• "Ogni scarrafone è bell'a mamma soja", ossia ogni bambino è bello per la sua mamma. E il suo papà. E la sua nonna.

Le nonne (che se le scomponiamo non sono altro che  mamme all'ennesima potenza), portano avanti una loro personale crociata: dimostrare al mondo, in particolare alle altre nonne, che i loro nipotini sono "i più".

I più cosa? I più belli, bravi, intelligenti, furbi, straordinari, magnifici, obbedienti, perfetti bambini sulla faccia della terra.

Ho visto cose che voi mortali....

Nonna 1: "Pensa, il mio nipotino di nove mesi sta già imparando ad andare in bicicletta".

Frase pronunciata mentre il pupo tenta di mantenersi in precario equilibrio posando una mano sulla catena lorda di grasso e l'altra sul pedale infangato della vecchia Legnano del nonno.

Nonna 2:" Ah, ma guarda, non per fare paragoni, neh, ma il mio a soli 13 mesi fa discorsi da adulti".

Il tutto proferito con convinzione mentre il rampollo biascica "Aoao nga" sputacchiano qua e là, nel tentativo ben riuscito di imitare il nonno quando cerca di dire qualcosa senza la dentiera.

Nonna 3: "Ma pensa, il mio bambino è sveglissimo, sa già fare la pipì fuori dal pannolino", mentre il nipotino, sfilatosi il pannolino con una mossa alla Houdini, annaffia giovialmente il piede calzato in una comoda Valleverde della Nonna 1.

Pare che la vecchiaia non abbia minimamente scalfito la corazza delle fu-mamme, ma in qualche modo l'abbia resa addirittura più dura.

Se già la guerra fra mamme è estenuante, immaginatevi che grossi guai può fare quella tra nonne!

Nonna A alla figlia: "Dovresti prendere in considerazione l'idea di un soggiorno all'estero per tuo figlio. Le lingue, si sa, sono importanti"

"Ma mamma, non ti pare un pò presto? Ha solo due anni, magari quando sarà più grandicello..."

"Ma guarda che la nipotina dell'Adalgisa, che è coscritta del tuo, sa già parlare il francese"

"Sì, mamma, ma la sua mamma è Belga"

Nonna B alla nuora: "Lo so che non dovrei intromettermi, che la figlia è vostra, ma è questo il momento giusto per iscriverla a danza. A quest'età sono così flessibili e hanno già il senso del ritmo", mentre guarda con occhi sbarluccicosi la nipotina di sette mesi portarsi elegantemente il piedino sulla fronte.

E via, novella Giovanna d'Arco, la nonna passerà il suo tempo a difendere a spada tratta la sua progenie, sbandierando ai quattro venti i progressi (tali o presunti) dei nipotini come se non ci fosse un domani.

Salvo poi che il domani arriva e anche i bimbi crescono e da innocenti creature si trasformano nei figli di Satana.

Nonna 1 "Ah, mio nipote ci sta facendo tribolare! Ha compiuto 15 anni e pretende di uscire il sabato sera e di rientrare a mezzanotte"

Nonna 2 " Pensa invece che mia nipote, te la ricordi quella tutta coi boccoli biondi che sembrava un angioletto, si è rasata  e va in giro con lo smalto nero sulle unghie"

Nonna 3" Ah, dove andremo a finire! Avete saputo della nipote dell'Adalgisa? Adesso l'è andata in Francia a fare uno "stage" e sta via per un anno"

Nonna A: "Sì, però, ghe l'aveo detto all'Adalgisa: "mogli e buoi dei paesi tuoi", altro che Belga!

 

 

Da quando sono venuti alla ribalta show dedicati alla cucina molti uomini hanno scoperto che cucinare può essere interessante.

Se prima dell’avvento di Masterchef gli uomini cucinavano solo davanti ad un barbecue, sulla scia di Cracco e Borghese ora sono sempre di più quelli che passano il tempo davanti  ai fornelli.

Non sempre i risultati però sono da cucina stellata…

Recenti sondaggi hanno dimostrato che le donne italiane reputano più sexy gli uomini che cucinano

I vostri partner che rapporto hanno con la cucina?

Parlando con le amiche, ho scoperto che siamo tutte più o meno “affette” da uomini che si improvvisano cuochi.

