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"I bambini si sono addormentati, finalmente!" esclamo con un filo di voce.

"Bene, cosa guardiamo ora?" chiede CF, afferrando il telecomando con una certa ansia e stoppando l'immagine dell'ennesimo cartone animato.

"Mah, non saprei. In giro parlano tutti di questa nuova serie televisiva, "La casa di carta" o qualche cosa del genere. Dicono che sia davvero bella" la butto lì, così tanto per.

CF cerca su Netflix e la trova subito. Io mi preparo a godere appieno della serata.

Già dopo il primo quarto d'ora capiamo che è la nostra serie.

Ci guardiamo quattro episodi uno di seguito all'altro finché diventa chiaro che dobbiamo andare a dormire.

Ma oramai è fatta: "La casa di carta" ci ha stregato.

Nei giorni successivi ci spariamo tutta la prima serie e poi tutta la seconda.

La terza deve ancora uscire. Inutile dire che la attendiamo con ansia.

"La casa di carta": la trama della nuova serie spagnola che affascina il mondo

"La casa di carta" titolo originale "La casa de papel" - sapete che io amo informarmi quando le cose mi affascinano- è una serie spagnola nata dalla mente di Alex Pina.

Inizialmente è stata trasmessa dall'emittente Antenna 3 nel 2017 e solo dopo è stata acquistata da Netflix.

L'idea originale prevedeva quindici episodi totali ognuno della durata di settantacinque minuti.

La Netflix, che ci vede lungo, ha deciso di tagliare a metà ciascun episodio, raddoppiando quindi il numero di puntate.

Ha creato perciò una prima serie di tredici episodi e una seconda di nove della durata media di quarantacinque minuti.

Come ho accennato prima, la terza serie è in corso d'opera.

"La casa di carta": trama (senza anticipazioni)

La trama di "La casa di carta" è davvero molto semplice: un personaggio misterioso, chiamato il Professore, recluta otto delinquenti di vario genere per tentare un colpo grosso: entrare nella Zecca di Stato spagnola per stampare 2400 milioni di euro.

Ognuno dei malviventi è stato scelto e selezionato con cura sulla base di proprie specifiche abilità ma, soprattutto, perché non ha nulla da perdere.

L' identità di ciascun membro del team deve essere mantenuta segreta anche per gli altri membri e per questo ciascuno sceglie il nome di una città: Berlino, Tokyo, Mosca, Nairobi, Helsinki, Oslo, Denver e Rio.

Dopo un periodo di addestramento in un luogo isolato, gli otto capitanati dal Professore sono pronti per il colpo.

Con un geniale espediente riescono a penetrare nella Zecca di Stato e a prendere in ostaggio chiunque si trovi all'interno.

La polizia viene subito allertata e comincia una vera e proprio battaglia strategica tra il Professore, la mente suprema che tira i fili all'esterno della Zecca, e Raquel Murillo, la negoziatrice che ha la responsabilità dell'intervento.

Ovviamente non vi accenno niente di più, se no vi rovino la visione.

Sicuramente non è originalissima come trama, però funziona bene.

La voce narrante è quella di Tokyo, ragazza giovane e affascinante.

Ogni personaggio -chi più, chi meno- riceve il suo spazio.

Le informazioni vengono presentate con la tecnica consolidata del flash-back e lo spettatore le raccoglie ad ogni puntata come i cocci di un vaso rotto che andrà poi a ricomporre.

Questo però non basta a rendere "La casa di carta" una delle serie più memorabili e apprezzate degli ultimi anni.

"La casa di carta": cinque (buoni) motivi + 1 per guardarla

Allora, se la vicenda in sé non è particolarmente originale, perché "La casa di carta" è riuscita ad essere tanto affascinante?

Non sono un critico cinematografico e queste sono solo le mie considerazioni personali.

Secondo me i punti di forza de "La casa di carta" sono questi:

L'immedesimazione

Una buona storia, che sia scritta o narrata attraverso le immagini , è destinata a fallire se il "lettore" non riesce ad immedesimarsi in almeno uno dei personaggi.

Qui di personaggi ne abbiamo molti e possiamo dividerli in tre schieramenti: i rapinatori, la polizia e gli ostaggi.

Ogni gruppo ha un suo leader, una figura di spicco, ma anche le altre figure riescono a ritagliarsi il loro quarto d'ora di gloria.

Alex Pina pone l'accento sui "cattivi", sfruttando una corrente che si è andata consolidando già da tempo immemorabile e portando lo spettatore a parteggiare per loro.

La polizia d'altro canto non ci fa una bella figura: l'ispettrice, che ha già di suo tanti problemi personali, non pecca per la sua perspicacia e per la sua intelligenza.

Quando l'ho vista all'opera, mi è venuto in mente il povero sfigato di Matthew del manga "Occhi di gatto" o l'ispettore Zenigata di "Lupin III".

