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Ringhio, il mio secondogenito di tre anni e mezzo, ha una vera e propria passione per i dinosauri.

Questo condanna la sua famiglia a coabitare con mille e passa riproduzioni di questi antichi animali sparse per la casa.

E provate voi a calpestare un triceratopo o uno stegosauro la notte, quando vi aggirate a piedi nudiper casa, nel buio più completo.

Così, domenica, approfittando del suggerimento di alcuni amici che ringrazio qui pubblicamente, abbiamo deciso in un mezzogiorno infuocato di fare una sorpresa al piccolo di casa e di andare in gita al "Parco della Preistoria".

Parco della preistoria: cosa, dove quando (chi e perché già ve li ho detti, no?)

Il "Parco della Preistoria" come dice il nome stesso è un parco tematico dedicato alla preistoria e, per la precisione, al giurassico.

Il parco si trova a Trezzano d'Adda, un comune in provincia di Bergamo, sulla sponda sinistra del fiume Adda, all'interno del Parco Adda Sud, a soli venti km da Milano.

E' aperto tutti i giorni da metà febbraio a metà novembre.

Seguite queste indicazioni e non vi perderete di sicuro, eh.

Per noi quindi si è trattato di un'oretta di auto, in cui i bambini hanno pure dormito.

Arrivati a destinazione, abbiamo scoperto che grazie alla Vivi Parchi Card i bimbi non pagavano l'ingresso che per gli adulti costa dodici euro a testa.

Il "Parco della Preistoria" offre trentun ricostruzioni fedeli di animali preistorici, dagli artropodi ai pesci passando per gli anfibi, i dinosauri e i mammiferi fino a giungere agli uomini primitivi.

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Un dinosauro che non ha bisogno di presentazioni

 

La cosa affascinante è che quelle che sembrano immense statue in realtà sono state fatte a partire dagli scheletri fossili ritrovati in giro per il mondo.

A questi sono poi stati aggiunti carne, pelle e muscoli per farne dei modelli in miniatura da cui partire per creare quei giganti in vetroresina così ben fatti da sembrare quasi veri.

Perciò, i modelli esposti rappresentano gli animali così come apparivano milioni di anni fa.

Nel vedere i suoi amati dinosauri, a grandezza naturale, Ringhio è letteralmente impazzito.

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Uno scolosauro, tipico dinosauro corazzato

 

Continuava a correre da un dinosauro all'altro, facendo delle soste interminabili davanti a ciascun rettile, obbligandoci a soddisfare ogni sua piccola curiosità.

Parco della preistoria: non solo dinosauri

Se pensate però che il "Parco della Preistoria" sia interessante solo per i dinosauri, vi sbagliate di grosso.

Il parco infatti è qualcosa di più.

Immerso in un'area naturale di oltre cento ettari, all'interno del Parco dell'Adda Sud, il "Parco della Preistoria" offre l'opportunità di passeggiare all'interno di un bosco secolare.

Grazie a questa ricca vegetazione, il tragitto lungo il parco rimane abbastanza ombreggiato: olmi, pioppi, carpini e altre varietà di piante riparano gli ospiti con le loro chiome verdeggianti.

Durante il tragitto, se si fa attenzione, si possono scorgere scoiattoli o coniglietti, oltre ad una varietà infinita di uccelli canterini.

Il "Parco della Preistoria" è l'habitat naturale anche di lepri e volpi, tassi e istrici,  che noi però non abbiamo avuto la botta di culo la fortuna di vedere.

Dal punto di vista naturalistico è interessante anche la porzione adibita a palude che, con il suo ecosistema naturale, attira scolaresche dalle grandi città limitrofe.

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Uno dei tanti laghetti, con carpe, rane, cigni, paperelle e una bella tartaruga!

 

Il che significa anche un gran numero di insetti, dalle api alle libellule, rane e anfibi di ogni genere, oltre a tartarughe e carpe.

Portatevi quindi un buon repellente da spruzzarvi in copiose quantità se avete il sangue dolce per non essere il lauto banchetto di zanzare e affini.

Non dimentichiamoci inoltre che diverse associazioni naturalistiche utilizzano il "Parco della Preistoria" come base per piccoli animali convalescenti da lasciare poi in libertà una volta guariti.

Oltre alla fauna locale, libera di scorrazzare in lungo e in largo, nel "Parco della Preistoria" si possono vedere anche animali in semi-libertà, dalle famose capre tibetane nane agli intramontabili asinelli.

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Recinto delle caprette tibetane nane

 

In questo magnifico contesto, circa a metà percorso, vi trovate di fronte un magnifico labirinto, che occupa circa mille metri quadrati di areale, con siepi alte circa due metri.

Il labirinto ricorda molto quello di un altro bellissimo parco di cui avevamo già parlato, il Parco Sigurtà

I bambini (ma non solo) impazziscono per i labirinti, quindi ovviamente non ce lo siamo fatto ripetere due volte e siamo letteralmente corsi a provarlo.

