L'altro sera stavo finendo di sistemare la casa.

"E guardo il mondo da un'oblò mi annoio un po'" canticchio a mezza voce.

La Ninfa è stesa sul divano. A gambe in su, si contempla le punte dei piedi. Assorta, molto assorta.

"Mamma, cosa vuol dire annoio?"

Mi fermo con il panno in mano.

"Bhè..." Scusate, ma come si spiega la noia ai bambini?

Attimo di riflessione. Noia nella nostra cultura è una parola negativa. Essere annoiati è brutto. Ma la noia spesso e volentieri è la scintilla che ci fa fare qualcosa, ci fa creare e inventare. Quindi tanto brutta non è.

Appoggio il peso da una gamba all'altra. La Ninfa mi guarda con gli occhioni sgranati. Per me ci gode, la monella, ad avermi messo in difficoltà. Mi sento sotto pressione.

"Dunque, amore, annoiarsi vuol dire che in quel momento tu non sai bene cosa vuoi fare, non sai se vuoi giocare, disegnare, mangiare, giocare col didò...E te ne stai lì a pensare"

"Ahhhh"- esclama "Allora posso stare qui e annoiarmi ancora un po', mamma? Intanto tu finisci i mestieri e io decido cosa fare dopo". Mica scema, la bambina. Mi complimento con me stessa.

Torno a spolverare e intanto rifletto. Mi ricordo che da piccola non mi sono mai annoiata. O meglio, probabilmente mi sarò anche sentita così, ma il sentimento di sconforto, di abbattimento in realtà mi viene in mente solo legato ad una me stessa più grande.

Da piccoli, escluse le ore passate alla scuola dell'infanzia, non si ha molto da fare. Anzi, non è vero, noi non avevamo molto da fare. La maggior parte dei bambini di oggi ha una settimana ricca di impegni.

Oltre alle ore passate a scuola, in media un bambino di sei anni segue almeno un'attività extra scolastica che lo tiene impegnato per un'ora minimo due pomeriggi a settimana. Se è un'attività sportiva, probabilmente sarà impegnato anche il sabato o la domenica. Nulla di male, ci mancherebbe, lo sport fa bene al corpo e alla mente.

Spesso però i genitori si dimenticano che i bambini, sono, appunto, bambini. Li sovraccaricano di attività: musica, sport, disegno...Quando sono a casa i piccoli sono sempre iper -stimolati, anche quando sembra che non stiano facendo niente: televisione, radio, consolle, videogiochi...Il risultato è che vivono seguendo gli stessi ritmi incalzanti di un adulto. E se vivere così causa stress a noi, che siamo grandi, figuriamoci a loro!

Mamme e papà lo fanno in buona fede: stimolano i figli per fare in modo che facciano molte esperienze. In questo modo saranno più preparati ad affrontare quello che la vita gli offrirà. Non perderanno le occasioni e diventeranno.....(mettete voi a vostra scelta: medico, astronauta, scrittore, calciatore, velina...). Torniamo sempre al discorso che noi genitori siamo competitivi  e abbiamo infinite aspettative nei confronti della nostra prole. E pecchiamo per eccesso di zelo. D'altro canto, si sa, le vie che conducono all'inferno sono lastricate di buone intenzioni!

Proviamo a sostituire la parola "noia" con la parola "ozio". Alzi la mano a chi di noi, soprattutto mamme, non fa piacere oziare di tanto in tanto. Quindi perché non dovrebbe essere così anche per i bambini?

Quando siamo lì polleggiate in pieno relax, pensiamo. Ci guardiamo dentro, osserviamo il mondo, ci ricarichiamo e magari ci vengono anche delle belle idee (non solo cosa fare per pranzo, spero!).

I bambini, negli ormai rari momenti in cui sono liberi di sperimentare la noia, diventano creativi. Non sto dicendo che di colpo ci troviamo di fronte a novelli Picasso o Marconi in erba, ma un bambino strutturerà il suo tempo facendo ciò che in quel momento gli piace. Potrà giocare, sfogliare un libro, ballare, ma anche guardare le gocce di pioggia sul vetro di una finestra o contare i fili d'erba.

In questo modo le sue celluline grige verranno stimolate e le sinapsi si creeranno da sole. Un bambino interiorizza e impara dalle esperienze che fa e quelle che gli rimangono di più sono quelle che fa da solo, senza imposizioni.

Adesso non fate le furbette, però. Non ho detto che dovete abbandonare i vostri figli a loro stessi.

