4

Delegare è un'arte che non si impara dall'oggi al domani, specialmente se sei una mamma e, peggio ancora, se sei una mamma della peggior specie, ossia una mamma con manie di controllo e di perfezionismo, come per esempio la sottoscritta.

Delegare, però, è quell'atto che ti impedisce di impazzire e di commettere omicidi in special modo se, come me, sei anche una mamma lavoratrice.

Noi mamme siamo più che consapevoli che un semplice imprevisto può scatenare il temutissimo effetto domino sulle attività dell'intera giornata.

Perciò, soprattutto quando si lavora, imparare a delegare diventa una questione di sopravvivenza sia per noi stesse che per gli altri.

Ma non ci si improvvisa esperte in questo campo così, dall'oggi al domani.

Come per molti lati del carattere, per delegare bisogna avere una certa predisposizione.

Se però anche voi ne siete sprovviste, non disperatevi, ché si può sempre rimediare.

Per prima voglio spiegarvi perché è utile delegare.

Delegare: perché fa bene

Per quanto possiate essere in gamba, care amiche, rassegnatevi: nessuno ha il dono dell'ubiquità.

Se siete al lavoro, fisicamente non potete essere da un'altra parte, come ad esempio a prendere i pargoletti all'uscita da scuola.

Ma se tutte difettiamo sull'ubiquità, allo stesso modo tutte siamo oberate da un grave fardello: il senso di colpa per la qualsiasi.

Il senso di colpa è come un tarlo: si scava lentamente ma inesorabilmente una via per arrivare fino al cuore.

E, si sa, il cuore di una mamma è tenero e vulnerabile.

Chi ha dei figli ve lo può confermare: non riuscire a fare qualcosa per i nostri bambini innesca immediatamente il senso di colpa che a sua volta ci sprona a fare sempre di più per compensare  questa presunta mancanza e genera così una mole indicibile di stress.

Lo stress, ormai è noto ai più, fa invecchiare precocemente, ci rende irritabili, stanche e nevrasteniche.

Per quanto quindi continuiamo ad affannarci, senza l'aiuto degli altri siamo destinate prima o poi a soccombere a quello che è il nostro peggior nemico.

Perché è difficile imparare a delegare

Da quando sono mamma quella di delegare è la lezione che mi è risultata più difficile da imparare.

La parola stessa, "delegare", per me è sempre stata sinonimo di debolezza.

Io, vissuta con la certezza del "chi fa per sé fa per tre", ho sempre ritenuto che chi delega nella maggior parte dei casi lo fa perché è pigro e non ha voglia di sbattersi.

Niente di più sbagliato. Studi recenti infatti dimostrano come delegare sia in realtà utile e salutare anche per le aziende.

E se va bene per loro, perché non dovrebbe andare bene anche per la famiglia?

Delegare: perché è indispensabile

Riflettiamo un attimo: davvero voi preferite arrivare a sera nervose, stanche e irritabili perché vi siete fatte carico di ogni singola cosa, dalla spesa alla consegna di una pratica nei tempi previsti, mentre gli altri membri della famiglia vi appaiono freschi e riposati?

Con queste premesse, come pensate di poter godere della compagnia dei vostri bambini?

Si fa tanto parlare di tempo di qualità ma quando si arriva a certi livelli di stress già avere del tempo diventa un'utopia.

Ecco perché delegare diventa indispensabile.

Immaginate che tutti gli impegni e i compiti che avete siano dei sassi contenuti in una grossa cesta.

Ogni giorno voi dovete percorrere un sentiero accidentato, magari una salita bella ripida, con questa cesta sulle spalle.

Accanto a voi ci sono altre persone con le loro ceste, a volte più piene della vostra a volte meno.

Ora, magari chi ha meno sassi si offre di darvi una mano.

Voi che fate: gli consentite di trasportarne uno al posto vostro oppure no?

Si parla tanto di collaborazione in famiglia e collaborare, come si nota dall'etimologia stessa, vuol dire "lavorare assieme".

Come imparare a delegare

Come per la maggior parte dei problemi, lo step numero uno è riconoscere di avere un problema.

Nel nostro caso, significa riconoscere di non potere fare tutto da sole.