Per quanto riguarda gli ostaggi, anche qui brillano Arturo, i direttore della Zecca, e la sua amante che contribuiranno a tenere vivo il ritmo della narrazione.

La credibilità dei personaggi

Accanto ad una trama abbastanza solida e per permettere allo spettatore di immedesimarsi, i personaggi devono risultare credibili.

Nella società attuale la gente si è stufata di eroi buoni: la bontà sempre e comunque è diventata qualcosa di incredibile, un miraggio, noiosa tanto quanto la perfezione.

Siamo affascinati da personaggi umani, imperfetti, che si lasciano tentare dal "lato oscuro" o che sono diventati cattivi a seguito di eventi e circostanze in cui ognuno di noi non avrebbe potuto fare altro.

Nel caso specifico, quello più azzeccato de "La casa di carta" è Berlino: bello, elegante, affascinante ma cinico ed egoista, con un suo senso dell'onore, che divide le simpatie anche dei suoi stessi colleghi.

I colpi di scena

Come nel miglior genere thriller che si rispetti, la vicenda è costellata da infiniti colpi di scena.

I colpi di scena possono essere volutamente creati dal Professore oppure possono essere "falle" del suo piano infallibile.

In questo caso derivano proprio dalla natura umana dei protagonisti e dall'impossibilità di prevedere al cento per cento le loro reazioni in determinate situazioni.

L'aspettativa

Grazie ai colpi di scena, al modo in cui la vicenda viene narrata, alle micro-storie dei personaggi e all'imprevedibilità dei protagonisti, il senso di aspettativa che viene instillato nello spettatore è davvero pazzesco, tanto da creare una sorta di vera e propria dipendenza.

Si ha sempre la sensazione di essere sul filo del rasoio, che prima o poi il precario equilibrio che si è creato sia all'interno che all'esterno della Zecca crollerà come un fatiscente castello di carte.

Non si sa ancora ad opera di chi, ma è certo che qualcuno farà qualcosa che farà precipitare la situazione. Effetto domino, insomma.

I riferimenti alla cultura pop

Ecco, questa parte è quella che ho apprezzato appieno solo grazie all'aiuto di CF, che in questo se la cava meglio di me.

"La casa di carta" è una serie che si rifà molto alla cultura pop dei decenni passati, sia nelle citazioni stesse sia nei dettagli presenti nei diversi episodi.

Riconoscibili anche per chi non se ne intende (la sottoscritta) i riferimenti a Tarantino così come le analogie con i più noti film sulle rapine, come "Inside man".

L'uso stesso delle maschere di Dalì, i nomi finti, i problemi dei vari ispettori, i cambi di prospettiva sono elementi tipici che costellano le migliori pellicole crime e trhriller della cinematografia internazionale.

La lotta contro il sistema

"La casa di carta", come tante serie della nostra problematica era, non si esime dal lanciare un messaggio socio-politico chiaro e definito.

La Zecca diviene il simbolo di quell'un percento della popolazione mondiale che detiene il vero potere politico ed economico e che determina le sorti del mondo.

Negli intenti del Professore prendere la Zecca significa ribaltare le sorti e dare il potere al popolo.

Chi infatti meglio di delinquenti, di "scarti" della società potrebbe essere la nemesi perfetta?

Il Professore stesso afferma: "Noi siamo la Resistenza" e sempre sua è l'idea di far imparare una nota canzone (ma non vi dico quale) ai suoi ragazzi.

Se non vi ho ancora convinto a guardare almeno le prime puntate de "La casa di carta", sappiate che basterebbe l'ottima recitazione degli attori e delle attrici a farlo.

Il cast, quasi tutto spagnolo, non è molto famoso al di fuori del confine, ma grazie a questa serie lo diventerà molto presto.

Sono certa che sentiremo ancora parlare di Alvaro Morte, Ursula Corberò o Pedro Alonso.

E volete mettere la soddisfazione di poter dire "Io me li ricordo quando hanno recitato nella serie "La casa di carta"?

Questo è l'argomento che ho scelto di proporvi per la mia rubrica # Time is mine.

Ora vorrei sapere quali sono le vostre opinioni in merito alla serie, nel caso l'abbiate vista.

Ma soprattutto, quali sono le cose che avete fatto per voi stesse nell'ultimo mese?

I commenti sono graditissimi, qui sul blog come su FB.

L'ultima tappa del nostro mini-viaggio in Francia si è conclusa a Strasburgo.

Strasburgo è il capoluogo dell'Alsazia, ma cosa ancor più importante è la sede del Parlamento Europeo e della Commissione Europea per i Diritti Umani.

Il centro storico è stato proclamato Patrimonio dell'Unesco molti anni fa.

Ho visitato la città diverse volte, ma sempre durante la primavera e l'estate.