Per prima cosa i bimbi hanno bisogno di sentirsi rassicurati sul fatto che se hanno bisogno noi siamo lì pronti a intervenire e a proporre loro attività magari da fare assieme.

Inoltre dobbiamo fornire  un contesto e un ambiente ideale a far nascere in loro lo stimolo creativo: materiali e spazi a misura di bambino, senza eccedere con giochi, giocattoli e affini.

Per cui, care mamme e cari papà, basta ottimizzare la giornata dei vostri figli, basta sovraccaricarli con impegni che manco un manager, basta renderli competitivi fin da piccoli. Hanno tutta la vita davanti!

E anche voi, presi dal lavoro, smettetela di correre come trottole per portare i figli da un corso all'altro. Rilassatevi, sedetevi e guardatevi le punte dei piedi!

Oggi è il 25 Novembre, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

A me dà fastidio. A me dà fastidio il fatto che ogni giorno sia la giornata mondiale di qualcosa. Perché quando poi ci sono argomenti importanti, come questo, non risaltano più, in mezzo a 'ste giornate mondiali.

Mi dà fastidio che possa esistere un giorno specifico dedicato alla violenza contro le donne. Si fa di tutto per eliminare le distinzioni di genere e poi ci si casca anche su queste tematiche così importanti. Qualcuno di voi sa anche gli uomini sono vittime di violenza da parte delle donne? Sicuramente la percentuale non sarà così alta come per le femmine, ma ci sono e nessuno ne parla.

Per par condicio allora dovevano chiamarla GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA su ogni essere vivente, donna, uomo, bambino o animale che sia.

La cultura cambia, almeno da noi, cambia lentamente ma inesorabilmente. Noi genitori di ultima generazione proclamiamo davanti ai nostri figli che una donna è libera di diventare tutto quello che vuole così come lo è un uomo. Mostriamo con il buon esempio che mamma e papà (o meglio che entrambi i genitori) possono lavorare e seguire la casa. Mamma lavora, papà anche. Mamma cucina, papà pure. Papà stira, mamma idem (no, lo ammetto, nel mio caso solo papà).

Madre e padre (ma leggete pure genitore 1 e genitore 2) possono occuparsi altrettanto bene delle stesse cose, seppur con approcci differenti, proprio in virtù del fatto che siamo persone diverse. Il rapporto che posso avere io con i miei figli è sicuramente diverso da quello che ha CF quando è con loro, ma va altrettanto bene.

Alla domanda: "La mamma è diversa dal papà?" la Ninfa una volta ha detto: "Sì, perché la mamma è una femmina e il papà un maschio." Approfondendo la questione, questa è stata l'unica differenza rilevata. CF può e di fatto fa (seppur magari con risultati discutibili) le stesse cose della mamma.

Quindi il messaggio che abbiamo trasmesso ai nostri figli è che il papà è un mammo? Non credo proprio. Abbiamo solo messo davanti ai loro occhi il fatto che entrambi i genitori si occupano dei loro bambini, della casa, della famiglia e del lavoro.

Stiamo dando a Ringhio e a Ninfa la miglior dimostrazione possibile che bambini e bambine sono uguali: possono giocare tutti e due con le bambole, con la cucina, con le macchinine, con le lego. Allo stesso modo hanno entrambi dei piccoli compiti da svolgere: apparecchiare, sparecchiare, riordinare, spolverare. Aiutano con la spesa e cucinano volentieri.

Vengono sgridati allo stesso modo: se Ringhio picchia la Ninfa o un altro bambino, sia maschio o femmina, viene mandato in castigo. Non ho mai detto a Ringhio "le femmine non si toccano nemmeno con un fiore", ma ho sempre detto: "Non si deve picchiare e basta!" ad entrambi i miei figli. "Avete mai visto il papà che picchia la mamma o la mamma che picchia il papà?"

Cambiare il mondo significa cambiare la mentalità della prossima generazione. Vuol dire impegnarsi a fondo per spiegare ai bambini che anche i maschi possono piangere se sono tristi o emozionati, che anche le bambine possono giocare a calcio o a rugby se ne hanno voglia, che la forza fisica nella vita non è tutto ed essere forte non dà il diritto di essere prepotenti. La forza vera di una persona non risiede nei muscoli, ma viene da dentro. Le femmine per conformazione fisica sono più deboli fisicamente rispetto ai maschi ma questo non dà loro il diritto di maltrattarle.