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la giornata è fatta da ventiquattro ore e non sempre abbiamo il tempo per fare tutto perfettamente.

Per cui, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti con la realtà e cercare delle persone che collaborino con noi.

Che sia il nostro partner, i nonni, la tata o la maestra, la cosa principale è che dobbiamo imparare a fidarci di loro.

Avere fiducia in chi ci sta accanto non è così facile e scontato come sembra.

Volete un esempio banale?

Onestamente, pensate a tutte quelle volte che avete affermato:

"Non gli spiego neanche quello che deve fare, perché faccio prima a farlo da sola e lo faccio anche meglio".

Quante volte lo facciamo?

Invece dobbiamo sforzarci e imparare a comunicare, a spiegare come deve essere fatta una determinata cosa.

Una buona comunicazione sta alla base di una fruttuosa collaborazione.

Personalmente sono rimasta piacevolmente sorpresa una delle prime volte che CF si è occupato di mettere i bambini a letto.

La mia routine serale di solito è questa: ci si lava, poi pigiama, tisana, denti, favola della buona notte, baci, abbracci e buona notte.

Quando CF mette a letto i bambini, la sequenza invece è questa: doccia, pigiama, latte, denti, gioco del mostro, film nel lettone e i bambini, stremati, sono nel mondo dei sogni.

Il risultato è sempre lo stesso, il modo in cui è stato raggiunto è differente, ma non meno valido.

Accettare che le cose non vengano sempre fatte come vogliamo noi implica tanta maturità.

Delegare e organizzare

Delegare diventa un punto di forza anziché una debolezza: se delego ho più tempo a disposizione per fare altro, magari anche per riposarmi un po'.

Chi delega di solito ha ottime capacità organizzative.

Per prima cosa sa stilare una lista di priorità, in secondo luogo è consapevole che gli altri possono portare a termine l'incarico che è stato loro affidato nei tempi previsti ed infine sa come far fruttare il tempo che ha a disposizione.

In parole povere,chi delega è come un generale che ha ben chiara la strategia da attuare.

E come in tutte le guerre, un buon generale sa che anche l'aiuto di un soldato semplice può fare la differenza.

Quindi, care amiche, ve la sentite di fare il salto e passare da mamme accentratrici a mamme deleganti?

 

 

 

5

Tra i mille compiti educativi di noi poveri genitori c'è l'annosa questione di insegnare ai nostri figli a non dire bugie.

Ci sono i genitori estremisti che non concepiscono nessun tipo di bugia o di mezza verità, per cui fin da subito patti chiari e amicizia lunga: Babbo Natale non esiste, la fata dei Dentini neppure, il Paradiso  solo se si è fortemente credenti.

Ci sono invece quelle coppie che credono nella scarsa capacità intellettiva dei bambini, per cui dicono loro la qualsiasi, tanto i pupi sono piccoli e ancora non capiscono.

E poi ci sono i genitori delle mille sfumature, quelli che si barcamenano in base al contesto in cui si trovano, per cui se una piccola omissione o una mezza verità può salvare la situazione esitano solo un pochino.

Io credo che insegnare ai propri figli ad essere sempre onesti sia senza dubbio un' ottima lezione di vita, ma sono sicura che non paghi sempre e comunque.

I bambini non hanno il filtro per capire che certe volte non si deve dire per forza la verità ad ogni costo, non sanno cosa sono le convenzioni sociali.

Soprattutto mia figlia.

L'altro giorno ero in coda alla cassa del supermercato con la Ninfa.

Una signora che conosco solo di vista mi saluta con il solito "Salve, tutto bene?"

Come da prassi, le rispondo con un "Sì, grazie e lei?"

La Ninfa dal suo metro e dieci sbuffa e con aria angelica e voce cristallina udibile a metri di distanza informa la suddetta signora che non è vero che va tutto bene, perché la mamma ha il mal di pancia ed è corsa al supermercato per prendere gli assorbenti e se non facciamo in fretta a trovare un bagno si sporcherà tutta di sangue.

Al che come per magia la coda davanti a me sparisce e tutti si spostano per farmi passare, con l'espressione tra lo schifato e il divertito.

La pupa ha detto la verità, proprio tutta la verità.