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Il "Parco della Preistoria" si può visitare a piedi (come abbiamo fatto noi), in bicicletta o a bordo di un simpatico trenino (attenzione perché non è gratuito, ma a pagamento).

Se vi stancate di camminare o avete fame, ci sono due bar e una tavola calda, ma nulla vi vieta di portarvi il pranzo al sacco e consumarlo nelle aree pic-nic messe a disposizione dal parco.

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Per la sete o la calura, non preoccupatevi: ci sono tantissime fontanelle disseminate lungo i viali e l'acqua è potabile. Dovete solo munirvi di bottiglietta e il gioco è fatto.

E a proposito di giochi, per la gioia dei bambini ci sono anche due parchi giochi con altalene, scivoli e compagnia bella.

All'interno del parco si trova anche un museo paleontologico, ma mi sono letteralmente rifiutata di entrarci.  Sarà per la prossima volta...

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Vicino al brontosauro: Ringhio lo annaffia per vedere se cresce, mentre la Ninfa, sconsolata, si contempla il dito "morso" dal terribile cigno

"Parco della preistoria": la mia opinione

Il "Parco della preistoria", quindi, non è solo dinosauri o uomini preistorici, ma è molto di più. Fauna, flora, museo, giochi...

Tuttavia, secondo me, vale la pena andarci solo se siete appassionati o interessati ai grandi rettili del passato.

Ringhio infatti è il membro della famiglia che, sicuramente, ha apprezzato di più.

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La Ninfa, per esempio, si è annoiata per gran parte del tempo.

Ha avuto un risveglio quando ha visto gli altri animali, salvo poi passare un paio d'ore imbronciata a causa della beccata di un cigno aggressivo.

Ma l'allegria le è tornata dopo aver mangiato un grosso gelato ed essere salita sull'altalena.

Nel complesso è stata un'esperienza positiva, abbiamo passeggiato immersi nella natura, il parco non era pieno e comunque Ringhio è rimasto davvero impressionato.

Nonostante tutto, quindi, il "Parco della Preistoria" ci ha lasciato addosso una patina di felicità che ci ha fatto dire di aver passato davvero una gran bella giornata.

Che io ami gli animalinon è un segreto. Che, tra loro, abbia una predilezione particolare per i gatti neppure.

Oggi, per l'appuntamento con il venerdì del libro vi presento un romanzo abbastanza famoso: "Io sono un gatto" dell'autore giapponese Natsume Soseki, pseudonimo di Kinnosuke Natsume.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: brevi cenni alla trama

"Io sono un gatto" è ambientato in Giappone agli inizi del Novecento, l'epoca in cui questa nazione sta iniziando il suo lento cammino verso la modernità aprendosi ancor di più all'Occidente.

Il protagonista è un gatto che non ha un nome. Il felino, ancora cucciolo, in una terribile notte di pioggia riesce ad entrare in casa di un professore d'inglese.

Il povero gatto non gode di vita facile: il professore decide di tenerlo, ma la madre, le tre figlie e la serva non lo possono davvero sopportare, tanto che il gatto rimane appunto senza un nome.

Ciononostante, l'animale si adegua con facilità alla sua nuova esistenza. Cibo ne ha a sufficienza, un tetto sopra la testa pure, coccole meno ma non sembra importargli poi molto.

Il suo passatempo preferito è quello di ascoltare e spiare i discorsi del capofamiglia, che reputa un essere umano abbastanza bizzarro.

Kushami, questo il nome del professore, si dedica a mille hobby in modo alquanto superficiale, scatenando le risate dell'intero vicinato: passa dal comporre poesie tradizionali giapponesi a scrivere prosa in un inglese sgrammaticato, dal tiro con l'arco alla pittura.

Kushami è il punto di riferimento di un suo ex studente, Kangetsu, laureato in fisica, promesso sposo della figlia viziata e ricca dei suoi vicini di casa.

Il gatto, oltre ai discorsi del professore con il giovane, assiste anche a quelli di altri personaggi particolari amici del padrone di casa, come per esempio Sanpei, un uomo d'affari, e Tofu, un poeta.

La trama si incentra sugli episodi che deve fronteggiare Kushami per salvare l'amico Kangetsu dalle mire della ricca famiglia della promessa sposa.

In sostanza, l'intera vita del professore e dei suoi amici serve da pretesto al gatto senza nome per discorsi pseudo filosofici e più o meno profondi su quanto certi comportamenti umani siano strani e a volte addirittura incomprensibili.

Io sono un gatto di Natsume Soseki: recensione

"io sono un gatto" non è sicuramente un romanzo d'azione.

I pochi fatti movimentati vengono raccontati dal protagonista ai suoi amici o viceversa.

In "Io sono un gatto" il pilastro della narrazione è incentrato su come il gatto vede il genere umano.

"Senza nome" è un felino particolare, non ama molto la vicinanza dei propri simili, seppur qualche amico felino ce l'abbia.

A lui interessa capire gli uomini, ma è un'osservazione, la sua, quasi scientifica, antropologica o psicologica: molto distaccata, a volte con un pizzico d'invidia, di chi però è ben consapevole di far parte di una razza superiore.