Con costanza dobbiamo lavorare per scardinare quelle gabbie mentali che, ahimè, ci tengono ancora prigionieri, che vedono il maschio libero di fare quello che vuole dopo le ore lavorative e la femmina regina della casa anche se lavora, il maschio "che non deve chiedere mai", la femmina "con un fisico da urlo" ma che deve mimetizzare la propria intelligenza.

Usciamo da questi stereotipi, spieghiamo ai nostri bambini che nessuno è inferiore ad un altro e che nessuno ha il diritto di farci sentire inferiori. La violenza non è solo quella fisica, ma è anche quella psicologica.

Solo educando i nostri bambini al rispetto verso se stessi e verso ogni essere vivente potremo attuare un vero cambiamento. Non stanchiamoci mai di dire loro che la violenza è una cosa sbagliata, da qualunque parte provenga. Le percosse non sono dei forti, sono dei deboli, dei perdenti, di coloro che non hanno altro modo per fronteggiare la situazione.

Rendiamo consapevoli i bambini che la cattiveria purtroppo esiste, ma che non siamo costretti a subirla. Fin da piccoli, spieghiamo loro che in caso capitasse di essere oggetto di bullismo ne devono parlare subito. In questo modo non avremo giovani donne o uomini convinti che il partner dimostri il proprio amore a suon di pugni e schiaffoni come se fosse la cosa più naturale del mondo, perché è sempre stato così dalla notte dei tempi.

Rendiamo i nostri bambini liberi di essere ciò che vogliono essere, liberi di amare chiunque vogliono amare, ma soprattutto liberi di capire che la cosa più importante è l'amore verso se stessi.

 Ama il prossimo tuo come te stesso.

Accade tutto così, di colpo. Un lunedì come tanti, mentre passi di corsa da un'incombenza all'altra. Ricevi una telefonata e il respiro si trasforma in rantolo.

-Tesoro, non preoccuparti, Ringhio ha avuto un mancamento, lo stiamo trasportando in ambulanza al pronto soccorso-

Inversione a U, cervello in panne, sudori freddi. Slalom tra macchine, ciclisti, pedoni. Chissene del codice stradale e delle eventuali multe.

Auto abbandonata nel primo buco disponibile. Le porte scorrevoli del pronto soccorso si aprono.

Ansia a mille mentre attendo l'arrivo dell'ambulanza con il mio bambino. Attimi di panico poi lui è lì, tra le mie braccia. Corpo rovente per la febbre, viso pallido e smunto. Ci stringiamo.

Triage per decidere la gravità del caso. Interrogatorio alla nonna, che risponde sfatta e preoccupata. Il primo di una lunga serie, ripetuto con dovizia di particolari a infermieri, medici di turno, medici specialisti.

 La sala d'aspetto è un girone dell'inferno. Temperatura sahariana, spazi stipati. Mamme, papà e bambini, una piccola folla variopinta. Visi contratti dalla preoccupazione, dalla noia. Piccoli universi di dolore, ognuno nella sua bolla. L'intero mondo con le sue genti, i suoi odori, i suoi colori racchiuso in quattro mura. CF che entra ed esce per prendere una boccata d'aria.

Eppure si respira più umanità qui che altrove. L'angoscia livella tutto, anche le posizioni sociali. Imprenditori con Rolex al polso siedono vicino a muratori rumeni. Siamo davvero tutti sulla stessa barca.

Il tempo sembra dilatarsi all'infinito. Il mondo caleidoscopico è frastornante. Idiomi stranieri si sovrappongono a parlate dialettali. Gente che va e viene in un susseguirsi ininterrotto.

Ogni volta che ci alziamo per entrare a fare controllare Ringhio perdiamo il posto all'osteria. CF passa il tempo a cercarci tra la folla.

L'altoparlante snocciola i nomi dei piccoli pazienti in una litania infinita. A turno scompaiono dietro la porta verde, gialla e rossa.

Siedo scomposta. La plastica della sedia di un grigio anonimo fa a botte con le pareti colorate che qualcuno ha tentato di abbellire con disegni per bambini. Cari miei, chi volete ingannare? Nessun bambino si fa fregare da un Bamby o da una Biancaneve. Sono piccoli, ma sanno già che quello non è un luogo di piacere.

Ringhio è uno scaldotto, ogni tanto si anima e scalcia per scendere a terra a camminare.

Passiamo sette ore in questa bolla atemporale, sette ore tra pianti, grida e canzoncine. Sette ore lunghissime al termine delle quali ci sentiamo fisicamente stremati, come se avessimo partecipato a una gara di triathlon.