Non sapevo neppure come sgridarla, tecnicamente non aveva fatto nulla di sbagliato.

Era solo stata onesta e non aveva detto nemmeno una bugia.

Le situazioni imbarazzanti in cui un incauto genitore si viene a trovare solo per aver insegnato ai propri figli a non dire le bugie sono innumerevoli.

Volete un altro esempio?

Il figlio di quattro anni di una mia amica è in casa con il papà mentre la mamma è in bagno.

Squilla il campanello ed entra il loro consulente finanziario.

"Mia moglie arriva subito. Finisce di sbrigare una faccenda e scende."

Il papà manda il figlio ad avvisare la mamma che è arrivato l'ospite che aspettavano.

Il bimbo ubbidisce e poi torna.

"La mamma ha detto che finisce di fare la cacca e poi arriva"

Ecco, sicuramente il bambino è stato l'onestà fatta persona. Magari la mamma avrebbe potuto suggerire qualche altra frase.

Ci si dimentica davvero troppo spesso che i bambini non hanno quelle capacità sociali che si imparano diventando adulti, quel substrato culturale che impedisce a noi grandi di dire ogni cosa che ci passa per la testa sempre e comunque.

E questo come si insegna ai bambini?

Voglio dire, come faccio a spiegare a un bimbo di tre anni che certe informazioni non è necessario che vengano dette e che si può rispondere in altro modo?

Perché se quello che diciamo non è la verità allora è una bugia e quindi noi diventiamo dei bugiardi agli occhi dei nostri figli.

In un caso o nell'altro facciamo sempre una figura barbina.

Per il futuro, quindi,  sappiate che se volete sapere i segreti più oscuri di una famiglia vi basta porre le domande corrette ai bambini, perché "in filio veritas".

Ecco perché sostengo che non sempre è conveniente insegnare ai bambini a non dire le bugie.

Voi vi siete mai trovati in situazioni imbarazzanti a causa della lingua dei vostri figli?

Sono curiosa di leggere cosa vi è capitato.

Ci siamo, l'otto marzo è tornato e le mimose hanno invaso le  bacheche di Facebook, Instagram e Pinterest rubando per un giorno la scena ai tenerissimi gattini.

Donne che si scambiano gli auguri, uomini che si sono appuntati di farli a mamme, mogli e colleghe, venditori improvvisati di regali a tema ai bordi delle strade.

Stasera, assieme alla vecchia che verrà bruciata in occasione del giovedì grasso, esponenti del gentil sesso si riuniranno in congreghe per festeggiare con bagordi più o meno spinti il giorno a noi dedicato.

La festa della donna è un altro di quei temi (assieme all'allattamento e alla depilazione) che spacca a metà l'universo femminile.

C'è chi la celebra a tutti i costi e c'è chi invece preferisce non farlo.

Io sono contraria all'uso del termine "festeggiare".

A mio parere, più che di festeggiamenti si dovrebbe parlare di commemorazione.

L'otto di marzo è una giornata commemorativa in cui si ricordano tutte le tappe significative che hanno portato noi donne dove siamo adesso, dal punto di vista sociale, culturale ed economico.

Non credo che a nessuno sia mai venuto in mente di svilire la giornata della memoria andando in giro a gozzovigliare o a far baldoria.

Perché non dovrebbe essere lo stesso nella giornata dedicata a noi donne?

L'otto di marzo, la festa della donna, per me è un momento di riflessione anche personale: penso a chi sono, alla strada che ho fatto per essere quella che sono, a cosa sto facendo ora.

E sì, mi faccio anche i complimenti e mi do delle belle pacche sulla spalla: perché nonostante tutto e tutti, nonostante la situazione del mondo lavorativo che non è sicuramente a favore di chi è donna e mamma, io vado avanti con energia e determinazione.

E se posso studiare e crescere, se posso avere un'indipendenza economica, se posso decidere quando e come esibire la mia femminilità lo devo a tutte le donne che sono venute prima di me.

Perciò, nel giorno della festa della donna, il mio ringraziamento va a tutte quelle figure femminili che stanno lentamente scomparendo dal nostro orizzonte culturale per lasciare il posto a feste in discoteca, pornodivi o cene luculliane di dubbio gusto.