Vedere Strasburgo in inverno, in pieno periodo natalizio, è come vedere una città diversa.

Noi abbiamo avuto a disposizione solo una giornata per visitare il capoluogo dell'Alsazia ma siamo riusciti a vedere le cose più rappresentative.

COSA VEDERE A STRASBURGO IN UN GIORNO

Siamo arrivati a Strasburgo a metà mattina e ci siamo diretti immediatamente all'hotel Ibis, in posizione centralissima, per depositare il nostro misero bagaglio.

Da lì al centro storico della città ci è bastato attraversare uno degli innumerevoli ponti.

Strasburgo infatti è attraversata dal fiume III (non ridete, si chiama veramente così) che si ramifica in diversi canali.

Una delle cose meravigliose da fare è esplorare la città servendosi dei battelli che, grazie all'ingegnoso sistema di dighe e chiuse, toccano i più importanti luoghi di interesse.

Noi abbiamo iniziato la visita a Strasburgo partendo dal quartiere caratteristico della Petite France.

Caratteristiche case a graticcio del quartiere storico Petite France

La Petite France è il cuore della città vecchia. Costruita su un isolotto, vi si accede grazie ad una serie di ponti.

Qui troneggiano maestose le case a graticcio che si rispecchiano nei canali.

Vista dal Pont Sant Martin, Petite France

E'anche il luogo più animato sia durante il giorno che durante la sera, grazie ai molteplici locali tipici che attirano gli innumerevoli turisti.

Se volete fare la foto di rito sul Pont Sant Martin preparativi a stare in coda: la lunga fila per uno scatto in uno dei punti più rappresentativi di Strasburgo vale però la candela.

Proseguendo la nostra visita al centro storico, chiamato Grande Ile, arriviamo alla piazza principale dove svetta l'imponente Cattedrale di Notre Dame.

Facciata della Cattedrale di Notre Dame

La cattedrale, in stile gotico, è stata iniziata nel XI secolo ma, come accade per tutti gli edifici di una certa entità, è stata terminata solo tre secoli dopo.

Oltre all'importanza architettonica, Notre Dame ospita un artefatto curioso: un orologio astronomico di epoca rinascimentale, un piccolo capolavoro di ingegneria meccanica riportato in funzione nel 1842 da Jean Baptiste Schwilgué.

Cattedrale di Notre Dame

La piazza di Notre Dame, fulcro delle attività natalizie, è sottoposta a stretta sorveglianza.

Ogni accesso è presidiato da due militari che perquisiscono ogni persona che entra: fanno aprire le giacche e frugano nelle borse e negli zaini.

Durante la visita a Strasburgo abbiamo visto diversi drappelli di soldati armati di tutto punto e, se questo da una parte è rassicurante, dall'altra però può risultare anche inquietante.

La piazza di Notre Dame non ospita solo la Cattedrale, ma anche numerosi altri edifici storici.

Uno dei più caratteristici è la Maison Kammerzell, la cui parte superiore tutta in legno è decorata con animali, guerrieri e altre figure, anche se devo dire che si perdevano un po' in mezzo alle pesanti decorazioni natalizie.

Dopo la visita alla cattedrale gotica siamo tornati sui nostri passi e ci siamo soffermati in Place du Marchè, che è la piazza principale, sede del municipio.

Place de Marché

Visitare Strasburgo in un giorno è un'impresa fattibile, se si escludono però i musei, quelli di Palazzo Rohan, situato vicino all'imbarcadero e quello di Arte Moderna, nella parte nuova della città.

Noi avevamo deciso di non visitarli per mancanza di tempo e abbiamo preferito immergersi nell'atmosfera cosmopolita di Strasburgo, in bilico tra modernità e antichità.

Strasburgo è anche la città in cui si respira maggiormente il clima a metà tra tradizioni tedesche e francesi: nell'aspetto urbano è chiaramente teutonica, ma nella cura e nei particolari si avverte l'influsso francese, un po' meno rigido e più chic.

Cf ad un certo punto, mentre mangiavamo in una delle birrerie tipiche (vi prego, non mangiate nella piazza di Notre Dame o nella Petite France, che è pieno di locali per turisti ma che non sono proprio rappresentativi della città), ha esclamato:

"Gli abitanti sembrano Tedeschi ma se la tirano come i Francesi".

Viva la sincerità!

Verso le sedici siamo tornati all'hotel per riposarci prima della visita di Strasburgo by night.

Notre Dame è ancora più suggestiva con il buio
La piazza principale by night

Se siete intenzionati a fare shopping, ricordatevi che le attività commerciali chiudono alle diciannove, mentre le bancarelle natalizie chiudono alle ventuno.

Gli orari dei mercatini natalizi sono molto ferrei, non importa se avete già i soldi in mano o siete in coda da mezz'ora per mangiare ed è il vostro turno.

