guai" che andrò a vedere non appena potrò.

Ogni decade è caratterizzata da una o più serie televisive che hanno come protagonisti i membri di una famiglia.

Basta pensare a "Happy Days", a "La famiglia Bradford" o a "Settimo cielo", tanto per citarne alcune.

Quello che accomuna le famiglie delle serie tv generalmente è la serie di sfortunati eventi che devono fronteggiare.

"Parenthood" rispetta questa regola appieno. Nelle sue sei stagioni (in onda dal 2010 al 2015)  i vari componenti della famiglia Braverman si trovano a far fronte a eventi come la malattia, il divorzio, la perdita del lavoro, la morte.

Scommetto che adesso state facendo i dovuti scongiuri e vi state chiedendo perché mai una persona sana di mente dovrebbe guardare una fiction così triste.

La risposta è che in realtà "Parenthood" non è affatto triste.

Certo, non è così comica e dissacrante come "Speechless" (che adoro) o così incalzante come "Modern family" (che invece non sopporto), ma sicuramente ha un suo perché.

Credo che il punto di forza di questa serie televisiva sia il fatto di proporre tante situazioni familiari in cui ognuno di noi può in qualche modo impersonarsi.

"Parenthood": i personaggi principali e un breve accenno alla trama

Senza fare troppe anticipazioni, voglio presentarvi i membri della famiglia Braverman:

  • Ezekiel "Zeek" Braverman (l'attore Craig T. Nelson) interpreta il capofamiglia del clan Braverman: diretto, un po' all'antica, incarna i valori tipici americani;
  • Camille Braverman (l'attrice Bonnie Bedelia), moglie di Zeek: perfetta padrona di casa, ottima cuoca, capace di dare la giusta attenzione ad ogni membro della famiglia e di tenerla unita;
  • Adam Braverman (Peter Krause): primogenito della coppia, solido, affidabile e altruista. Ha sposato Kristina (Monica Potter), la classica casalinga perfetta da cui ha avuto una figlia, Haddie (interpetata da Sarah Ramos), desiderosa di essere notata dai suoi genitori e Max ( Max Butkholder), a cui viene diagnosticata la sindrome di Asperger, una forma di autismo.
  • Sarah Braverman, interpretata dall'attrice Lauren Graham (sì, proprio quella di "Una mamma per amica"), costretta dopo il divorzio a tornare a vivere con i suoi genitori portandosi appresso i due figli adolescenti Amber (Mae Whitman) e Drew (Miles Heizer). Sarah ha una vita complicata, ma cerca di fare del suo meglio per allevare Amber, in piena ribellione, e Drew, ipersensibile ragazzo alla ricerca di una figura paterna.
  • Crosby Braverman (Dax Shepard) terzogenito, apparentemente affetto dalla sindrome di Peter Pan, costretto a crescere di colpo e ad assumersi le proprie responsabilità quando scopre di essere padre di Jabbar (Tyree Brown), un sensibile bambino di cinque anni nato dalla relazione con la bellissima ballerina Jasmine Trussell (joy Bryant).
  • Julia Braverman (interpretata da Erika Christensen) completa il quadretto familiare. Brillante avvocato di successo, è sposata con Joel (l'attore Sam Jaeger) che preferisce fare il padre casalingo e badare alla figlioletta Sydney (Savannah Paige Rae), dal carattere mite ed introverso.

Le vicende narrate nella serie tv riguardano tutti o solo alcuni dei personaggi.

Di solito la storia narrata è una storia corale, in cui è l'intera famiglia a fare da protagonista.

"Parenthood": perché vale la pena guardare questa serie tv

La famiglia Braverman è una famiglia moderna: c'è la mamma che lavora, la mamma che sta a casa, il figlio adolescente, il bimbo più piccolo, il bambino malato.

Si nota quindi una certa autenticità, anche se in alcuni casi i personaggi vengono stereotipati magari un tantino troppo, come avviene per esempio per Julia.

Il punto di forza di "Parenthood" non è tanto in quel che viene raccontato, ma in come viene presentato.

Le scene sono sempre delicate, mai forzate o cacofoniche. Il punto di vista dei personaggi si alterna e ad ognuno di essi è data la giusta rilevanza.

I momenti tragici o più profondi vengono quasi sempre stemperati da scene più leggere.