Ecco qui una lista dei sintomi che ti aiuteranno a capire se anche il maschio alfa della tua famiglia soffre di “sindrome da cuoco compulsivo”

  • Critica puntualmente tutte le pietanze che gli metti davanti, dall’uovo sodo al risotto alla milanese. Se una volta il suo giudizio era racchiuso nella temutissima frase “Quello di mia mamma è più buono” ora è diventato più articolato. Si passa dal banale “manca un po’ di sale” al più complesso “questo piatto è completamente sbilanciato, la nota acida non viene fuori e manca totalmente di croccantezza”
  • Si alza la domenica mattina e declama: “Oggi cucino io”. Niente può farlo desistere, neanche il fatto che aspettate ospiti per l’ora di pranzo. Questo serve solo a galvanizzarlo.
  • Con indosso il grembiule che hai ricevuto in regalo dalla suocera premurosa e non hai mai indossato, si chiude in cucina alle 8.00 di mattina e vi impone di rimanerne fuori, qualunque cosa accada.
  • Salvo poi chiamarvi ogni tre per due per chiedervi la qualunque. “Amore, dov’è l’apriscatole?” , “Tesoro, l’olio?”, “Ma come si accende il forno?”
  • All’ora di pranzo riemerge per ordinarvi di apparecchiare “col servizio buono”
  • Vi accomodate, fate sedere gli ospiti che avete whtsappato prima scusandovi in anticipo e che si sono fermati sicuramente da qualche parte a mettere qualcosa nello stomaco e attendete.
  • Quando l’ultimo rintocco delle campane ancora aleggia nell’aria, lo chef arriva in tavola con il suo capolavoro culinario. Pomposamente, quasi come se stesse presentando al regno il nuovo erede al trono, annuncia: “Quello che andremo ad assaggiare oggi è una ricetta tradizionale rivisitata in chiave moderna e che ho chiamato pasta-a-modo-mio”. Si guarda attorno aspettandosi degli applausi che chiaramente non arrivano.
  • Comincia a chiederti di passargli i piatti e, in modo puntiglioso, ti spiega come deve essere eseguito l’impiattamento. Ovviamente tu annuisci e distribuisci la pasta come hai sempre fatto, causando sospiri di sconforto, da genio frustrato e incompreso.
  • Si siede, chiude gli occhi e assaggia.
  • Con falsa modestia, afferma: “Delizioso, ma probabilmente, come noterete anche voi che avete un palato allenato, avrei dovuto mettere un pizzico in più di alligator pepper. Di solito mi viene meglio” Il malato tenta di metter le mani avanti, con il classico atteggiamento della captatio benevolentiae, comportandosi da vero paraculo.
  • La platea guarda sconsolata l’ammasso informe che giace nel piatto, chiedendosi se in effetti quel pizzico in più avrebbe reso magari commestibile qualunque cosa sia quello che stanno mangiando. Qui ovviamente dovete gratificare l’ego del cuoco, lodandolo tra un boccone e l’altro.
  • Finito il pasto che si componeva di un’unica portata (nonostante il vostro uomo sia stato chiuso in cucina per quattro ore), lo chef in erba si svaccherà distrutto sul divano. Perché il peggior sintomo di questa bruttissima malattia è la seria convinzione che rassettare la cucina non sia di competenza del cuoco. Alle vostre proteste, la risposta comune sarà: “Ma hai mai visto Cracco che lava i piatti o pulisce i fornelli?”.

Voi, di fronte allo spettacolo raccapricciante che vi accoglie in cucina, con piani di lavoro ricoperti da sostanze viscide e appiccicose e pezzi di materiale organico che costellano il pavimento manco ci avesse fatto un lavoretto Dexter, vi chiedete: “Ma com’è possibile che per cucinare degli spaghetti scotti con il sugo all’amatriciana già pronto uno debba usare un’intera batteria di pentole?”

Sospirando, vi appresterete a passare un paio di ore della vostra domenica pomeriggio a bonificare la stanza, immaginando Cracco che, con indosso solo il grembiule della suocera, cucinerà per voi mille prelibatezze. E senza sporcare nulla.

 

2

Nei film ambientati in America e Inghilterra è consuetudine che le case abbiano due entrate, una principale e una secondaria.

Mi sono sempre chiesta perché e non ho mai trovato una risposta.

Poi sono diventata grande, questo interrogativo è finito nel cassetto delle domande senza risposta , accanto a “Perché esistiamo?”, “ Da dove veniamo?”, “ Perché quando nasce un bambino non ti danno il libretto delle istruzioni?”.