"Fermè, fermè" , gridano i commercianti e  non c'è trippa per gatti.

Quando tutto chiude la città comincia lentamente a svuotarsi.

E noi abbiamo così concluso la nostra visita di un giorno a Strasburgo e abbiamo salutato la Francia.

Per cominciare la settimana alla grande, torno a illustrarvi le meraviglie dell'Alsazia.

In Alsazia, oltre al piccolo villaggio di Egiusheim, un posto che merita sicuramente una visita è la famosa Colmar.

COLMAR: LA CITTA' DELLE LUCI

Comar, distante circa una decina di km. da Eguisheim, è soprannominata "la città delle luci".

Questo soprannome è legato al  Premio Speciale della Académie des Arts de la Rue  ricevuto negli anni Novanta quando gli abitanti di Colmar decorarono la cittadina con quasi 200 punti luce differenti.

Da quel momento l'illuminazione  della città è stata considerata Patrimonio Europeo.

Le luci, presenti tutto l'anno, nel periodo invernale vengono potenziate ed integrate in vista del Natale.

Io e CF siamo arrivati a Colmar in tarda mattinata e abbiamo deciso di visitarla immediatamente.

Abbiamo lasciato la macchina in un parcheggio vicino al centro storico e ci siamo avviati a piedi.

Colmar ci ha accolto subito con i profumi tipici di questo periodo: spezie, castagne, pane...

Rispetto alla piccola Eguisheim e sicuramente dovuto anche all'orario più tardo, Colmar è sicuramente più animata.

Ci addentriamo nelle caratteristiche stradine, ammiriamo gli edifici pesantemente addobbati (ché qui il Natale è una cosa seria, mica come da noi che te la cavi con un alberello e una ghirlanda).

Una delle vie di Colmar, con le casette a graticcio che danno tanto quell'aria da fiaba!
Una delle vie di Colmar, con le casette a graticcio che danno tanto quell'aria da fiaba!

Quello che balza subito all'occhio è la bellezza del luogo: le casette a graticcio, con i loro colori, donano un'atmosfera da favola, tanto che ci aspettiamo di veder comparire Hansel e Gretel da un momento all'altro.

Arriviamo alla piazza principale e ammiriamo la Cattedrale di San Martino, una magnifica chiesa in stile gotico.

Purtroppo non abbiamo la possibilità di visitarla all'interno perché è inspiegabilmente chiusa.

Piazza dei Domenicani a Colmar, in Alsazia
Piazza dei Domenicani a Colmar, in Alsazia

A livello architettonico, altri due luoghi interessanti da visitare sono la Casa Pfister, con le sue facciate ad angolo e i balconi di legno e la Vecchia Dogana.

Casa Pfister, con i suoi balconi in legno
Casa Pfister, con i suoi balconi in legno

Anche qui non mancano banchetti che vendono il vino speziato, ma accanto a questo troviamo anche il sidro di mele caldo e il succo d'arancia al miele e cannella.

Inutile dire che non potevamo non assaggiarlo.

Una cosa che mi ha colpito molto di Colmar sono le pasticcerie e le panetterie: le loro vetrine sono così invitanti che è impossibile resistere!

Dai, non ditemi che non vi viene voglia di entrare e assaggiare qualcosa!
Dai, non ditemi che non vi viene voglia di entrare e assaggiare qualcosa!

Sotto una leggera pioggia, ben lungi dallo smorzare il fascino di Colmar, CF ed io ci dirigiamo verso il quartiere chiamato "Petit Venice".

La "Petit Venice" è una caratteristica via i cui colorati edifici a graticcio si affacciano su un canale.

Il fascino del quartire chiamato "Petit Venice", a Colmar
Il fascino del quartire chiamato "Petit Venice", a Colmar

E' molto suggestiva, soprattutto la notte con le luci che si riflettono sull'acqua.

Verso le due del pomeriggio decidiamo di fermarci a mangiare in un piccolo locale per assaggiare i piatti tipici dell'Alsazia: la Tarte Flambeé, una specie di pizza ricoperta di panna acida, cipolle marinate nel vino bianco, formaggio e dadini di pancetta e la Choucroute Garnie, cioè un piatto a base di crauti fermentati e patate con cinque diversi tipi di salsicce e carni di maiale affumicate.

Insomma, un pasto leggero leggero. Per smaltirlo infatti abbiamo finito di visitare Colmar, dedicandoci ai famosi mercatini di Natale.