Non c’è nulla di meno sopportabile al mondo della noia, se non succede qualcosa che stimoli la nostra vitalità non vale la pena vivere.”

L'autore ha reso questo gatto un animale poco socievole, opportunista, arrogante e senza alcun dubbio non tenero né empatico, a volte perfino odioso.

Eppure allo stesso tempo è un acuto osservatore, curioso e critico allo stesso tempo.

La particolarità che mi ha fatto apprezzare "Io sono un gatto" è che è stato scritto nel 1905. Sì, non è un errore, l'anno è proprio quello.

La cosa ancor più sconcertante è che in Italia sia stato pubblicato per la prima volta solo nel 2006!

Ma i comportamenti umani che vengono analizzati risultano essere tutt'ora attuali, nonostante si parli del Giappone di più di un secolo fa, quindi di uomini che appartengono ad una cultura agli antipodi rispetto alla nostra sia dal punto di vista geografico che storico.

Devo confessare però che leggere "Io sono un gatto" non è stato così semplice per varie ragioni.

La prima è quella dell'uso di termini giapponesi che non possono essere tradotti nella nostra lingua. Tranquilli, nel testo ci sono le note che rimandano alle spiegazioni.

Questo, seppur rappresenta una difficoltà perché rende la lettura più lenta, allo stesso tempo risulta essere un tratto affascinante.

La seconda cosa che mi ha messo in difficoltà è proprio la lentezza della trama: nella prima parte del libro il motore che mi ha mosso è sempre stato la convinzione che prima o poi sarebbe successo qualcosa.

Quando poi ho capito che non sarebbe accaduto nulla di significativo, che il protagonista non si sarebbe rivelato un ninja, che non ci sarebbero state eclatanti ed eccitanti battaglie tra samurai, mi sono messa il cuore in pace e mi sono semplicemente goduta la rappresentazione del genere umano.

Orbene, vi vedo già sospirare e alzare gli occhi al cielo: perché allora consigliare la lettura di questo romanzo?

Sicuramente per il suo valore letterario: "Io sono un gatto" è infatti il primo romanzo moderno giapponese.

In secondo luogo perché, come accennavo prima, parla sì di un gatto, ma ancor più dell'umanità e di quanto spesso noi uomini sappiamo essere così superbamente stupidi, tanto da giustificare la frase del gatto:

Gli umani per quanto forti non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l'ora dei gatti"

Ecco, quindi, nonostante lo stile narrativo sia semplice e scorrevole, "Io sono un gatto" non è una lettura da ombrellone, anche se risulta comunque un romanzo davvero piacevole.

Come sempre, ringrazio Paola di Homemademamma, la creatrice del venerdì del libro, e aspetto i vostri suggerimenti.

Eccoci di nuovo al quinto giorno della settimana, uno dei miei preferiti, e non solo perché poi ci attende un magnifico fine settimana di sole.

Venerdì per me significa venerdì del libro, l'evento creato da Paola di Homemademamma, che non finirò mai di ringraziare.

Anche il post di oggi è dedicato ai romanzi distopici, per la precisione proseguiamo con la presentazione del secondo volume della serie "Red Queen" di cui abbiamo iniziato a parlare la scorsa settimana.

Spada di vetro di Victoria Aveyard: brevi cenni alla trama

"Spada di vetro" inizia proprio da dove è terminato il primo volume, "Regina Rossa"

Questo metodo di iniziare subito, senza fare prologhi o premesse, è una cosa che apprezzo molto, soprattutto visto che avevo già pronti tutti e tre i romanzi della serie "Red Queen".

In "Spada di vetro" Cal e Mare, dopo il tradimento di Maven, riescono a sfuggire quasi per miracolo dalle grinfie del nuovo re.

Mare, grazie a Julian, suo precettore e amico, apprende di non essere la sola anomalia.

Sulla terra esistono altre persone di sangue rosso con gli stessi poteri degli Argentei: i Novisangue.

La ragazza decide di intraprendere la temerari missione di cercare di salvarne il più possibile dal nuovo e sanguinario re Maven.

Nella speranza di trovare degli alleati, Mare si rifugia in seno alla Guardia Rossa.

Niente di più sbagliato: la Guardia Rossa infatti riserva un'accoglienza molto fredda ai due fuggitivi.

Cal viene subito sbattuto in carcere, come ci si potrebbe aspettare, visto che rappresenta per tutti l'incarnazione del male, essendo un Argenteo e il successore di diritto al trono reale.

Mare, invece che essere acclamata come un'eroina, viene guardata con sospetto: la gente cerca di starle alla larga, impaurita dai suoi poteri che troppo la accomunano agli Argentei.

La Sparafulmini, soprannome che le calza a pennello, decide di continuare la propria missione, con o senza l'aiuto della Guardia Scarlatta.

Decide di non mostrare i propri sentimenti, alza uno scudo che allontana gli altri, perfino la sua famiglia ritrovata, soprattutto il fratello Shade, anch'egli dotato di poteri particolari.