Spero che ovunque si trovino queste vere donne abbiano di meglio da fare che guardare giù altrimenti chissà come rabbrividiscono!

E per finire, voglio condividere qui la mia personale selezione di frasi celebri che mi aiutano ad auto motivarmi e a migliorarmi giorno per giorno:

  • "Una donna intelligente riesce a far di tutto" Christine de Pizan

 

  • "Quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno" Madre Teresa di Calcutta

 

  • "La chiave per realizzare un sogno non è focalizzarsi sul successo ma sul significato e poi anche i piccoli passi e le piccole vittorie lungo il nostro percorso prenderanno un significato più  grande" Oprah Winfrey

 

  • "Non farti dare limiti artificiali che non siano veramente tuoi. E soprattutto non darteli tu stessa, ma se hai dei sogni e delle ambizioni prova a trovare una strada" Samantha Cristoforetti

 

  • "Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo" Malala Yousafzai

Se non conoscete queste donne, vi consiglio di documentarvi. Potreste davvero rimanere sorprese...

E ora facciamo un gioco: mi dite quali sono le vostre eroine preferite, le donne di ieri e di oggi che ammirate di più?

Buona festa della donna a tutte, grandi e piccine. La strada per arrivare alla parità e all'uguaglianza in ogni angolo del mondo è ancora lunga e faticosa, ma insieme forse ce la possiamo fare.

2

La mamma malata è una tipologia di mamma talmente rara che a confronto è più facile imbattersi casualmente in un rinoceronte di Sumatra che in lei.

La mamma malata è talmente rara non perché la mamma non si ammali mai, ma perché quando capita (e comunque assai sporadicamente), la mamma continua a vivere la propria esistenza come se fosse sana.

Si alzerà al mattino prima di tutti gli altri, sentendosi magari un tantino fuori forma, imputando i dolori ossei all'ennesimo gomito del figlioletto piantato amorevolmente nelle costole durante la notte.

Preparerà la colazione, infischiandosene dei brividi di freddo, provocati sicuramente dal riscaldamento che non è ancora partito.

Mentre si guarda allo specchio, il naso rosso e gocciolante, le gote colorite sul viso pallido e gli occhi luccicanti, deciderà con una diplomatica alzata di spalle che oggi madre Natura ha messo in risalto proprio quei dettagli che tenta invano di valorizzare ogni giorno con sapienti dosi di trucco costoso.

La mamma ammalata si vestirà a strati, nel senso che indosserà almeno mezzo guardaroba in modo strategico per tentare di tenere a bada gli sbalzi termici, ché tanto la mezza stagione non c'è più, la mattina ti svegli al polo Nord e mezz'ora dopo sei più sudata di un escursionista nella foresta Amazzonica.

Dopo aver ficcato chiavi, portafoglio e fazzoletti in borsa, si appresterà a portare i pargoli nelle rispettive scuole, mentre il marito le lancia uno sguardo distratto, pensando che non ha proprio una bella cera, ma tanto non si ammala mai, sarà un po' di stanchezza o magari è proprio "in quei giorni", speriamo di no che stasera vuole vedere la sua trasmissione preferita in pace.

La mamma malata ignora i sintomi della malattia.

Il suo cervello si è evoluto in modo tale da razionalizzare ogni piccolo segnale e collegarlo ad altre cause meno pericolose.

L'evoluzione della specie ha fatto in modo che la donna, non appena diventa mamma, si costruisca una serie di false verità a cui attenersi in caso di estrema necessità.

Seguendo questi istintivi protocolli mentali, la mamma malata si dedica alle sue abitudinarie faccende.

A volte la mamma malata si rende conto di essere un tantino fiacca, ma il suo cervello è lì pronto a fornirle tutta una serie di possibili motivi, dal calo di magnesio al calo di zuccheri al cambio della pressione atmosferica.

Quindi la mamma malata prosegue trascinandosi tra una faccenda e l'altra, girovagando in stato di semi incoscienza.

La mamma malata mette il pilota automatico e a tratti ha quasi l'impressione di astrarsi dal suo corpo fisico, ma sicuramente è l'autosuggestione dovuta al film che ha visto la sera prima.

Alla mamma malata non viene minimamente in mente di ricorrere all'uso di un buon termometro per vedere se può avere la febbre.