I mercatini di Natale a Colmar sono cinque (ve l'ho detto, no, che qui il Natale è una cosa seria?!):

  1. La Piazza dei Dominicani ospita fino a sessantacinque casette di legno, dove è possibile trovare piccoli oggetti artigianali, come candele e saponi o lavori di cucito di gran pregio;
  2. la Petit Venice invece è la sede del mercatino di Natale dedicato ai bambini, con giostre e intrattenimenti vari;
  3. nella zona dei Koifhus invece si trova il mercatino dell'antiquariato, dove si possono ammirare oltre a mobili, vasi e lampade anche libri e gioielli di foggia antiquata;
  4. in piazza Ancienne Douane invece ci sono circa una cinquantina di casette dedicate interamente al mondo natalizio, dai dolci alle decorazioni;
  5. ed infine in Piazza Giovanna d'Arco si trova il mercatino dedicato ai prodotti enogastronomici dell'Alsazia.

Insomma, abbiamo passato un intero pomeriggio a spulciare le bancarelle, anche se a volte avvicinarsi era quasi impossibile, vista la calca.

Le mille luci di Colmar che colorano la notte
Le mille luci di Colmar che colorano la notte

All'imbrunire, Colmar ha cominciato a riempirsi di luci colorate e di musica.

Uno spettacolo davvero maestoso e sbalorditivo!

Il Koifhus (Vecchia Dogana) risplendente di luci
Il Koifhus (Vecchia Dogana) risplendente di luci

Inutile dire che non potevamo non fare un altro giro, in quell'atmosfera così particolare.

La pioggerellina nel frattempo è diventata una pioggia battente, ma noi ovviamente non ci siamo lasciati abbattere, anzi.

Colmar, città delle luci in veste natalizia
Colmar, città delle luci in veste natalizia

Ne abbiamo approfittato per bere nuovamente il vino caldo e ho scoperto che ogni bancarella lo prepara con un miscuglio di spezie diverse, per cui anche il sapore cambia.

Ci spingiamo fino all'uscita settentrionale di Colmar per vedere la replica della Statua della Libertà.

Strano trovarla qui, vero? A meno che non si sappia che Colmar è la città natale di Auguste Bartholdi, che progettò questo monumento insieme a Gustave Eiffel (sì, proprio quello della torre).

Da lì, sotto un diluvio universale che non accennava a smettere, abbiamo salutato definitivamente Colmar e le sue luci per raggiungere il nostro hotel, lungo la strada per Strasburgo.

(to be continued...)

 

 

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Durante il periodo natalizio io e CF siamo riusciti a concederci un viaggio non programmato di tre giorni in Francia, più di preciso in Alsazia.

L'ultimo viaggio che abbiamo fatto da soli è quello che risale a quest'estate, in Slovenia.

L'idea è nata il 25 dicembre, a tavola, durante il pranzo di Natale, quando i nonnii sono stati obbligati si sono gentilmente offerti di tenere i bambini tre giorni assieme al nostro nipotino.

Detto fatto, ho proposto al mio compagno di mille avventure di fare un salto oltre le Alpi, in Alsazia.

L'Alsazia è una regione che si trova sul confine orientale francese, vicino alla Svizzera e alla Germania.

E' un territorio molto interessante, punteggiato da borghi pittoreschi e da città affascinanti.

In teoria la nostra idea iniziale prevedeva di partire la mattina del 27 dicembre e di visitare Eguisheim e Colmar, pernottare nelle vicinanze e il 28 dicembre dirigerci a Strasburgo.

In realtà alle ore 14 del 26 dicembre CF mi ha convinto a partire immediatamente, visto che non avevamo nulla di meglio da fare, in modo da guadagnare mezza giornata.

Beh, che ci crediate o meno, in due ore avevo sistemato casa, preparato il minimo indispensabile per noi due e per i bambini e arruolato un amico fidato per occuparsi dei nostri pets

Giusto il tempo di portare un felicissimo Ringhio e un'iper eccitata Ninfa a casa dei nonni e il nostro viaggio ha avuto inizio.

IN VIAGGIO VERSO EGUISHEM E COLMAR

Siccome non siamo molto distanti dalla Francia, abbiamo optato per fare il viaggio in auto.

L'itinerario scelto comportava il passaggio per la Svizzera, attraverso il San Gottardo.

Se decidete come noi di muovervi nel periodo invernale, assicuratevi sempre di avere gli pneumatici invernali o le catene a bordo.

Le strade sono ghiacciate e non è raro trovare la neve.

Paesaggio innevato nei pressi del San Gottardo
Paesaggio nei pressi del San Gottardo

Detto questo, siamo partiti debitamente equipaggiati per trascorrere le giornate all'aperto: abbigliamento caldo ma traspirante, parka impermeabile, calzature comode, guanti e cappello.

Non avevamo prenotato nulla per dormire, ma verso le nove ci siamo imbattuti in modo del tutto casuale in un Holiday Inn Express lungo la strada Neuenkirch-Luzern.

Infatti Eguisheim e Colmar distano solo un paio di ore da lì per cui abbiamo deciso di prendercela comoda e arrivare a destinazione la mattina dopo.