L'intera vicenda della "Spada di vetro" è incentrata sul ritrovamento dei Novisangue, sul tentativo di Mare di farli diventare alleati dei ribelli per sfidare l'esercito di Argentei.

Centinaia di nomi, centinaia di rossi dotati di varie abilità. Più potenti, più veloci, migliori di loro e con il sangue rosso come l’alba.» Trattengo il respiro, quasi sapessi di essere sull’orlo di un nuovo futuro. «Maven cercherà di ucciderli, ma se noi li trovassimo prima di lui, potrebbero diventare…» «Il più grande esercito mai visto.» Farley si incanta al solo pensiero. «Un esercito di novisangue.»

Nel frattempo, Maven non si ferma davanti a niente e a nessuno pur di ritrovare e riavere la sua Mare, donna amata a arma terribile allo stesso tempo.

In "Spada di vetro" ci si concentra molto sulla guerra: battaglie all'ultimo sangue, carceri inespugnabili in cui penetrare, rivolte, sommosse e chi più ne ha più ne metta.

Non vi scrivo come finisce, ma credetemi: mi ha lasciato a bocca aperta con la voglia di correre subito a leggere il terzo volume che, per fortuna, avevo già a portata di mano.

Spada di vetro di Victoria Aveyard: recensione

"Spada di vetro", non ho nessun problema a dirlo, è il romanzo della serie che per ora mi è piaciuto di più.

L'ho trovato più movimentato rispetto al primo, con più scene di azione: duelli, lotte, battaglie ma anche fughe e ritirate.

Se "Regina rossa" si concentrava sulla vita nei palazzi degli Argentei e su quella nei villaggi e nelle città dei Rossi, qui invece la contrapposizione si sente meno.

Il fulcro principale dell'ambientazione ruota attorno alla base della Guardia Scarlatta  e ai mille personaggi che la compongono.

La Aveyard ha dato prova di una grande abilità: ha schierato molti personaggi, anche se non sempre è riuscita a dare il giusto spazio ad ognuno di essi.

Ce ne sono alcuni che saltano agli occhi più di altri, come Shade, Cameron o il vecchio compagno di giochi di Mare.

Allo stesso tempo l'autrice compie un duro lavoro di caratterizzazione dei personaggi principali.

Cal, l'erede spodestato, non ha più un posto dove stare: gli Argentei, il suo popolo, lo vogliono morto e i Rossi da parte loro pure. Non ha alcun punto di riferimento, è solo. Ha perso tutto: la famiglia, la posizione, le sue certezze. Dovrà ricostruirsi e guadagnarsi la fiducia degli altri, ma soprattutto dovrà capire da che parte stare.

In questo, Mare e Cal si assomigliano. Mare ha ritrovato la sua famiglia, la sua gente. Ma, a causa dei profondi cambiamenti che ha subito da quando ha scoperto i suoi poteri, loro non la riconoscono più.

Le tragiche esperienze hanno cambiato la ragazzina che era, trasformando Mare nella Sparafulmini, temuta come gli Argentei e forse divenuta, senza volerlo, troppo simile a loro.

Il nocciolo centrale de "La spada di vetro" potrebbe essere proprio la battaglia interiore tra bene e male:

Nessuno nasce malvagio, così come nessuno nasce solo. Lo si diventa per via di scelte e circostanze. Non puoi controllare le circostanze, ma le scelte…»

Quindi, per quanto tempo Mare riuscirà a controllare le proprie pulsioni, i propri desideri e a rimanere sull'orlo del precipizio senza cadere nel baratro?

La scelta finale scombussolerà la scacchiera e porrà le basi per le vicende future.

Dal punto di vista narrativo, ho notato però che le sequenze sono discontinue: non c'è fluidità tra un capitolo e l'altro, a volte ci sono delle brusche interruzioni.

Un capitolo si chiude in un modo e il capitolo successivo riprende la narrazione da un altro punto della storia. Manca quasi la connessione tra i due, come se ci fosse un buco temporale.

Probabilmente questa pecca è dovuta alla giovane età della scrittrice che tenta di fare qualcosa di più rispetto al primo ma manca ancora di competenza per poterlo fare.

Questo si nota in  modo chiaro nella descrizione della lotta tra la regina Elara e la Sparafulmini. Non vi dico di più per non spoilerare una delle scene centrali del romanzo, ma, essendo appunto così importante, non doveva essere gestita in questo modo.

Ciononostante, "Spada di vetro" è il degno successore di "Regina rossa", anzi, mi è piaciuto di più, perché mi sono affezionata ai vari personaggi che risultano più vivi e reali.

Ci vediamo venerdì prossimo per il capitolo successivo della saga.

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In questo assolato venerdì vi presento una serie fantasy, o meglio, una serie distopica, che mi ha davvero colpito.

Pensavo di parlarvene in un unico post ma poi mi è sembrato riduttivo nei confronti dei romanzi, perché avrei dovuto scegliere di scriverne uno davvero lungo o di affrontare l'argomento in modo superficiale.