Quando usciamo la pioggia e il vento sono una benedizione. Lavano via la patina che ci grava sull'anima, si confondono con le nostre lacrime di sollievo.

Perché anche questa volta siamo stati fortunati. Ringhio dovrà fare delle analisi e degli accertamenti ma si sta già rimettendo.

Spero che la stessa sorte sia capitata anche agli altri genitori che abbiamo lasciato accampati in quella dannata sala d'attesa.

 

Oggi qui da noi c'è un tempo proprio novembrino: nebbia, freddo e umido. Ma niente ci fermerà: io e le mie amiche in pausa pranzo ce ne andremo a camminare.

E' un impegno che ci siamo prese visto che non avevamo voglia né tempo di andare in palestra. Camminare è economico (bastano vestiti comodi, caldi e traspiranti e un paio di scarpe adatte) e soprattutto fa bene.

  1. fa bene all'umore (cosa per me più importante di tutte in questo periodo): il corpo produce fino a cinque volte più endorfine rispetto a quando è a riposo. Non è un caso se le endorfine vengono chiamati "ormoni della felicità", no?
  2. stimola la creatività: una passeggiata a contatto con la natura aumenta la capacità creativa del 50%. Il cervello si riposa e si prepara a elaborare nuovi processi creativi,
  3. migliora la produttività: esperimenti condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato gli impiegati che possono camminare su un tapis roulant sono più produttivi rispetto ai loro colleghi sedentari. Quindi qui: o avete un capo illuminato che vi mette a disposizione un tapis o sfruttate la pausa pranzo per farvi una bella passeggiata, magari in compagnia;
  4. riduce il rischio di malattie cardiache: camminando regolarmente per trenta minuti al giorno un paio di volte a settimana il cuore si allena , favorendo la circolazione sanguigna;
  5. riduce i rischi sulle articolazioni: quando si cammina le sollecitazioni alle articolazioni e il rischio di traumi da caduta (se non siete distratte come me) sono inferiori rispetto ad altre attività,
  6. previene il diabete: secondo gli esperti bastano 2000 passi al giorno per allontanare il rischio di diabete di tipo 2. Camminare, infatti, può ostacolare l'aumento di peso che è uno dei fattori principali dell'insorgenza del diabete;
  7. aumenta le difese immunitarie: camminare, anche a passo veloce, aumenta il metabolismo e aiuta il corpo ad espellere tossine con la sudorazione;
  8. aiuta a perdere peso: ora, parliamoci chiaro: se ti mangi la lasagna e la parmigiana di melanzane o ti ingozzi con cibi fritti come se non ci fosse un domani, amica mia, camminare mezz'ora al giorno non ti farà sicuramente calare la ciccia;
  9. riduce il cancro al seno: secondo uno studio di alcuni anni fa le donne che camminano da mezz'ora ad un'ora al giorno riducono del 14% la possibilità di ammalarsi;
  10. camminare allunga la vita: riduce lo stress, fa bene all'umore e dona benefici al corpo.

Quindi, care mamme, niente più scuse: prendete passeggino, fascia o mettetevi il pupo in spalla, munitevi di una bottiglietta d'acqua e andate a passeggiare. Vedrete che in poco tempo vi sentirete meglio, anche in questa stagione!

Care mamme e cari papà, dopo il metodo montessori, la scuola steineriana, il "Reggio Emilia Approach", dopo Estevill, Tracy Hogg e tata Lucia, ecco che sbarca in Italia il metodo danese.

La prima cosa che mi viene in mente quando mi nominano la Danimarca sono i biscotti danesi nell'intramontabile scatola di latta blu. Segue poi "La Sirenetta", (ultimamente l'immagine della statua è stata soppiantata da quella di Ariel, sa va san dir).

Confesso che non sapevo che la Danimarca da circa quarant'anni è, secondo le classifiche dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il Paese più felice del mondo. Pare che gli studiosi però non abbiano ancora definito bene cosa sia la causa di cotal felicità (saranno mica i burrosissimi biscotti?!).

Ci hanno pensato due donne, mamme come noi, a ipotizzare che i Danesi sono felici perché crescono figli felici che a loro volta diventano genitori felici di figli felici. In questo infinito cerchio della felicità, la domanda sorge spontanea: ma COME FANNO A CRESCERE FIGLI FELICI?