Del resto, si sa, la mamma non si ammala mai.

Se madre Natura, che lei pure è mamma, si ammalasse, dove finiremmo tutti?

E infatti per la sopravvivenza della specie la mamma non si può ammalare.

Immaginate cosa succederebbe: bambini in balia di padri che in inverno li portano a scuola con la maglietta a mezze maniche, che usano l'aspirapolvere per fare i codini alle figlie, che comperano surgelati invece che portare in tavola i cavoletti di Bruxelles bio a Km zero, la polvere che ricopre ogni superficie della casa, il bagno in stato di inagibilità, gli animali domestici tornati allo stato brado...

E su tutto lei, la più temuta, la Nemesi di ogni mamma: la suocera che decide di farvi visita proprio quando vi siete decise ad ammettere che forse, sì, siete un pochino malate, magari avete preso l'influenza da uno dei vostri figli.

La mente della mamma malata rifugge da questo scenario apocalittico e si auto convince di non essere malata affatto, neppure quando si accascia in coda alla cassa del supermercato, sparpagliando arance e finocchi per ogni dove, le uova in bilico sulla testa e il sacchetto del pane tra i denti, ché tanto già che c'ero mi sono fermata a prendere quelle due cose che mi mancavano.

Il suo ultimo pensiero cosciente è che forse stamattina avrebbe dovuto prendere le vitamine, mannaggia, invece si dimentica sempre.

Prima o poi finirà per ammalarsi davvero se continua così!

9

Lunedì e martedì i miei bambini sono stati a casa  perché la materna era chiusa per il Carnevale.

Ieri sera, come facciamo sempre la domenica, ho fatto preparare loro gli zainetti.

Mentre infilava la salviettina nel suo zaino, la Ninfa mi spara a bruciapelo:

"Mamma, ma perché tu lavori?"

Ecco, i bambini tirano fuori queste domande esistenziali sempre nei momenti meno opportuni, tipo quando hai sul fornello la cena che cuoce, alla stesso tempo stai tentando di seguire il discorso del tuo compagno e organizzando mentalmente la giornata che verrà.

"Mamma, perché devi andare a lavorare?"  La Ninfa non demorde.

Se sei una mamma lavoratrice, prima o poi ti aspetti che i tuoi figli ti chiedano perché lavori.

E' una domanda inevitabile, sicura come la morte.

Proprio per questo mi ero già preparata una spiegazione a prova di bimbo.

Non voglio scendere in discorsi morali e filosofici o affrontare l'argomento in modo complicato.

Per ora non ha bisogno di sapere che nella società in cui viviamo avere un lavoro è quasi un lusso, non ha bisogno di sapere che in caso il papà perda il lavoro c'è sempre la mamma che può portare a casa lo stipendio.

Non è necessario che le dica quanto ho studiato per ritrovarmi poi a fare un lavoro che non è quello dei miei sogni, quanto mi costa adattarmi e quanto mi piange il cuore all'idea di perdermi tanti bei momenti con loro che so che non torneranno più.

Non è ancora il momento per tirare fuori motivazioni femministe, ma non voglio neppure che pensino che le donne devono necessariamente stare a casa a fare la calzetta.

Lavorare o no a volte è una libera scelta. Ma per essere tale uno deve avere le armi per poter decidere in base alla propria situazione.

Per cui prendo fiato e tento di spiegarle perché la sua mamma va a lavorare.

Come spiegare ai bambini perché la mamma lavora

Non so se ci sia un metodo universale per spiegare ai bambini perché la mamma lavora (che poi, fateci caso, raramente chiedono perché il papà lavora, sempre la mamma, eh!).

Io alla Ninfa che ha cinque anni l'ho spiegato in questo modo.

Ovviamente queste sono le mie personalissime ragioni.

"Amore, lo sai che vi voglio tantissimo bene, sia a te che a tuo fratello?

Proprio perché vi voglio bene desidero che voi abbiate la possibilità di fare tante belle esperienze che vi fanno imparare cose nuove e diventare persone interessanti.

E voglio farle anche io queste belle esperienze, assieme a voi e al papà.