EGUISHEIN E COLMAR

Eguishein è primo borgo che abbiamo visitato. E' un paesino piccolo, di circa 2.000 abitanti, ma risulta essere sovraffollato nel periodo natalizio, così come in primavera inoltrata.

E' così bello che i Francesi stessi l'hanno eletto loro borgo preferito per eccellenza.

Eguishein è circondato da un'antica cerchia di mura che risale al dodicesimo secolo.

Mappa del borgo di Eguisheim, dalla caratterisctica forma circolare
Mappa del borgo di Eguisheim, dalla caratterisctica forma circolare

Ogni cosa all'interno delle mura pare essersi fermata, quasi come per magia.

Visitare Eguishein, anche in un giorno piovigginoso, è sempre meraviglioso.

Le tipiche case con graticcio, chiamate colombages, sono già di per sé affascinanti, ma se vengono addobbate per Natale diventano veramente fantastiche.

Scorcio di Eguisheim, con le caratteristiche case a graticcio
Scorcio di Eguisheim, con le caratteristiche case a graticcio
Uno dei vicoli di Eguisheim addobbato con le classiche decorazioni natalizie
Uno dei vicoli di Eguisheim addobbato con le classiche decorazioni natalizie

E' bello inoltrarsi tra i vicoletti medievali, osservare i cortili dove spesso ci si imbatte nelle botti o nei torchi, o in vecchi utensili per imbottigliare i vini.

Un vecchio macchinario per tappare le bottiglie di vino in uno dei cortili di Eguish
Un vecchio macchinario per tappare le bottiglie di vino in uno dei cortili di Eguisheim

Eguishein, come la poco distante Colmar, si trova infatti sulla "strada dei vini", un'area di circa 200 Km. famosa per la produzione vinicola.

Naturalmente, essendo a Natale, il borgo era costellato di bancarelle che vendevano prodotti tipici: dal piccolo artigianato locale ai prodotti enogastronomici.

Piazza di Eguisheim, con le classiche bancarelle di Natale
Piazza di Eguisheim, con le classiche bancarelle di Natale

Per riscaldarci, io e CF ci siamo subito presi un bicchiere di vino caldo aromatizzato con miele e spezie, da degustare ammirando il pigeonnier, un edificio dalla forma particolare che anticamente era una piccionaia.

Vista della "piccionaia" da uno dei vicoletti di Eguisheim
Vista della "piccionaia" da uno dei vicoletti di Eguisheim

Quasi tutti gli edifici, sfarzosamente addobbati con luci, festoni, pupazzi e chi più ne ha più ne metta, presentano delle iscrizioni in tedesco (l'Alsazia nei tempi che furono apparteneva alle terre tedesche).

Uno degli abitanti del luogo ci spiega che sono piccole preghiere per proteggere le case, soprattutto dagli incendi che pare abbiano devastato il borgo più di una volta.

Eguisheim, piazza principale
Eguisheim, piazza principale

La nostra guida improvvisata ci invita a tornare a Eguisheim in primavera, per ammirarla in piena fioritura e per vedere le cicogne, il simbolo dell'Alsazia.

L'omino ci spiega gentilmente che proprio il campanile della chiesa ospita un grosso nido di cicogna.

Ed io capisco perché ogni cosa qui a Eguisheim reca impresso il disegno di questo volatile, dai tovaglioli alle tazze.

Le cicogne, simbolo dell'Alsazia, sul campanile di Eguisheim (ovviamente questa foto l'ho trovata in rete. Le cicogne arrivano in primavera)
Le cicogne, simbolo dell'Alsazia, sul campanile di Eguisheim (ovviamente questa foto l'ho trovata in rete. Le cicogne arrivano in primavera)

Dopo un paio di ore e altrettanti bicchieri di vino caldo (che qui è venduto ad ogni angolo, in versione bianca e rossa) e dopo aver provato il pain d'epices, un dolce tipico natalizio speziato che si può trovare in diverse varianti (noci, agrumi, cioccolato, senza niente...), torniamo alla nostra auto e ci dirigiamo a Colmar.

(to be continued...)

A Natale siamo tutti più buoni.

Seee, come no, e gli asini volano (sì, quello di Santa Lucia per lo meno).

I regali di Natale sono una vera spina nel fianco, fastidio secondo forse solo alle riunioni familiari a cui non ci si può sottrarre, pena la scomunica o, peggio ancora, la perdita dell'eredità.

Fare i regali a Natale dovrebbe essere messo nella lista delle dodici fatiche, che così diventerebbero tredici, con buona pace dei superstiziosi.

I più previdenti cominciano a comperare pensierini e oggettame vario ancora un anno prima, approfittando dei saldi e delle varie occasioni, ché così la spesa non si accumula ed evitano lo stress.