Finché sono andata a vivere con CF nella nostra casa attuale. E ho due entrate.

Continuo a non sapere il perché, ma ora posso dire anch’io “porta principale” e “porta di servizio”.

Avete notato come quando si parli di case si dice entrata anziché uscita come sinonimo di porta?

Le case servono per ripararsi, accogliere, avvolgere e proteggere.

Contengono il nostro amore e solo noi possiamo decidere chi far entrare.

La porta principale è l’ingresso ufficiale, quello più curato, quasi un biglietto da visita.

Orgogliosamente se ne sta tronfia a far da spartiacque, accoglie gli ospiti che vengono in visita.

Ecco l'entrata principale

La porta secondaria è quella utilizzata dai membri della famiglia, quella che si usa per sgattaiolare fuori a fumare una sigaretta o a portare la spazzatura.

Dimessa, se ne sta lì timidamente, quasi lieta di essere ignorata dai più.

Ma nel mio caso, vista la posizione, è anche la via più breve per entrare in casa.

Ed è quella riservata agli amici, quelli veri, quelli che sono entrati nel nostro cuore attraverso la porta principale ma che poi sono diventati di fatto la nostra famiglia.

E questa è la porta della famiglia, l'ingresso secondario

Quelli che non si fermano all’apparenza, al rigore formale, all’estetica.

Quelli che non fanno una piega quando entrano e vedono il cesto della biancheria sporca, i panni stesi o i raccoglitori per la differenziata.

Quelli che conoscono la parte intima del nostro essere e che la sanno accettare, anche con le sue imperfezioni o le sue brutture.

Finalmente ho capito a cosa servono le due porte, quella principale e quella secondaria.

Con questo post partecipo al tema della settimana #porte proposto dagli Aedi digitali.

 

Questi ultimi giorni per i bambini sono stati giorni intensi, all’insegna del divertimento e della vita familiare.

Giovedì sera abbiamo assistito al rito tradizionale del Rogo della Vecchia

Il maltempo e la pioggia ci hanno graziato giusto in tempo per andare all’oratorio e partecipare ai festeggiamenti.

Nel campo di calcio (chè ogni oratorio ha almeno un campo di calcio) avevano allestito una pira su cui capeggiavano un vecchio e una vecchia di cartapesta seduti su due sedie.

Prima di andare ho spiegato ai pupi che quello che avrebbero visto era un fuoco che veniva accesso per bruciare un pupazzo, non una persona vera (sia mai che magari pensassero chissà ché).

Ho anche detto due parole sul significato di questa tradizione: il rito pagano che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera e quello cristiano di mezza Quaresima.

Credo che la Ninfa abbia capito quello del passaggio dalla bella alla brutta stagione, ma del resto è normale visto che non ho mai spiegato cosa fosse la Quaresima.

Gli allestitori avevano delimitato lo spazio con delle corde per ragioni di sicurezza. Tutti i bambini sono stati messi in prima fila e la pira è stata accesa dal signore e dalla signora più anziani del paese (mi è parsa una bella idea).

Al coro di “Brucia brucia” il fuoco si è mangiato pira, sedie e vecchietti. I bambini erano affascinati. Del resto è stato uno spettacolo suggestivo: notte buia, fiamme rosse e arancio, bambini elettrizzati…

Ne è valsa la pena. In oratorio inoltre si poteva cenare e non mancavano nemmeno zucchero filato e frittelle.

L'espressione rapita mentre guarda il rogo della vecchia

Non ci siamo trattenuti tantissimo, perché lo spettacolo è finito alle attorno alle dieci e per noi era già tardi. Sicuramente il prossimo anno sarà da ripetere.

I bambini hanno poi passato la giornata del venerdì a casa col papà. Hanno fatto enormi torri e castelli con i mattoncini della Lego Duplo, hanno guardato “Inside out” che poi hanno voluto rivedere con me anche sabato pomeriggio, hanno preparato un pranzetto coi fiocchi.

Sabato mattina siamo andati in piscina. La Ninfa ha concluso il corso di acquaticità e si è portata i suoi braccioli. Ora tocca a Ringhio.

Mentre la pupa giocava con i suoi amichetti sotto sorveglianza di una mamma amica (santa subito!) io affrontavo la prima lezione con un bambino recalcitrante per natura ad ogni novità.