Ecco perché la mamma e il papà vanno a lavorare: per guadagnare i soldi che ci servono per mangiare, per comperare i vestiti, per pagare l'asilo e per fare quello che ci piace.

Nel mondo dove viviamo se non hai i soldi tante cose non le puoi fare: non possiamo andare al mare in estate o viaggiare e visitare posti nuovi, non possiamo comperare i libri che ti piacciono tanto e a volte non possiamo neppure prendere i vestiti.

E per avere i soldi che ci danno la possibilità di fare tante cose belle e interessanti bisogna lavorare.

Se lavori sei indipendente e significa che puoi decidere come usare i tuoi soldi, senza chiedere niente alla mamma o al papà o ad altre persone.

Ci sono persone fortunate che di lavoro fanno qualcosa che piace loro e ci sono persone meno fortunate a cui andare a lavorare non piace molto ma lo fanno per necessità.

Anche tu e Ringhio, quando sarete grandi, se sarete fortunati potrete fare il lavoro che vi piace.

Cosa ti piacerebbe fare?"

"Quella che vende i gelati" risponde mia figlia prontamente.

Beh, viva l'ambizione! L'importante è la felicità, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

"Tesoro, tu lo sai che puoi diventare quello che vuoi, vero?

Puoi fare qualsiasi tipo di lavoro."

"Anche Ringhio può fare qualsiasi tipo di lavoro?"

"Sì, certo, anche lui può fare quello che gli piace"

"Proprio tutto tutto? Anche la mamma?"

"Oddio, amore, si brucia la pappa!"

A volte una ritirata strategica è meglio che imbarcarsi in un discorso complicato.

Ogni cosa a suo tempo. Io non sono ancora pronta per questo.

E voi avete spiegato ai vostri figli perché lavorate o perché non lavorate?

4

Mi piace guardare i bambini giocare.

Quando i bambini giocano, a modo loro, ci insegnano sempre qualcosa.

Al parco, in spiaggia, nelle zone gioco dei centri commerciali è bello vedere i bambini interagire tra di loro anche se non parlano la stessa lingua.

Istintivamente, i bambini sanno che per giocare le parole non sono indispensabili.

Domenica scorsa siamo andati in montagna per passare una giornata sulla neve.

Vicino a noi c'era un gruppetto di bambini di circa sei, sette anni. Si vedeva che i pupi si conoscevano tutti.

Giocavano con i loro bob, su e giù, su e giù.

Ad un certo punto uno ha deciso che era stufo.

"Dai, cambiamo gioco" ha proposto.

Si notava che gli altri non erano convinti. Nonostante questo, hanno comunque lasciato perdere i loro bob.

I bambini si sono seduti sulla neve e sono stati a parlottare tra di loro.

Non sapevano cosa fare, che gioco inventare.

All'improvviso, lo stesso bambino che prima aveva deciso di smettere di giocare con i bob ha preso una manciata di neve e ha gridato:

"Giochiamo a tirare la neve addosso a Giovanni"

E Giovanni in un minuto si è trovato ricoperto di neve dalla testa ai piedi.

Non rideva, Giovanni. Se ne rimaneva lì, docile, a farsi ricoprire, anche si si vedeva chiaramente che era infastidito.

Dopo un po' i bambini si sono stufati anche di questo "gioco" e sono corsi via.

Giovanni si è rialzato, si è ripulito alla bell'e meglio e li ha seguiti.

Si vedeva che era abituato a questo genere di trattamenti.

Mi si è stretto il cuore.

Perché so molto bene come si è sentito Giovanni.

A chi non è capitato di sentirsi così almeno una volta nella vita?

Ho guardato i miei figli che stavano trainando il loro bob sulla salita.

Ho ripensato a come li stiamo educando. Se stiamo o no facendo la cosa giusta.

Perché io non voglio ritrovarmi con due bambini prepotenti ma neppure con il Giovanni di turno.

Ho sempre insegnato alla Ninfa e a Ringhio a rispettare tutti: genitori, insegnanti, amici.

Insisto ogni giorno con le regole della buona educazione: per favore, grazie, prego...

Spiego loro che devono essere generosi e imparare a condividere le loro cose anche con gli altri.

Mostro loro, io per prima, che aiutare gli altri soprattutto chi si trova in difficoltà è un nostro dovere, che ci costa poco o niente.