Le due mamme, Jessyca Joelle Alexander (giornalista americana ammogliata ad un danese che vive a Roma)  e Iben Sandahl (psicoterapeuta danese), analizzando a fondo la società della Danimarca, hanno individuato una serie di pilastri comuni all'intera classe genitoriale ed educativa che formano quello che viene definito "metodo danese". Per comodità è stato sintetizzato nella parola PARENT (che, casualmente, vuol dire genitore in inglese). Tento di spiegarvi velocemente cosa vuol dire:

P come PLAY: grande valore al gioco libero. E' importante che i bambini abbiano tempo per giocare, perché attraverso il gioco imparano chi sono, le proprie doti e i propri limiti. Da questo punto di vista vengono aiutati anche dalla scuola: in Danimarca ai piccoli non vengono dati compiti a casa. Inoltre, i genitori non fanno un dramma se la prole non frequenta mille corsi extrascolastici, quindi ridotte al minimo le ore dedicate a clarinetto, tip-tap o vattelapesca. I bambini strutturano il loro tempo come meglio credono, non vengono indirizzati/obbligati/trascinati da un corso all'altro.

A come AUTENTICITY: essere sinceri crea maggior consapevolezza di sé, per cui vietato mentire ai bambini e tenerli sotto una campana di vetro: nelle famiglie danesi si parla sinceramente di morte, di sesso, di tradimento e di malattia. Allo stesso modo però sono bandite le lodi esagerate ai pargoli: non si lodano i figli perché hanno fatto un bel disegno, ma si chiede al piccolo cosa voleva rappresentare, perché ha scelto quel colore o quel materiale.

R come REFRAMING (Ristrutturazione): il centro dell'attenzione del bambino non è ciò che pensa di non saper fare, ma ciò che sa fare. La filosofia danese fonda i suoi principi sulle leggi di Jante: nessuno è tenuto a pensare di essere migliore di qualcun altro. Le aspettative dei genitori nei confronti dei figli sono molto più basse rispetto a quelle di un genitore italiano. Questo ovviamente alleggerisce la pressione addosso ai bambini, che sono più rilassati e meno competitivi.

E come EMPATHY (Empatia): comprendere, far propria e insegnare l'empatia è la base per creare bambini felici. Ovviamente i primi ad essere empatici devono essere i genitori, dal momento che i bambini rispecchiano e imitano tutto quello che vedono fare. Insomma, è l'esempio quello che conta.

N come NO ULTIMATUM (Nessun ultimatum): non ricattare i bambini per fargli fare qualcosa. Essere democratici, spiegare con calma ai piccoli perché una cosa va fatta o non va fatta. Soprattutto, vietato far andare le mani: bandita ogni forma di percossa, dallo schiaffo alla sculacciata. I Danesi seguono la filosofia della non violenza e della non aggressività, anche dal punto di vita verbale. In quel della Danimarca non si urla, non si sgrida, non si mortifica e non si picchia. Evidentemente si verbalizza e molto.

T come TOGETHERNESS e HYGGE (Intimità e Hygge, parola che significa più o meno pensare e sentirsi soddisfatti). Quindi, stare assieme senza drammi (questo è il MIO punto preferito). I momenti dedicati alla famiglia sono pochi e hanno un tempo limitato, per cui bisogna sfruttarli al massimo. Durante l'hygge, ognuno è semplicemente se stesso, non si litiga, si dimenticano le controversie. Si fa gioco di squadra, si aiuta gli altri e si collabora: nessuno (leggi:la mamma) si ammazza di fatica mentre gli altri oziano. Ognuno dà il suo contributo e gli altri glielo riconoscono. L'hygge è un rifugio dal mondo esterno, è un luogo simbolico dove tutti si possono rilassare e aprire senza essere giudicati, indipendentemente da ciò che sta succedendo. E'una sorta di limbo, un momento di sospensione, uno spazio per ricaricare le batterie.

A quanto pare il segreto della felicità è racchiuso in queste semplici regole, che dalla famiglia vengono applicate macroscopicamente all'intera società, rendendo la Danimarca il Paese dove tutti, grandi e piccini, desidererebbero vivere.

Il libro delle due autrici ,"Il metodo danese per crescere bambini felici" della Newton Compton Editori, avrà successo in Italia?

Secondo voi, è possibile trapiantare questa filosofia anche qui da noi, dove i genitori sono iperprotettivi, con enormi aspettative nei confronti dei figli e dove programmare il tempo dei figli per stimolarli con mille attività è ritenuta cosa buona e giusta?