Devo dire che mi aspettavo di peggio. Ha pianto dieci minuti, poi si è calmato e ha provato qualche esercizio. La cosa più piacevole è stata fare il motoscafo con il biscione galleggiante usato come un salvagente e catturare le palline.

Mentre la Ninfa si scatenava su e giù dallo scivolo, Ringhio se ne stava pacifico nel suo mondo a raccattare palline colorate.

Vedremo le prossime lezioni. Visto come ora la pupa sta in acqua volentieri credo che il corso di acquaticità nel mio caso sia stato un investimento azzeccato.

Il pomeriggio invece nonostante il bel tempo ce ne siamo rimasti a casa. L’obiettivo era quello di far riposare un po’ i bambini, in vista della serata. Sa va san dir che erano svegli e pimpanti come grilli.

Infatti siamo andati a cena da una coppia di amici che vediamo (ahimé) poche volte l’anno. I bambini si sono divertiti un sacco a giocare con la figlia della coppia che ha un anno più della Ninfa.

Dopo una normale prima fase di timidezza, i tre sembrava che si fossero frequentati fino al giorno prima. Hanno colorato, giocato, cantato senza litigare una sola volta.

E questo ovviamente ha permesso anche a noi adulti di vivere una serata tranquilla, tra chiacchiere e risa.

Domenica, complici il cambio dell’ora e l’orario in cui siamo tornati, ci siamo alzati verso le undici. Tutti assieme ci siamo preparati un bel brunch.

I bimbi si sono divertiti a mangiare dolce e salato senza un ordine preciso, torte al cioccolato con uova strapazzate e pancetta, latte con miele e succo d’arancia, toast con marmellata…

Sono davvero entrati nella parte. Era da tanto che non facevamo un brunch, probabilmente non se ne ricordavano più. Comunque hanno davvero apprezzato, sia la fase di preparazione sia il cibo stesso.

Il pomeriggio il tempo era incerto. Io e la Ninfa avevamo in programma di andare all’oratorio, dove le mamme avevano organizzato un pranzo per raccogliere fondi per la scuola materna. Dopo pranzo c’erano in programma diverse attività ricreative, giochi e lavoretti per la Pasqua.

Ma la Ninfa a sorpresa si è rifiutata categoricamente di andare. Le ho spiegato che non l’avrei lasciata da sola, che saremmo state assieme, che ci sarebbero state le sue amichette ma è stata irremovibile.

Ha detto che lei voleva stare a casa, punto e basta. Ci sono perfino rimasta male.

Allora ho tirato fuori la mia cartelletta magica dei lavoretti. Vi ho già detto, vero, che io a livello manuale sono negata e odio fare qualsiasi cosa che implichi l’uso di carta, colla, forbici e affini?

Per la legge del contrappasso mia figlia adora fare queste cose, così l’ho presa come un’opportunità e quando me lo chiede facciamo qualcosa assieme (sono ancora a livello base, chiariamo).

Comunque domenica abbiamo lavorato sulle stagioni. Abbiamo ritagliato un alberello riproposto su cinque fogli: il primo è la copertina e gli altri quattro sono dedicati ciascuno ad ogni stagione. Su un foglio a parte ci sono due file di fiori, due di frutti, due di foglie e due di fiocchi di neve.

L’attività è semplice: si ritagliano gli alberi, si incollano per la parte superiore una sopra l’altro e il bambino deve ritagliare e appiccicare su ogni stagione il disegnino giusto.

Io ho trovato un sacco di cose interessanti su Homemademamma .

Così la Ninfa e Ringhio hanno passato un paio d’ore a ritagliare e incollare (Ringhio ritagliava a modo suo, ovviamente).

Siccome ero a casa, mi sono dilettata a provare con la famiglia una nuova ricetta: gli gnocchi fuscia.

La posterò nei prossimi giorni, perché ne vale davvero la pena, soprattutto se avete delle bambine che mangiano poco e che sono fissate col colore rosa declinato in tutte le varianti possibili.

E voi, come avete passato questo fine settimana?

Cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord.
(Proverbio tibetano)

Se l’indice del Prodotto Interno Lordo (PIL) del mio paese non è elevato, l’indice di Felicità Interna Lorda (FIL) è invece più che soddisfacente.
(Rappresentante dello stato del Bhutan)

 

Il prossimo 20 marzo cade la giornata internazionale della felicità.

Ora come ora, parlare di felicità sembra scandaloso: la situazione socio-politica globale è disastrosa e di motivi per essere felici apparentemente non ce ne sono molti.