Quindi ho deciso di dedicare un singolo post per ognuno dei libri che compongono la saga.

In questi ultimi anni c'è stata una proliferazione di romanzi fantasy e distopici, ma a conti fatti trovarne uno originale e ben scritto è abbastanza raro.

Victoria Aveyard, giovane autrice statunitense, è riuscita a far parlare di sé a pochi mesi dall'uscita del suo libro "Regina rossa", a cui hanno fatto seguito, a cadenza annuale, "Spada di vetro" e "Gabbia del re".

Ho recuperato tutti e tre i volumi e li ho letti in pochissimo tempo. Come avrete capito, la serie mi ha davvero conquistato.

Regina Rossa: brevi cenni alla trama e recensione

"Regina Rossa", fedele ai canoni della letteratura distopica, ci trasporta in un mondo futuro dominato dagli Argentei, umani che, a causa di una mutazione genetica, hanno acquisito poteri straordinari e vivono come degli dei crudeli e arroganti.

Gli Argentei sono la classe dirigente del nuovo mondo e spadroneggiano sui Rossi, umani comuni senza poteri che vivono alla stregua di servi della gleba.

Il sangue è il tratto distintivo e la base della società: se il tuo sangue è del colore giusto, allora sei a posto.

Rossi e Argentei non si mischiano, le regole sono ferree e inamovibili: chi ha sangue rosso è inferiore e vive per servire.

Come se ciò non bastasse, il mondo è dilaniato da una lunga guerra che vede i regni degli Argentei in lotta tra loro da centinaia di anni.

Proprio per questo, ogni Rosso, al compimento del diciottesimo anno di età, se non ha un lavoro, è obbligato ad andare a combattere al fronte per cinque anni. Di solito chi parte non torna più.

Questo è il destino che attende anche Mare, scaltra diciassettenne che vive di espedienti, derubando gli altri per aiutare la sua famiglia.

Il padre di Mare è tornato dal fronte senza una gamba e un polmone, i tre fratelli stanno ancora combattendo mentre la sorella più giovane ha trovato lavoro come apprendista sarta.

Mare è consapevole del proprio destino e, da una parte, sembra perfino accettarlo.

Ma le cose cambiano all'improvviso: Kilorn, il suo miglior amico, perde improvvisamente il lavoro e la ragazza è costretta a trovare un sistema per evitare ad entrambi l'arruolamento forzato.

L'unica soluzione possibile sembra quella di rivolgersi al mercato nero ed entrare a far parte della Guardia Scarlatta, un movimento segreto che lotta per la liberazione dei Rossi.

Il destino però mette di nuovo i bastoni tra le ruote alla nostra Mare. L'incontro fortuito con uno strano ragazzo che le procura un lavoro al palazzo reale le sconvolgerà la vita.

In modo improvviso Mare scopre di avere un potere straordinario, che nessun Argenteo ha mai avuto prima.

Ciò la rende qualcosa di diverso da un Rosso e da un Argenteo, un caso unico e inspiegabile.

Il re e la regina, per insabbiare il fatto straordinario che una Rossa sia dotata di poteri, obbligano Mare ad abbandonare la sua identità e la promettono in sposa al secondogenito Maven.

Maven è un principe tormentato, gentile e altruista che vive all'ombra del fratello Cal, erede al trono, dedito alla patria e all'onore.

Ed è così che Mare diviene Mareen, figlia orfana di un militare di alto livello.

Durante un assalto, i genitori di Mareen hanno perso la vita e lei è stata adottata da una famiglia di Rossi ed educata come uno di essi.

Il caso ha voluto che le venisse riassegnato il posto che si meritava all'interno della corte degli Argentei.

Mare, ricattata dal re e dalla regina che fanno leva sull'amore  che la ragazza prova per la sua famiglia, decidono di far educare la giovane come una di loro.

In questo modo si assicurano il controllo sulla ragazza speciale e mettono a tacere eventuali voci che potrebbero minare i pilastri del loro presunto diritto a governare.

Nel frattempo, a palazzo, la giovane Mare deve fronteggiare le guerre di potere sotterranee che si innestano a tutti i livelli e che mettono in difficoltà le capacità della ragazza, non avvezza a questi giochi strategici.

Inoltre, la Guardia Scarlatta affida alla giovane il ruolo di infiltrata, mettendo così a repentaglio la sua stessa vita.

Tra alleanze improbabili, doppi giochi e fughe rocambolesche si conclude il primo capitolo della saga.

Il ritmo incalzante della vicenda, a cui ben si adatta lo stile narrativo della scrittrice, rende la lettura davvero avvincente, tanto che staccarsene è difficile.

La storia può essere divisa in due parti: la prima incentrata sulla vita del villaggio dei Rossi, la seconda invece dedicata a quella nel palazzo degli Argentei.

Nella prima parte Victoria Aveyard si concentra su Mare, sulla sua personalità e i suoi sentimenti.