E insegno loro come difendersi dai bambini prepotenti.

Non sono una che pratica la violenza, non credo che le punizioni corporali siano efficaci, anche se ogni tanto purtroppo qualche sculacciata è scappata anche a me.

Non sono una mamma interventista di quelle che quando i bambini tornano dall'asilo graffiati o morsicati fa il diavolo a quattro per scovare il colpevole e corre dai genitori a pretendere giustizia.

Ma, ecco, alla massima "porgi l'altra guancia" preferisco di gran lunga "occhio per occhio, dente per dente".

Non venite a fare i falsi buonisti con me, per favore, che ho sperimentato cosa vuol dire avere a che fare con i bulli per anni e anni.

Non puntate il dito dicendo che "bisogna insegnare ai bambini ad essere assertivi".

Che poi voglio capire come può un bambino di tre anni spiegare a uno che gli sta rubando il gioco o che lo sta importunando che non si deve fare, che rubare è una cosa brutta, che piacerebbe a te che io ti rubassi il gioco.

Credetemi, essere assertivi può servire quando chi ti sta di fronte è una persona dotata di raziocinio, cioè della capacità di fare e seguire un ragionamento.

E nella maggior parte dei casi non è così.

Non insegno ai miei figli che, quando hanno bisogno di un aiuto, devono correre a cercarlo dalla mamma, dal papà o dalla maestra.

I grandi non ci saranno sempre.

Semplicemente insegno ai miei figli che purtroppo in certe situazioni devono sbrigarsela da soli.

A volte si può lasciar perdere e andare via, a volte invece no.

Non educo i miei bambini alla violenza. Trovo intollerabile che si alzino le mani, anche se tra di loro lo fanno (e io non intervengo, sia chiaro).

La Ninfa e Ringhio sanno che se picchiano qualcuno senza motivo finiscono in castigo.

Perché picchiare è una cosa che non si fa.

Ma anche subire le angherie degli altri non ci fa stare bene, a meno che non siamo votati al martirio.

Il primo anno d'asilola Ninfa era stata presa di mira da una bambina più grande di lei. Tornava a casa ogni giorno con qualche "ricordo".

Le maestre non sempre potevano accorgersene, del resto ad una maestra che deve vigilare su venti bambini a volte qualcosa può sfuggire.

Dopo qualche settimana, ho detto alla Ninfa che poteva difendersi.

"Se la bimba ti picchia, tu prima chiama la maestra. Ma se la maestra non fa niente perché non ha visto, allora anche tu picchiala. E se qualcuno ti dice qualcosa, digli che la tua mamma ti ha detto di fare così".

Nel giro di pochi giorni, l'altra bambina ha smesso di tormentare mia figlia.

Non dico di aver fatto la cosa giusta in assoluto.

Dico che in quel momento quella era l'unica soluzione possibile.

Se la Ninfa non avesse reagito, la situazione si sarebbe protratta per l'intero anno lasciando sicuramente degli strascichi anche sulla Ninfa stessa: ansia, insicurezza, magari anche il terrore di andare alla materna.

Quello che intendo dire è che non è mai tutto bianco o tutto nero.

Scusare la violenza sempre e comunque, incentivare l'aggressività naturale dei bambini può essere disastroso.

Ma allo stesso tempo anche insegnare ai bambini a non reagire, a reprimere l'istinto di auto-conservazione, a non rispondere in modo attivo alle provocazioni dei bambini prepotenti può fare grandi danni: li fa sentire deboli e insicuri.

Bisogna spiegare ai nostri figli che in certe situazioni non si può essere passivi.

Insegnare ai bambini a difendersi non significa trasformarli in bambini prepotenti o in bulli.

Significa semplicemente fargli capire che anche loro sono sullo stesso piano dell'avversario, che non devono farsi sminuire o sentirsi deboli, perché non è così.

Purtroppo le parole non sempre bastano. E la violenza non sempre genera altra violenza.

La violenza non risolve i conflitti, ma a volte basta rispondere per le rime per disinnescare un comportamento che in altri modi non si sarebbe fermato.

Vi siete mai trovate ad affrontare situazioni di questo genere?

Come vi siete comportate?