Martin Selingman, il creatore della psicologia positiva, afferma che la felicità si basa per il 60% sul nostro corredo genetico e sulla realtà in cui noi viviamo e per il 40% invece su noi stessi.

Quindi, se cambiare i geni e le circostanze esterne è quasi impossibile, lavorare invece su noi stessi è una cosa fattibile.

Ci sono fior di manuali sulla felicità, esistono corsi e filosofie che hanno come finalità il raggiungimento della felicità.

Alcune ricerche hanno scoperto che aiutare gli altri attraverso attività di volontariato rende le persone che lo praticano più felici.

Essere felici provoca tutta una serie di reazioni biochimiche che si riflettono anche a livello esterno. Secondo Barbara Fredrickson, psicologa dell'Università del North Carolina che da tempo studia gli effetti del buonumore sul cervello, la felicità accresce l'attenzione visiva e facilita la raccolta di informazioni su ciò che ci circonda, fornendoci preziosi strumenti di analisi degli eventi che tornano utili per fronteggiare anche eventi futuri.

C’è chi basa la felicità sulla soddisfazione dei propri desideri, sull’ appagamento che prova per aver raggiunto i propri obiettivi.

Spesso si sente dire che la felicità non è la meta, ma il viaggio.

E’ stato perfino provato che la felicità è contagiosa. I ricercatori della Harvard University hanno scoperto che quando una persona diventa felice, un amico che le vive vicino ha una probabilità del 25%  in più di diventarlo anche lui.

Per me la felicità è una parola-contenitore, nel senso che “essere felici” assume un significato diverso per ogni essere umano.

Tante volte la felicità mi assale così, all’ improvviso.

Può essere un senso di pace che mi coglie camminando per strada, la pennellata di una nuvola nel cielo che noto mentre sono ferma in coda al semaforo, la telefonata di un’amica, l’abbraccio dei miei figli, un sapore nuovo quando assaggio qualcosa…

Il fatto stesso che io e le persone a cui tengo non abbiamo particolari problemi di salute mi rende felice.

Sono contenta quando ricevo la busta paga, perché so che di questi tempi portare a casa la pagnotta non è cosa da tutti.

Sono felice perché ho un tetto sulla testa, ho acqua per dissetarmi e lavarmi e cibo a mia disposizione, come e quando voglio.

Mi sento fortunata perché ho degli amici che mi riempiono la vita.

Solo per questi motivi, apparentemente banali, dovrei alzarmi e gridare “Grazie!” all’universo.

Essere felici è guardare il mondo con gli occhiali rosa, vedere il bicchiere mezzo pieno, affrontare le situazioni vivendole come opportunità e non come ostacoli.

La felicità è l’insieme di tutte quelle piccole grandi cose che ci fanno stare bene.

E che purtroppo nella nostra cultura tendiamo sempre a dare per scontate.

Motivi per essere felici ne abbiamo? Sicuramente sì, anche se a volte non li notiamo.

Quindi vi propongo un simpatico giochetto da fare durante il week-end: trovate almeno dieci motivi per essere felici.

Come dite? Sono tanti? Ma scherziamo?!

Scommetto che se vi avessi chiesto di trovarne almeno il doppio per dimostrarmi che siete  infelici non avreste avuto nulla da ridire.

Prova per un momento a cambiare ottica, a vederti da un’altra prospettiva e sono sicura che di motivi per essere felici ne troverai almeno un centinaio.

E, siccome siamo mamme, vi lascio con la frase conclusiva di ogni episodio dei “Mini-cuccioli”:

“Arrivederci, piccoli amici, tornate presto e siate felici”

 

A volte capita anche a me di essere presa dal sacro fuoco del riordino e delle pulizie.

Questo week-end ho messo mano alla mia piccola libreria. Dal fondo di un cassetto ho ripescato un'agenda vecchia, dell'epoca ante-figli.

Ebbene sì, care amiche, quando sei mamma la tua vita si divide in due epoche: quella ante figli e quella post figli.

E sì, so benissimo che l'agenda cartacea è un pò superata, che le più tecnologiche utilizzano quella elettronica, ma io rimango una fedele sostenitrice della carta.

Ma tant'è, volete vedere come è cambiata?

Settimana tipo della me ante-figli

Lunedì pausa pranzo: pranzo con Simo (amica dei tempi dell'università)

Lunedì ore 19: spinning (perché la forma fisica è importante!)