Descrive la quotidiana lotta alla sopravvivenza in un mondo post apocalittico, il senso di colpa che la ragazza prova ogni volta che deruba un altro Rosso, l'amore indescrivibile che la lega alla sua famiglia.

Mette in luce il rapporto tra lei e Kilorn, l'amico che sente di dover proteggere e la sua sete di riscatto per una condizione di schiavitù che vede come profondamente ingiusta.

L'incontro con il ragazzo misterioso che le procura un lavoro è la linea di demarcazione che segna il cambiamento di Mare.

Non solo cambia la sua vita in maniera inimmaginabile, ma cambia anche il suo modo di essere.

Mare è costretta a vivere a stretto contatto con gli Argentei, una razza che disprezza e odia, ad abbandonare la propria identità per diventare una di loro.

Mareen è un'invenzione che ingabbia la ragazza in una prigione di menzogne da cui non può più sfuggire.

Gli Argentei sono dotati di poteri particolari, come la capacità di leggere nella mente o quella di governare gli elementi della natura, ma sono freddi, arroganti e superbi.

Quasi tutti vedono Mareen come una minaccia, a partire da Evangeline, la promessa sposa di Cal.

Mare non ha amici, non può fidarsi di nessuno.

A poco a poco però sente di provare qualcosa per Cal e Maven, due personaggi diametralmente opposti ma a loro modo interessanti.

Cal così dedito al senso del dovere, ottimo stratega dal piglio militare, così solido e affidabile.

Maven più timido e introverso, consapevole di essere il secondogenito, anzi, di essere il figlio nato dal secondo matrimonio del re, per certi versi più simile a Mare, che si è sempre sentita messa in ombra dalla sorella più giovane.

Mare si sente suo malgrado attratta da loro, quasi a compensare la perdita della famiglia e dell'amico Kilorn.

Questo le provoca non pochi sensi di colpa: sta fraternizzando con il nemico.

Solo sapere di appartenere alla Guardia Rossa la "scusa" parzialmente per queste  emozioni.

L'autrice, oltre che sulle vicende pericolose della vita di palazzo, si focalizza proprio sulla parte emotiva dei vari personaggi, rendendoli quasi vivi.

Un altro punto a favore di "Regina Rossa" è la cura con cui viene descritta l'ambientazione.

Victoria Aveyard crea un mondo dove la divisione tra Argentei e Rossi è netta e chiara, senza sfumature.

Il mondo dei Rossi è un mondo rurale, arretrato: niente comodità, livello di istruzione quasi assente, sanità inesistente.

Avere una stanza dove vivere ammassati è già considerato un privilegio. Morte e malattia sono all'ordine del giorno, senza contare l'eterna minaccia della guerra che decima i ragazzi di sangue rosso.

Il mondo degli Argentei invece è tutto sfarzo e ricchezze, dai palazzi di vetro ai vestiti di seta e pietre preziose: il cibo non manca mai, la malattia viene curata da guaritori, ogni Argenteo ha a disposizione insegnanti che li educano sia nell'uso dei loro poteri sia nelle materie più convenzionali.

Allo stesso modo però la vita nel mondo degli Argentei è pericolosa come quella nei villaggi o nelle città inquinate dei Rossi, se non di più.

Mare imparerà  a sue spese cosa vuol dire tradire gli Argentei e ribellarsi alle loro regole.

Ma imparerà anche che a volte una sola persona, se nella posizione giusta, può davvero fare la differenza ed essere il simbolo di un grande cambiamento.

Sono troppi i fattori che hanno portato a questo giorno: un figlio dimenticato, una madre vendicativa, un fratello con una lunga ombra, una strana mutazione. E tutti questi elementi insieme hanno composto una tragedia."

C'è qualcuno tra di voi che conosce l'autrice? Se no, direi che questo è il momento buono per iniziare a leggere i suoi libri.

Come sempre, un grazie di cuore a Paola, di Homemademamma, creatrice del #venerdìdellibro

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Le cose organizzate all'ultimo minuto o non organizzate affatto sono, paradossalmente, quelle che riescono meglio.

Detto da una maniaca del controllo come me suona strano eppure è così.

La scampagnata di ieri al Parco Airone ne è la prova.

Nata da un'idea improvvisa di CF avuta la sera prima, il Parco Airone si è rivelata una meta adatta a tutta la famiglia, a prova di bambino.

Parco Airone: dove si trova e cosa fare

Il Parco Airone è un'oasi naturalistica che si trova a Bedizzole, in provincia di Brescia.

Bedizzole è un paese che dista venti km da Brescia, in direzione lago di Garda.

La passeggiata inizia presso il vecchio mulino di Bettoletto, ancora in uso, dove si macina la farina gialla usata per fare la polenta e non solo.

L'ingresso alla riserva naturale è gratuito ed è riconoscibile perché lì vicino c'è un bar, per cui se non vi siete attrezzati potete trovare cibo e bibite.

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Il percorso è lungo circa un kilometro e mezzo ma si può proseguire oltre i confini del parco e arrivare fino a Salò, percorrendo la pista ciclabile chiamata Gavardina.