I temi trattati, come la mancanza della figura paterna, la destabilizzazione di una famiglia che deve fronteggiare una malattia o la ricerca della propria identità individuale ci vengono presentati in maniera spontanea e molto empatica.

Messi al bando falsi buonismi: ogni personaggio ha pregi e difetti, ognuno sbaglia e a volte vuole riparare al proprio errore a volte invece no.

Alla fine si arriva quasi a sentirsi davvero parte del clan Braverman.

Se non la conoscete, io vi consiglio proprio di provare a guardarla: la serie tv "Parenthood" vi appassionerà sicuramente.

Voi invece a quale serie tv vi sentite particolarmente legate?

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"La gemella sbagliata" di Ann Morgan è un thriller psicologico che mi hanno caldamente consigliato di leggere.

Siccome lentamente mi sto riavvicinando alla lettura di thriller che ruotano attorno ai bambini, mi sembrava una buona idea provare con questo romanzo.

"La gemella sbagliata" di Ann Morgan

Questo thriller psicologico si svolge su due piani temporali, il passato e il presente.

La voce narrante è quella di Helen, una delle due gemelle.

Helen ed Ellie sono due gocce d'acqua, sono talmente uguali nell'aspetto fisico che perfino la loro mamma fatica a distinguerle.

Ma se nell'aspetto esteriore sono identiche, lo stesso non si può dire per il loro carattere.

 Helen è la gemella dominante, quella obbediente con gli adulti, diligente e studiosa, ma prepotente e trascinante con le sue coetanee, quasi un genio del male.

Attua i suoi scherzi in particolar modo nei confronti della povera Ellie, sottomessa, ingenua e ritenuta da tutti "con qualche problema mentale".

La vita però riserva sempre delle sorprese e un gioco innocente può rivelarsi molto pericoloso.

Infatti è proprio quello che accade quando Helen per noia propone ad Ellie di scambiarsi le parti, solo per un giorno.

Inizialmente Ellie si cala a fatica nei panni della gemella, sempre così sicura di sé e sempre sotto i riflettori.

Dal canto suo Helen arriva a fine giornata molto amareggiata, infastidita dall'atteggiamento supponente e indispettito che gli adulti le riservano, soprattutto la madre, e stanca delle continue vessazioni subite da parte della finta Helen e del suo gruppo di amiche.

Helen vuole tornare ad essere se stessa il più in fretta possibile: il gioco dello scambio di parti e personalità è durato anche troppo per i suoi gusti.

Peccato che la timida Ellie non sia d'accordo: la giornata da leone che ha vissuto le è piaciuta molto, forse troppo.

E così scippa l'identità alla gemella: da quel momento Ellie smette di essere Ellie e diviene di fatto Helen.

Dal canto suo Helen si ritrova prigioniera di un'identità che non le appartiene.

Ma quel che è davvero terrificante è che nessuno le crede, né la madre né le insegnanti né tanto meno le amiche.

Da quel giorno inizia un incubo senza fine: la bimba tenta in tutti i modi di tornare ad essere se stessa, ma ogni cosa che fa, che dice o che pensa le si ritorce contro.

Helen non può neppure contare sull'aiuto degli altri membri della famiglia.

Il padre infatti si è suicidato tempo prima e la madre, dopo una brutta depressione, è decisa a rifarsi una vita con un nuovo compagno, seppellendo definitivamente tutti i segreti del passato e tutti i problemi del presente, compreso quello della povera Ellie.

Helen/Ellie cresce quindi disadattata e cade in una spirale di autodistruzione, tra droga, alcolismo e disturbi mentali insorti nel vano tentativo di tornare ad essere se stessa.

Finché Ellie/Helen, diventata un personaggio famoso, non finisce in coma a causa di un incidente.

Riuscirà la vera Helen a riappropriarsi della propria identità e a tornare ad essere se stessa agli occhi del mondo?

"La gemella sbagliata" si può definire in un unico modo: inquietante, scioccante e fastidioso oltre ogni immaginazione.

Anche se all'inizio non mi stava per niente simpatica, è straziante vedere la piccola ed intelligente Helen lottare con le unghie e con i denti per dimostrare a tutti chi è veramente.

Allo stesso modo fa davvero arrabbiare e indignare l'atteggiamento che gli altri hanno nei suoi confronti: hanno incasellato Ellie come una bambina con problemi mentali e di conseguenza  viene tratta così indipendentemente da come si comporta.