E il pacchetto comprende anche un bel giretto nella zona relax della palestra, con sauna e bagno turco...

Martedì ore 13: appuntamento dall'estetista. Manicure, pedicure e magari un bel massaggio. Perché anche l'occhio vuole la sua parte!

E la sera ore 19,15: aperitivo con due amiche, G. e P. per discutere della festa di compleanno dell'amica S.

Mercoledì: ricordarsi il regalo per la suddetta amica e la sera un bel salto al cinema con CF! Poi magari una birretta al pub lì vicino.

Giovedì pausa pranzo: salto dalla parrucchiera,  l'ordine comincia dalla testa!

La sera di nuovo palestra, magari dopo si fa un salto a casa dell'amica a dare un'occhiata al vestito nuovo che ha preso e magari mi presta pure quella favolosa pochette argento griffata che fa tanto VIP!

Venerdì sera: tutti carichi per la festa di S!!!  Cena in qualche locale trendy e poi via a ballare in qualche posto fichissimo! Al ritorno cornetto e cappucino non ce lo toglie nessuno.

E immuni alla stanchezza, sabato mattina si parte all'alba, si prende un aereo con CF e si va a Barcellona per il week-end!

Ed ecco a voi, siore e siori, l'agenda della me figli-munita:

Lunedì pausa pranzo: stendere e caricare un'altra lavatrice

Lunedì sera: mentre si prepara la cena, intrattenere due pargoli exagitati e con una mano rispondere alla telefonata della nonna di turno, mentre una parte del cervello si occuperà di continuare a ricordarti di preparare i soldi per la gita dell'asilo da consegnare l'indomani.

Martedì pausa pranzo: stirare, stirare, stirare

Martedì sera: sperare di riuscire a sfamare la famiglia, riordinare la casa e schizzare alla velocità della luce alla noiosissima riunione dell'asilo, dove si discuterà di varie ed eventuali. E della gita. Di cui ovviamente avrete dimenticato i soldi.

Mercoledì pausa pranzo: correre con Ringhio alla visita di controllo dal pediatra, riportarlo a casa e ritornare al lavoro.

Mercoledì sera: crollare sfrante sul divano con due bambini belli carichi che saltellano per la stanza mentre CF imperturbabile si prepara per andare al lavoro.

Giovedì pausa pranzo: "Si, salve, purtroppo devo annullare la lezione di spinning di questa sera...Sì, lo so, dovevo chiamare ieri ora devo pagarla. Pazienza!" La panza ringrazia, il portafoglio no.

Giovedì sera: ci spariamo per la trecentotrentatreesima volta "Frozen", cercando di arginare la palpebra che cala, mentre chi doveva tenere i bambini è a casa malata.

Venerdì pausa pranzo: correre in quel negozio dove è appena partita l'offerta dei pannolini per Ringhio. Arraffare quante più confezioni possibile, arrivare alla cassa e scoprire che al massimo se ne possono comperare due. Bofonchiare contro le stupide regole e scoprire di aver dimenticato il bancomat a casa!

Venerdì sera: oltre alla normale routine, ricordarsi di preparare le cose per la piscina.

Sabato mattina: altro che voli ed emozionanti week end in città straniere! Caricare una recalcitrante Ninfa in auto e andare in piscina per la lezione di nuoto. Seguirà emozionantissimo tour per le corsie sovraffollate del supermercato di turno, con un Ringhio incazzato e strillante costretto a stare nel carrello, mentre la Ninfa e CF saranno alla festa di compleanno dell'amica di turno (speriamo che CF si sia ricordato il regalo!)

E per finire cena a casa con pizza a domicilio. Che verrà consegnata da un nuovo ragazzetto brufoloso con un'ora di ritardo. Fredda e gommosa.

Domenica non vi sveglierete tra le coltri di un hotel a cinque stelle con colazione in camera, ma i vostri pargoli vi tireranno giù dal letto alle 6,30 fregandosene che la domenica sia un giorno festivo. Ancora in coma, vi sbatterete per preparare la colazione, valuterete se vestirvi e opterete per rimanere in pigiama almeno fino al primo pomeriggio.

Poi caricherete i pupi in macchina e andrete con CF al campo del paese vicino dove avete appuntamento con altri disgraziati genitori per la partita di calcio organizzata dall'istituto durante la riunione del lunedì sera precedente.

E buona vita a tutte!