Visto l'instabilità del tempo, siamo partiti con felpe e k-way.

Ma la nostra precauzione si è rivelata del tutto inutile perché per una gran botta di culo sfortuna sfacciata ieri è stata una giornata quasi estiva con temperature sopra i 25°C.

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Assieme a noi è venuta una coppia di amici con una bambina dell'età della Ninfa e un bel cagnolino di taglia medio-piccola.

Così il nostro gruppo era formato da quattro adulti, tre bambini e un cane.

Il Parco Airone offre un percorso veramente facile: una strada larga e in terra battuta alternata a ghiaietta totalmente pianeggiante, ideale per famiglie sia a piedi che in bicicletta, anche con i passeggini.

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Il sentiero si snoda attraverso un boschetto che garantisce una discreta ombra (e per fortuna, perché eravamo equipaggiati per la pioggia ma non per il sole, per cui non avevamo nemmeno un cappellino).

I cani vanno tenuti al guinzaglio ma, a parte questo, non ci sono altre particolari restrizioni, se non quelle di rispettare la natura e di tenere pulito il parco.

La strada fiancheggia il fiume Chiese a cui è possibile accedere attraverso comodi sentieri.

Le rive del fiume Chiese sono sassose e con piccole "spiagge" naturali per cui in estate è il luogo ideale per rinfrescarsi un po'.

CF  ha scoperto che nel Parco Airone è possibile pescare liberando poi il pescato e quindi secondo me sarà una meta papabile per i mesi futuri.

A questo aggiungiamo che il parco è disseminato di aree pic-nic attrezzate con tavoli, panche e barbecue in pietra.

Abbiamo scoperto infatti che è possibile arrivare vicino alla zona pic-nic direttamente in auto, seguendo la strada che parte dal campo sportivo di Bedizzole.

Vicino all'area pic-nic c'è anche un piccolo parco giochi, per cui i bambini hanno ovviamente deciso di infischiarsene della camminata e di depositare armi e bagagli per "accamparsi lì", per dirla a modo loro.

Abbiamo colonizzato un tavolo, steso il nostro telo impermeabile sotto un albero e tirato fuori cibo e bibite come se non ci fosse un domani.

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Anche quando le cose vengono organizzate all'ultimo minuto, noi donne riusciamo comunque a compiere miracoli, per cui via a frittate, macedonie, insalate varie e tanto altro come un pic-nic che si rispetti.

Certo, la prossima volta ci porteremo anche gli ingredienti tipici per una grigliata che si rispetti, ma per questa volta è andata bene anche così.

Dopo aver mangiato, i bambini hanno deciso di comune accordo che erano pronti per "esplorare il bosco", per cui zaino (vuoto) in spalla e abbiamo terminato il percorso, seguendo i ritmi dei nostri piccoli protagonisti.

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Siccome il Parco Airone è una zona naturalistica, si possono trovare cartelli informativi sulla flora e la fauna locale: oltre all'airone cinerino è possibile avvistare anche donnole e topi ragno.

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Noi, a parte i pesci nell'acqua trasparente del Chiese, abbiamo visto solo qualche uccello (non me ne vogliate, ma non sono in grado di dirvi di che specie), ma ci siamo divertiti lo stesso.

La Ninfa, Ringhio e la loro amichetta hanno buttato i sassi nel fiume, raccolto i fiori, seguito le formiche, raccattato bastoni di legno per accendere il fuoco per la notte - erano davvero convinti che avremmo dormito lì-  e svolto altre tipiche attività bambinesche.

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Infine siamo tornati al parco per una merenda veloce -non so, quando si fanno questi pic-nic si finisce sempre per mangiare in maniera esagerata- e i bambini hanno socializzato con altri loro simili provando le varie attrazioni mentre noi adulti ce ne siamo stati satolli e soddisfatti a poltrire sotto gli alberi.

Il Parco Airone ci ha stupito e soddisfatto, perché offre davvero la possibilità a tutti di rilassarsi a contatto con la natura.

Chi è sportivo può seguire i percorsi guidati fermandosi alle stazioni per svolgere vari esercizi, chi invece vuole riposarsi può sedersi sulle panchine di legno.

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Insomma, al Parco Airone ce n'è per tutti i gusti, nulla da dire.

Come sempre sono le cose più semplici a rivelarsi più piacevoli e più affascinanti, sia per gli adulti che per i bambini.

Credo proprio che ci ritorneremo, speriamo presto, tempo permettendo, magari con un bel gruppo di amici.

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Se volete saperne di più sui percorsi adatti non solo alle famiglie nel territorio di Brescia, perché non date un'occhiata al gruppo di Facebook "Esploratori di sentieri bresciani"? Potete trovare tanti suggerimenti su come visitare monti e valli di questo territorio e tutto a misura di bambino.

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Ebbene sì, dopo un'attesa che mi è sembrata interminabile, finalmente ce l'ho fatta: ho la possibilità di presentarvi il nuovo romanzo di Alice Basso.

Uscito in libreria il 26 aprile, comperato pochi giorni dopo in versione elettronica e letto davvero tutto d'un fiato.