Poi ci sono quelli che compilano liste infinite, da una parte i nomi e dall'altra il regalo e poi procedono spediti tra i negozi e le bancarelle, senza deviare di una virgola, penna in mano per mettere un segno di spunta quando l'acquisto viene fatto.

Una considerazione speciale va a chi fa lavoro di squadra: i tuoi parenti amore li fai tu, i miei io, gli amici in comune li dividiamo in ordine alfabetico e così ce la caviamo in mezza giornata.

Non si può non considerare i generosi, che comperano qualcosa per tutti, perfino per il cognato della portinaia, perché a Natale il regalo è d'obbligo.

Ecco, forse è proprio questa la cosa fastidiosa, la nota stonata, quella contro cui vengono lanciati gli anatemi del consumismo e del buonismo a tutti i costi.

Fare regali a Natale non dovrebbe essere un obbligo, ma un piacere.

Odio le persone che mi regalano la qualsiasi solo perché così fan tutti.

In un nanosecondo capace di ritrovarmi con imbarazzanti pigiami, improponibili borsette, bigiotteria scadente, fragranze ammorbanti o inutili pseudo-complementi d'arredo.

Astenersi, prego.

Peraltro mi infastidiscono anche coloro che sono per "l'utile a tutti i costi".

Che cosa ti serve? Ma cosa vuoi che mi serva? Magari la lavatrice nuova, ma dubito che tu possa stanziare un budget così alto solo per me.

In caso contrario, parliamone.

I regali di Natale sono dei doni.

Donare: Dare ad altri liberamente e senza compenso cosa gradita.

Focalizziamoci sull'aggettivo "gradito".

Presuppone che il donatore abbia con colui che riceve il dono un qualche tipo di rapporto di conoscenza.

Se il rapporto è superficiale, prego evitare il famigerato regalo.

Se il rapporto è invece più profondo, magari amichevole o sentimentale, allora si presuppone che chi dona dovrebbe sapere almeno a larghe spanne cosa gradisce l'altro.

Magari ti metto sulla buona strada se le opzioni sono più di una.

Impossibile non avere in mente un possibile regalo di Natale.

Dei due, l'una: o non si conosce davvero la persona o si preferisce ignorare per comodità quali sono i suoi interessi.

Se si sa che i desideri sono davvero al di fuori della nostra portata, onestamente, spieghiamolo quando presentiamo il nostro regalo alternativo.

Ma vi prego, non dite alla vostra fidanzata che sapevate benissimo che preferiva un bracciale di diamanti mentre scarta una sciarpa di lana sferruzzata dalla prozia Ada.

Fatevi guidare dal cuore e dall'istinto.

Tenete ben presente che quando regalate qualcosa state trasmettendo anche un pensiero, l'idea che voi stessi avete di chi vi sta di fronte.

Con questa massima ben impressa, orsù andate e scatenatevi che il famigerato 25 Dicembre si avvicina.

E tanto a Natale basta il pensiero. Oppure no?!

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"In famiglia devono dominare l'amore e il rispetto"

Così era solita predicare mia nonna Pina -no, non quella delle tagliatelle, un'altra-

Sicuramente è questa  la base di un matrimonio durato più di cinquant' anni.

Questo e il fatto che mia nonna era una gran bigotta, per cui se le cose non fossero andate bene non avrebbe comunque contemplato l'idea del divorzio.

Nonostante le idee radical-cattoliche, quando penso ai miei nonni capisco che in realtà erano una coppia molto affiatata, nel senso moderno del termine.

In casa vigeva una certa divisione non scritta del lavori domestici, per cui a mio nonno spettava il compito di accendere il fuoco, arrotare coltelli, eseguire piccole riparazioni e "menare" la polenta o fare le caldarroste.

La Pina si guardava bene dal superare questi taciti confini. Dal canto suo sovrintendeva alla normale preparazione dei pasti, soprattutto dei dolci.

E della pulizia della casa, sa va sans dire, coadiuvata da uno stuolo di aiutanti, prevalentemente manodopera infantile, anche se ho visto in talune occasioni mio nonno con una ramazza in mano.

C'erano però delle faccende che i miei nonni compivano assieme e, cascasse il mondo, nessuno aveva il permesso di intromettersi, neppure io, la nipote prediletta.

Una di queste era preparare gli gnocchi.

In ogni famiglia dello stivale che si rispetti esistono ricette che si tramandano di generazione in generazione, di solito in linea matriarcale.

Ecco, la ricetta degli gnocchi non rientra tra queste.

Per meglio dire, ingredienti e procedimento sono stati messi nero su bianco su foglietti svolazzanti più e più volte e corrispondono in tutto e per tutto a quelle ricettucole che si possono reperire su un manuale di cucina qualsiasi.

Ma nessuno, quando i miei nonni hanno smesso di preparare gli gnocchi, è stato in grado di replicarli.