Ma poi, questo metodo danese, è davvero così agli antipodi rispetto a quello che praticano le famiglie italiane?

A me sembra che siano cose che già si conoscono e che si sono già sentite. La differenza essenziale, da quello che ho capito, è che in Danimarca tutti seguono questo modello educativo, mentre qui in Italia le famiglie educano i figli in maniera anche diametralmente opposta.

Scusate, mi vien da dire, chi dice che il tuo metodo è migliore del mio? Ora avremo gli ennesimi scontri: tetta vs.biberon, cameretta vs.co-sleeping, mamma che lavora vs. mamma casalinga, metodo montessori contro metodo danese

Se è la felicità quello che conta non ha importanza che metodo segui. La felicità è una questione di testa. Se felicità e libertà vanno a braccetto, perché ingabbiarsi in schemi mentali, in metodi e dottrine? Trovate la vostra via, provando e riprovando, attingendo qua e là, adottando alcuni punti e scartandone altri. Per essere bravi genitori si possono seguire sentieri già tracciati o poco battuti. O creare sentieri nuovi. Magari personalizzati.

 

"Voulez vous coucher avec moi?" recita una  notissima canzone. Attenzione, cari maschietti, a porre questa domanda: il rischio è di prendersi una cinquina a mano aperta o sentirsi rispondere: "No grazie preferisco andare a bere una tazza di cioccolato".

infatti, secondo una ricerca condotta qualche anno fa dalla "Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia" (SIGO), nell'ambito del progetto "Scegli tu" su un campione di più di 500 donne è emerso che il mondo femminile preferisce il cioccolato al sesso. L'83% di donne dichiara di consumarlo nei giorni del ciclo e il 68% anche durante la fase premestruale.

Il cioccolato fa ingrassare, sovraccarica il fegato, fa venire l'acne...Macchè, tutte sciocchezze oramai superate. Le ultime indagini danno la cioccolata (soprattutto fondente ed extrafondente) come la miglior amica delle donne (assieme ai diamanti, ovvio).

Grazie ai flavonoidi, sostanze contenute anche nel thè verde e nel vino rosso, ha un alto potere antiossidante, paragonabile solo all'aglio e alle fragole.

Tossite? Invece delle caramelle alle erbe provate a mangiare un bel cioccolatino o una bella pralina: la teobromina contenuta nella cioccolata seda la tosse. Poi fatemi sapere.

Via libera a tavolette e barrette anche se soffrite di ritenzione idrica: la teobromina stimola i reni e favorisce la diuresi (altro che l'acqua della salute, plin-plin).

Vogliamo parlare del magnesio? Utile per prevenire i crampi nelle più sportive ma anche durante la gravidanza.

Quando si è "in quei giorni" divorare cioccolatini fa bene all'umore e al corpo: il cioccolato stimola la produzione di dopamina che a sua volta sollecita quella dell' ossitocina, quel famoso ormone tipicamente femminile che tutte le mamme associano al parto. Tranquille, l'ossitocina regola anche le relazioni sociali, materne e sessuali.

Quindi mangiare cioccolato aiuta ad aumentare l'autostima, rende più empatiche, sensibili verso il prossimo e inclini all'innamoramento.

Va bene, tutte ottime ragioni per sentirci meno in colpa quando ci abbandoniamo all'estasi del cioccolato. Ma nessuna di noi pensa a questo quando sceglie di mangiarlo.

L'amore delle donne per la cioccolata è istintivo e innato. Quasi primordiale. Ma perché?

La scienza afferma che alla base della predilezione dell'universo femminile per il cibo degli Dei c'è la capacità del nostro cervello di cogliere meglio la maggior parte dei componenti di cui è composto quest'alimento. Cosa che avviene in maniera nettamente inferiore nel cervello degli uomini.

Concludendo, per far andare bene il mondo le donne dovrebbero assumere con regolarità il cioccolato. Così sarebbero più felici e invogliate a fare sesso. In questo modo farebbero felici anche gli uomini, che regalerebbero più cioccolatini alle donne. La produzione dell'industria del cioccolato subirebbe un'impennata, creando nuovi posti di lavoro e questo si ripercuoterebbe positivamente sull'economia.

Sapete cosa vi dico? Me ne vado a mangiare fragole e cioccolato, annaffiate da un bel calice di vino rosso. La notte è lunga...

PS: Guardate qui che bell'idea da fare con palloncini e cioccolato!

Tazzine di cioccolato