Ma soprattutto ho provato un odio viscerale nei confronti della madre: ma come può una mamma comportarsi così nei confronti della figlia?

Ve lo giuro, mi ribolliva letteralmente il sangue!

Concludendo, ho trovato "La gemella sbagliata" un thriller psicologico davvero ben fatto, soprattutto nella prima parte che è più incentrata sul mistero, mentre la seconda è volta ad analizzare i legami familiari e il lato introspettivo dei vari personaggi.

Questa divisione viene riflessa anche dallo stile narrativo, che è fluente e incalzante per la prima parte e lascia poi il posto ad una narrazione più lenta nella seconda.

I personaggi sono ovviamente ben caratterizzati e analizzati nel dettaglio: Ann Morgan ci cala magistralmente nell'animo dei suoi protagonisti, tanto che a volte il livello di immedesimazione è stato davvero quasi insopportabile.

Proprio per questo non sono sicura di voler leggere in tempi brevi altri romanzi di questa scrittrice.

Voi come vi trovate con i thriller psicologici? Siete in grado di goderveli senza immedesimarvi eccessivamente?

Come sempre, questa iniziativa partecipa al #venerdìdellibrocreato da Paola di Homemademamma.

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"Sette minuti dopo la mezzanotte" è un romanzo scritto da Patrick Ness, da cui è stato tratto l'omonimo film.

Non è un romanzo molto recente, è stato pubblicato da Mondatori nel 2013.

Francamente ho avuto il coraggio di leggerlo solo ora perché me ne hanno sempre parlato come di un libro molto triste.

Sicuramente "Sette minuti dopo la mezzanotte" non è un libro allegro, ma la tristezza è ampiamente compensata da altri aspetti.

"SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE" di Patrick Ness

Il protagonista della vicenda è il tredicenne Conor O'Malley, che vive da solo con la madre malata.

Negli ultimi tempi il ragazzo continua ad avere un incubo ricorrente, sempre sette minuti dopo la mezzanotte.

Conor dell'incubo ricorda il buio, il vento, le urla ma soprattutto una profonda e dilaniante sensazione di perdita.

Una notte il ragazzino finalmente riesce a vedere il mostro che lo tormenta: è il grande Tasso del giardino che chiama il suo nome.

Al risveglio, foglie di tasso ricoprono il pavimento della camera di Conor.

Si tratta di un sogno o della realtà?

Quello che Conor sa è che anche quel giorno dovrà fronteggiare la realtà che spesso è più spaventosa degli incubi.

La madre malata, l'abbandono del padre, le continue angherie che subisce a scuola...

Per fortuna può contare sull'amicizia di Lily. Ma anche l'amica non si rivela così innocente e pura.

"Sette minuti dopo la mezzanotte" è un romanzo costruito sulla dicotomia sogno-realtà, verità-finzione.

Il Tasso torna a tormentare Conor con le sue storie finché il giovane non racconterà la sua storia, non metterà a nudo le sue paure e i suoi desideri.

Solo in questo modo Conor sarà libero di crescere e di andare avanti.

Il ragazzo infatti è stato obbligato a diventare adulto troppo in fretta, a non avere paura di niente, a farsi carico di mille problemi e responsabilità.

Ma in fondo in fondo ha solo tredici anni.

La sua mente ha creato tutta una serie di bugie per proteggerlo dalla realtà. E queste bugie alla fine sono diventate più reali della verità stessa.

Conor rischia di perdersi, di smarrirsi, finché il Tasso non lo mette di fronte ai suoi timori.

"Sette minuti dopo la mezzanotte" fa smarrire un po' anche il lettore, in bilico tra eventi reali e surreali.

Ci mette faccia a faccia con il nostro subconscio, ci costringe ad analizzarci e a venire a patti con noi stessi.

Solo in questo modo possiamo crescere ed essere liberi.

Liberi di essere noi stessi, con le nostre debolezze e le nostre forze.

Veri, reali e autentici.

La mente crede a bugie confortanti, mentre conosce le dolorose verità che rendono necessarie quelle bugie. E la tua mente ti punisce per il fatto che credi contemporaneamente a entrambe le cose"

Come sempre, un grazie di cuore a Paola, la "mamma" del #venerdìdellibro