"Capirai che un uomo è quello giusto quando sarete capaci di  preparare assieme gli gnocchi", sentenziava la Pina tra il serio e il faceto.

Io la guardavo con gli occhi sgranati, ben lungi dal capire a cosa alludesse realmente.

Il giorno degli gnocchi era un dì di festa.

Il nonno ci mandava a prendere le patate che riposavano da mesi al buio nel sottotetto.

Del resto, si sa, per fare gli gnocchi servono patate vecchie.

Erano delle belle patatone che provenivano direttamente dal nostro orto.

Era compito di noi nipoti dissotterrarle quando era ora di raccoglierle e non ci pesava affatto, anzi.

Ce ne stavamo tutti lì, nel piccolo campicello, con i pedi nudi nella terra secca e compatta a scavare con le mani, portando alla luce quei deliziosi tuberi.

A sera eravamo in condizioni pietose: le dita scorticate con le lunette nere, le ginocchia e i piedi che recavano segni di sporcizia e il terriccio perfino nelle orecchie.

Sfatti ma felici venivamo presi in consegna da mia mamma e da mia zia che si incaricavano di ripulirci.

A questo scopo ci trascinavano al lavatoio comune (ora non se ne vedono più), in riva al fiume, e ci buttavano nella fontana sfregandoci a forza con una spazzola di saggina e un bel pezzo di sapone di Marsiglia, incuranti delle nostre proteste e dei nostri gemiti di dolore.

Ne uscivamo lindi, con la pelle arrossata e gli occhi lacrimanti.

Dicevo, quindi, le patate.

Forse gli gnocchi non sono più venuti bene proprio per via delle patate.

I nonni cominciavano in silenzio a lavare le patate sotto l'acqua corrente e poi le buttavano in un grosso pentolone a bollire.

Quando erano pronte, uno da una parte e l'altro dall'altra, sollevavano il paiolo e scolavano le patate bollite.

In religioso silenzio, le sbucciavano incuranti della temperatura che arrossava loro la pelle della mani, assottigliata dagli anni.

Il nonno, nonostante il fisico mingherlino, schiacciava ininterrottamente chili e chili di patate servendosi di un vecchio e pesante schiacciapatate, residuo prebellico.

La polpa veniva sospinta lievemente verso la Pina che, come un alchimista o una fattucchiera, gettava farina, sale e noce moscata all'interno di una grossa terrina di ceramica bianca.

Una volta rimaneggiato, l'impasto veniva steso fino a formare lunghi biscioni bianchi.

Mentre la Pina formava chilometrici cilindri tutti perfettamente uguali, il nonno partiva da un'estremità della lunga tavola di quercia, che poteva ospitare comodamente fino a venti commensali, e tagliava gli gnocchi con un piccolo coltello luccicante totalmente senza filo.

Infine, la Pina li agguantava uno per uno e li passava sui rebbi di una forchetta.

I nonni lavoravano così, per ore, instancabili, senza intralciarsi e senza fare un movimento di troppo, silenziosamente, in perfetta sintonia.

Sembravano due danzatori che mettevano in scena una vecchia coreografia, provata e riprovata per anni, che aveva oramai raggiunto la perfezione.

Infine gli gnocchi erano pronti. La Pina li  lanciava in larghi vassoi infarinati che giacevano lì accanto.

A questo punto, noi bambini spuntavamo quatti quatti da sotto il tavolo e allungavamo le nostre avide mani per rubare quanti più gnocchi possibile.

Il bottino spariva subito nelle nostre  bocche, sempre affamate.

Dovevamo fare attenzione alla Pina però: quella donna mite sapeva assestare violenti colpi con un vecchio mescolo di legno sulle mani dei più incauti.

Quando il nonno morì, la Pina smise semplicemente di preparare gli gnocchi.

"Non ha più senso farli" rispondeva, quasi scusandosi, quando noi le chiedevamo se poteva prepararli.

"Senza il nonno, non vengono buoni". E stirava la labbra in un  mesto sorriso, malinconico e misterioso.

Credo di avere capito cosa volesse dire realmente solo anni e anni dopo.

L'amore e il rispetto sono i pilastri della vita familiare.

Ma se non c'è sintonia tra i membri della famiglia, soprattutto tra moglie e marito, si perde il gusto delle cose e anche la pietanza più buona diventa scialba, insapore.

Ogni nucleo familiare deve trovare la ricetta magica per la propria perfetta sintonia.

Quando l'avrà trovata, i suoni della vita si accorderanno, creando una sinfonia unica e ineguagliabile.

E tale sintonia si rispecchierà in ogni gesto quotidiano, anche il più banale, il più semplice, come quello di  preparare gli gnocchi.

(Questo post partecipa al tema della settimana #sintonia, scelto da Arianna del Blog dei Bonzi per gli #aedidigitali)