Avrei voluto parlarvene prima ma a causa di vari impegni venerdì scorso ho saltato l'appuntamento del venerdì del libro, ma cercherò di rimediare subito.

La scrittrice del mistero di Alice Basso: brevi cenni alla trama

Tentare di spiegarvi di cosa parla l'ultimo libro della Basso senza farvi troppe anticipazioni è un'impresa difficile ma farò comunque un tentativo.

"La scrittrice del mistero" è il quarto volume dedicato alla ghostwriter  Silvana Sarca, meglio nota come Vani.

I volumi della serie possono essere letti anche separatamente, ma ve lo sconsiglio perché sono davvero pieni di riferimenti e di rimandi interni, sia per quanto riguarda le vicende sia per quanto riguarda i personaggi.

"La scrittrice del mistero" riprende la narrazione da dove si era interrotta, ossia dalla relazione amorosa appena sbocciata tra la nostra dark lady e il mitico commissario Berganza, dal fascino senza tempo che tanto lo fa assomigliare al protagonista dei gialli di Raymond Chandler, impermeabile beige compreso.

Forse per la prima volta in vita sua, Vani sperimenta la vera felicità. Questo la destabilizza non poco, provocandole ogni volta una serie di crampi allo stomaco.

Anche sul piano lavorativo le cose sembrano procedere per il verso giusto: il suo capo, l'infido Enrico, si trova in grossi guai e la sua salvezza dipende da Vani.

Così, presa da un impeto di bontà, la nostra eroina decide di aiutarlo e di scrivere un romanzo poliziesco per un noto giallista da strapazzo ma con un grande seguito: il famoso Henry Dark.

Nel frattempo, ritorna in scena Riccardo, scrittore ed ex ragazzo di Vani, minacciato ripetutamente da un ignoto stalker.

Inutile dire che Vani e Berganza dovranno trovare il colpevole che, come per le classiche regole del giallo degli anni Trenta, è uno dei personaggi che sono stati presentati nel corso della vicenda...

La scrittrice del mistero di Alice Basso: recensione

Penso che abbiate capito che amo molto questa giovane scrittrice così come amo i suoi personaggi, sebbene sia consapevole che non ha inventato niente di così originale.

La dottoressa Sarca sta cominciando però a prendere tratti più definiti, più umani, quasi scollandosi dall'ombra ingombrante di Lisbeth Salander.

In "La scrittrice del mistero" la Basso pone molto l'accento sull'umanità della protagonista, lasciando un po' più in secondo piano le sue grandi doti intellettuali.

L'autrice ci fa rivivere, attraverso diversi flash-back disseminati con perizia all'interno della trama, alcuni eventi chiave della vita della protagonista in relazione con i membri della sua famiglia, in particolare con la sorella Lara.

Il tentativo di rendere i personaggi più realistici e meno estremizzati tocca anche Riccardo che da homme fatal truffaldino ed egoista si trasforma lentamente in un uomo con tanti difetti ma anche qualche virtù.

Perfino Lara, l'odiosa sorella di Vani, viene in parte riabilitata: la Basso mette in luce quei meccanismi di competizione e venerazione che spesso fanno in modo che due sorelle si facciano ombra a vicenda.

Del resto, è proprio la nostra scrittrice che ad un certo punto asserisce che  nei gialli moderni "i protagonisti contano più delle storie".

Stavolta, con leggero dispiacere, noto infatti che la trama da romanzo poliziesco lascia un po' a desiderare, risultando in certi punti davvero banale e scontata.

Ma ancora una volta è la Basso stessa ad affermare, attraverso la voce del commissario, che la vicenda narrata

" Non è un giallo, però. Lo sa? Secondo le regole del giallo classico, il suo non sarebbe nemmeno un caso degno di un romanzo. Perché non si è nemmeno preso la briga di morire, e non si può scomodare un lettore per trecento pagine senza nemmeno dargli un morto"

Quindi, se "La scrittrice del mistero" non è propriamente un giallo, di cosa parla?

Oltre a quelli già elencati, ci sono altre tematiche che vengono toccate all'interno del romanzo ed offrono molti spunti di riflessione sociale.

La degenerazione del rapporto amoroso, l'approfittarsi di chi è debole e inerme, il fare sempre i propri interessi a discapito degli altri.

In questo paesaggio desolato di gente che scambia l'ossessione per amore, dobbiamo preservarla, questa cosa fantastica che abbiamo noi. E' proprio un dovere sociale, mi dispiace. E' troppo preziosa"

Quindi, tra intrecci amorosi, discussioni letterarie sulle regole del giallo, macabri indizi Alice Basso imbastisce una storia godibile condita con spruzzi ironici e battute sagaci, con un finale che vi lascerà a bocca aperta.

Sì, perché come suo solito la Basso rilancia il finale aperto. E quindi siamo punto e a capo: a quando il quinto romanzo?

Come sempre, un ringraziamento alla mia cara Paola, di Home mademamma, per aver inventato il #venerdìdellibro

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